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(it) Italy, FDCA, Cantiere #42 - Gaza, le retrovie e la guerra che entra nelle democrazie europee - Totò Caggese (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 18 Apr 2026 08:21:45 +0300
Dopo Gaza, la guerra non è finita ---- Ha cambiato forma, spazio e
linguaggio. La devastazione della Striscia di Gaza ha segnato un punto
di non ritorno non solo per il popolo palestinese, ma per l'intero
assetto politico, militare e simbolico che ha sostenuto, giustificato o
tollerato quella distruzione. Israele ha riaffermato la propria
schiacciante supremazia militare, ma ne è uscito con un problema ben più
grave di una minaccia armata: una crisi profonda di legittimità politica
e morale. L'immagine dello Stato "democratico", avamposto occidentale in
Medio Oriente, è stata corrosa sotto il peso delle macerie, dei morti
civili, delle immagini di bambini, ospedali, quartieri interi rasi al
suolo che hanno attraversato il mondo senza più poter essere contenute
nei canali della propaganda ufficiale né ricondotte alla consueta
retorica della "difesa".
Gaza non è stata solo una tragedia umanitaria, né soltanto l'ennesimo
capitolo di un conflitto asimmetrico. È stata un evento di rottura,
capace di incrinare definitivamente il linguaggio con cui l'Occidente ha
giustificato a lungo l'alleanza con Israele: quello dei diritti umani
selettivi, dell'eccezione permanente, della violenza presentata come
necessaria. Per la prima volta, questa narrazione si è trovata esposta
senza filtri, incapace di contenere la portata delle immagini e delle
testimonianze che hanno attraversato lo spazio pubblico globale.
Non è dunque un caso che, terminata la fase più intensa delle operazioni
militari, il conflitto non si sia affatto chiuso. Al contrario, ha
cambiato teatro. Quando il fronte militare produce un disastro politico,
la guerra si riorganizza. Si sposta dove può ancora essere combattuta
con efficacia: nelle retrovie, nei territori sociali, giuridici e
simbolici delle democrazie occidentali che hanno sostenuto Israele senza
riserve, trasformandosi in una guerra di logoramento contro narrazioni,
legami, forme di solidarietà.
È a partire da qui che occorre leggere ciò che sta accadendo oggi in
Italia e in Europa. Non come una somma di episodi isolati, di eccessi
locali o di fraintendimenti amministrativi, ma come una vera e propria
ristrutturazione del conflitto. Una guerra a bassa intensità, diffusa,
che non utilizza carri armati e bombardamenti, ma dispositivi normativi,
procedimenti giudiziari, sanzioni disciplinari, interventi
amministrativi e campagne mediatiche, e che si insinua nel cuore stesso
degli ordinamenti democratici.
La diaspora come nuovo fronte
Il nuovo fronte non è geografico. È sociale. È la diaspora palestinese,
ed è tutto ciò che le sta intorno: reti solidali, associazioni
umanitarie, spazi politici, università, luoghi di lavoro, comunità
religiose, corpi intermedi. La diaspora non è soltanto una comunità
dispersa, né un insieme indistinto di esuli. È un soggetto politico
diffuso, stratificato, transnazionale. È un vettore di memoria, di
narrazione, di denuncia. Tiene aperto il racconto della Palestina
proprio mentre, sul terreno, si tenta di chiuderlo con la forza militare
e con la distruzione materiale.
Nel corso degli anni, e in particolare dopo le ultime guerre su Gaza, la
diaspora ha assunto un ruolo sempre più centrale: non solo nel mantenere
legami familiari e materiali con i territori occupati, ma nel produrre
discorso pubblico, immagini, contro-narrazioni, nel portare la questione
palestinese dentro gli spazi dell'istruzione, della cultura, del lavoro,
della vita quotidiana delle metropoli occidentali. È qui che la
Palestina smette di essere un conflitto lontano e diventa una questione
interna alle società europee.
Per questo la diaspora diventa un bersaglio politico. Non perché armata,
ma perché parla. Non perché pericolosa in sé, ma perché incrina un
racconto consolidato, mette in crisi la rappresentazione di Israele come
"democrazia assediata" e riporta al centro parole che si vorrebbero
espunte: occupazione, colonialismo, apartheid, autodeterminazione.
