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(it) Comunisti Anarchici e Libertari in Cgil N. 56 marzo 2021: Sciopero globale, femminista di Stefania Baschieri - Cgil Lucca

Date Mon, 3 May 2021 09:14:49 +0300


8 marzo 2017: in più di 50 paesi del mondo faceva la sua comparsa il Primo Sciopero Internazionale delle Donne. Da allora instancabilmente la rete di Non Una di Meno, movimento antirazzista, antifascista, anticapitalista, rilancia in Italia per quella data lo "Sciopero Globale femminista" come risposta a tutte le forme di violenza che colpiscono sistematicamente la vita delle donne in famiglia, nei luoghi di lavoro, per strada, nelle scuole, negli ospedali. ---- Non è necessario scorrere il lungo elenco delle ragioni che spingono le donne ad incrociare le braccia - femminicidi, stupri, molestie, discriminazioni salariali, doppio carico di lavoro, attacchi alla libertà di aborto ecc... - per capire
che l'idea che si è avuta finora di sciopero, come rivendicazione salariale, ritorna qui in forma profondamente mutata. Una forma
che punta a mettere in discussione
un sistema patriarcale e capitalista
che nella divisione sessuale del
lavoro, nel confinamento della
donna nel ruolo di moglie,
amante, madre, continuatrice
della specie, ha costruito
privilegi, ingiustizie, sfruttamento
ed ogni altra forma di dominio.
Se le donne smettessero di
occuparsi di famiglia, lavoro
domestico, cura dei bambini,
anziani, malati e uomini in
perfetta salute l'architrave di
questo sistema patriarcale
capitalista crollerebbe e il mondo,
come affermava Virginia Woolf
più di un secolo fa, sarebbe
ancora "palude e giungla".

Questo sciopero è l'occasione
anche per dare voce a chi sta
vivendo sulla propria pelle i
violentissimi effetti sociali della
pandemia e le donne ne stanno
pagando il prezzo più alto sotto
tutti gli aspetti; lo sanno benissimo
le tantissime donne che sono state
costrette a licenziarsi perché non
potevano lavorare e contemporaneamente
prendersi cura della
propria famiglia, insieme alle
migliaia di donne che sono state
espulse dal mondo del lavoro.

Come pure lo sanno perfettamente
le migliaia di lavoratrici
che hanno dovuto lavorare il
doppio per "sanificare" ospedali,
fabbriche, uffici, con salari
bassissimi, nell'indifferenza delle
loro condizioni di salute e
sicurezza e spesso con il ricatto del
licenziamento.

Lo sanno coloro che hanno
combattuto affinché i centri
antiviolenza, i consultori, i reparti
IVG, i punti nascita continuassero
a funzionare nonostante la
strutturale mancanza di personale
e di finanziamenti pubblici
aggravate dall'emergenza della
pandemia.

Lo sanno le migliaia di donne
migranti che lavorano nelle case e
che si sono viste negare ogni tipo
di sussidio.

La mobilitazione quest'anno trova
un'altra valida ragione anche nel
denunciare come lo stesso
stanziamento di risorse all'interno
del Recovery Plan non rompe la
radicata disciplina dell'austerità
sulle vite e sui corpi delle donne e
delle persone LGBT.

Da una parte infatti si parla di
politiche attive per l'inclusione
delle donne al lavoro e di
"politiche di conciliazione", dando
quindi per scontato che chi deve
conciliare i due lavori quello
dentro e quello fuori casa, sono le
donne. Dall'altra non sono le
donne, ma la famiglia - la stessa
dove si consuma la maggior parte
della violenza maschile - il
soggetto destinatario dei fondi
sociali previsti dal Family Act. E
da questi fondi sono escluse le
migranti, confermando e mantenendo
salde le gerarchie razziste
che permettono di sfruttarle
duramente in ogni tipo di servizio.
Poco o nulla poi si dice delle
misure contro la violenza maschile
e di genere, nonostante questa sia
aumentata esponenzialmente
durante la pandemia e la cosa è
sotto gli occhi di tutti.

Il movimento Non Una di Meno
nell'indire la mobilitazione ha
invitato come sempre i sindacati a
sostenere questa giornata di
sciopero ma purtroppo la CGIL
non è stata capace di cogliere
questa occasione di stare dalla
parte delle donne, di tutte le donne
che, quest'anno più che mai, hanno
ragioni da vendere nella decisione
di scioperare.

Eppure avrebbe potuto e dovuto
non solo indirlo, ma anche
prepararlo come qualunque altro
sciopero, dando un contributo
fondamentale per la sua riuscita,
dalle riunioni di direttivo alle
assemblee nei posti di lavoro per
ragionare sul perché questo
sciopero è uno sciopero dal lavoro
produttivo, riproduttivo e di cura.
Sarebbe stato possibile, oltre che
doveroso, arrivare ad uno sciopero
partecipato e che incidesse
sull'opinione pubblica, mettendo in
circolo saperi e pratiche
femministe che riguardano
l'organizzazione del lavoro nella
sua interezza, dal divario salariale
alla salute femminile nei luoghi di
lavoro, dalle violenze sui posti di
lavoro ai ricatti contrattuali e
occupazionali.

Sarebbe stato possibile se avesse
compreso le ragioni di uno
sciopero che riguarda tutte e tutti,
non solo le donne, penalizzate nel
dover far tutto, spesso in pessime
condizioni e senza ritorno
economico, ma anche gli uomini
che godono di privilegi nel lavoro
produttivo e di vantaggi nel non
occuparsi del lavoro riproduttivo e
di cura.

E' vero, non c'è dubbio che non sia
facile il rapporto di una grande
organizzazione come la CGIL con i
movimenti femministi. Non lo è
mai in assoluto, perché di per sé il
rapporto con i movimenti, tutti i
movimenti, presuppone pazienza,
capacità di ascolto reciproco,
rispetto delle autonomie e dei
propri linguaggi.

Ma è possibile, se c'è la volontà
politica, quella volontà che invece è
mancata e che ha fatto perdere alla
CGIL una grande occasione di
realizzare in questo confronto una
elaborazione politica che,
partendo dalle tematiche messe in
campo e che attraversano ed
incrociano il suo mondo, portasse
ad una visione altra che
certamente avrebbe consentito
risposte più articolate nella
declinazione delle sue politiche, di
genere, ma non solo.

http://www.difesasindacale.it/Sciopero%20globale%20femminista.pdf
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