Colpire la diaspora significa colpire la possibilità stessa che la
Palestina continui a esistere come questione politica, e non venga
definitivamente ricondotta a emergenza umanitaria da gestire o a
problema di sicurezza da neutralizzare.
Criminalizzare la solidarietà
In questo quadro, la solidarietà non è più tollerata come gesto
umanitario neutro, né riconosciuta come espressione legittima di
relazioni civili e politiche. Viene progressivamente reinterpretata come
atto sospetto, quando non direttamente come supporto a organizzazioni
terroristiche. È qui che avviene il salto qualitativo più pericoloso: la
solidarietà smette di essere un terreno protetto e diventa uno spazio da
sorvegliare, delimitare, reprimere.
Il procedimento giudiziario avviato a Genova contro nove cittadini
palestinesi, accusati di finanziare Hamas attraverso reti associative e
attività di raccolta fondi, rappresenta in questo senso un passaggio
emblematico. Al di là degli esiti processuali, ciò che conta è
l'impianto concettuale che emerge: la distinzione tra aiuto umanitario e
supporto terroristico viene progressivamente erosa fino quasi a
scomparire, assorbita in una lettura totalizzante del contesto palestinese.
Secondo questa impostazione, se Hamas esercita un controllo capillare
sulla società palestinese allora ogni forma di assistenza civile - il
sostegno alle famiglie, agli orfani, ai feriti, alle strutture sanitarie
- può essere riletta come contributo indiretto alla sua azione. In
questo modo, non è più l'atto specifico a essere al centro dell'accusa,
ma il contesto. Non ciò che si fa, ma dove, con chi e all'interno di
quali reti lo si fa. La responsabilità penale si sposta dall'azione al
campo di appartenenza.
Il diritto penale smette così di perseguire comportamenti determinati e
assume una funzione diversa: governare il campo politico, delimitare le
relazioni legittime, dissuadere le pratiche solidali. La prova non è più
l'azione, ma la collocazione ideologica e relazionale. Non si punisce
soltanto ciò che si è fatto, ma ciò che si rappresenta e il mondo di
relazioni in cui si è inseriti.
Il processo alla resistenza palestinese
Se il caso di Genova mostra come la solidarietà venga progressivamente
criminalizzata, il processo a Anan Yaeesh, Ali Saji Rabhi Irar e Mansour
Doghmosh segna un passaggio ulteriore: qui non è più soltanto la
solidarietà a essere messa sotto accusa, ma la resistenza palestinese in
quanto tale. Celebrato in Italia e apertamente definito dalla difesa
come un processo politico, questo procedimento mostra fino a che punto
il conflitto israelo-palestinese sia ormai entrato nelle aule di
giustizia europee.
La vicenda intreccia una richiesta di estradizione avanzata dallo Stato
di Israele, procedimenti penali "autonomi" promossi dalla magistratura
italiana e un uso estensivo dell'accusa di terrorismo. Dopo il rifiuto
dell'estradizione di Anan Yaeesh da parte della Corte d'appello,
motivato dal rischio concreto di tortura nelle carceri israeliane -
riconosciuto sulla base di rapporti ONU e di organizzazioni
internazionali come Amnesty International - la Procura ha immediatamente
riattivato il dispositivo repressivo aprendo un nuovo procedimento
interno, fondato sull'articolo 270 bis del codice penale. Il risultato è
stato paradossale ma politicamente eloquente: Anan non è mai stato
liberato, mentre altri due imputati sono stati successivamente
scarcerati per l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.
Il cuore del processo non riguarda tuttavia singoli fatti
circostanziati, ma una questione molto più ampia e decisiva: la
distinzione tra terrorismo e legittima lotta di autodeterminazione di un
popolo sottoposto a occupazione militare. Una distinzione che il diritto
internazionale umanitario riconosce da decenni, ammettendo la
legittimità della resistenza armata contro uno Stato occupante, purché
non siano colpiti civili non coinvolti nelle ostilità. Principi ribaditi
anche dalla Corte di cassazione italiana, ma che nel dibattimento
vengono sistematicamente svuotati di contenuto.
Nel processo il contesto dell'occupazione israeliana - demolizioni di
abitazioni, colonie illegali, detenzione amministrativa, violenza
strutturale - viene espulso dall'aula. Alla difesa è impedito di
chiamare quasi tutti i testimoni qualificati, inclusi esperti di diritto
internazionale e osservatori ONU, mentre si tenta di introdurre
materiale di intelligence israeliana e perfino verbali di interrogatori
di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane,
notoriamente ottenuti sotto tortura. Il tentativo, respinto solo dopo
una dura opposizione, segna un passaggio inquietante: l'idea che uno
Stato accusato di crimini di guerra e genocidio possa diventare fonte
attendibile nel giudizio penale europeo.
Ancora più grave è la disponibilità del tribunale a riconoscere come
testimoni rappresentanti dello Stato occupante per stabilire la natura
"civile" o "militare" delle colonie in Cisgiordania, in aperto contrasto
con il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024
che ha dichiarato illegale l'occupazione e imposto lo smantellamento
degli insediamenti. Qui il diritto internazionale non viene
semplicemente ignorato: viene rovesciato e subordinato alle esigenze del
procedimento penale.
Il messaggio che ne deriva è chiaro. Non si processano fatti specifici,
ma una posizione politica. Non si giudicano azioni provate, ma
appartenenze, relazioni, contesti. Si afferma così un principio
destinato a fare scuola: la resistenza palestinese, anche quando rivolta
contro obiettivi militari in territori occupati, può essere riscritta
come terrorismo; chi la sostiene, anche a distanza, può essere
criminalizzato; chi chiede asilo può perdere protezione nel pieno di un
genocidio.
In questo senso, il processo a Yaeesh, Irar e Doghmosh non è
un'eccezione, ma un precedente. Si colloca sulla stessa linea
dell'inchiesta di Genova e dell'arresto di Hannoun: l'integrazione
crescente di materiale di intelligence israeliana nei procedimenti
penali europei e la progressiva "israelizzazione" del diritto penale,
chiamato non più a garantire diritti, ma a gestire politicamente un
conflitto coloniale esportato nelle metropoli occidentali.
L'effetto più profondo: rendere la solidarietà impraticabile
Il vero effetto di questo clima non è la repressione diretta, che
colpisce sempre una minoranza, ma l'asfissia preventiva. La repressione
più efficace non è quella che arresta tutti, ma quella che rende
difficile, rischioso, problematico aiutare. Non serve vietare
esplicitamente la solidarietà: basta trasformarla in un terreno incerto,
esposto, potenzialmente pericoloso.
In un contesto in cui le categorie giuridiche si fanno mobili e il
confine tra lecito e illecito resta volutamente sfumato, chiedere
supporto diventa complicato. Offrirlo diventa un gesto da ponderare.
Organizzarlo diventa un problema. Non perché sia formalmente vietato, ma
perché nessuno sa più con certezza dove passi la linea, né quali
conseguenze possa produrre su chi aiuta e su chi viene aiutato.
È qui che il dispositivo mostra tutta la sua efficacia: non agisce solo
attraverso la sanzione, ma attraverso la responsabilizzazione
individuale. Si insinua l'idea che ogni gesto solidale possa esporre
altri a rischi, che ogni legame possa diventare un punto debole, che sia
meglio non coinvolgere, non chiedere, non insistere. La solidarietà
viene così frantumata in pratiche isolate, silenziose, private, quando
non abbandonata del tutto.
Questo produce un effetto disciplinare diffuso: le reti si contraggono,
la fiducia reciproca si indebolisce, le relazioni si fanno più fragili.
Basta colpire alcuni casi esemplari per rendere instabile l'intero
campo. Non si blocca soltanto ciò che è organizzato, ma ciò che potrebbe
diventarlo.
Per i palestinesi della diaspora questo significa isolamento
programmato, perdita di sostegni materiali e politici, difficoltà
crescente nel chiedere aiuto senza esporsi. Per chi è rimasto a Gaza o
in Cisgiordania significa ulteriore abbandono. La guerra, spostata nelle
retrovie, riesce così a colpire anche dove non arrivano le bombe: nei
legami, nella fiducia, nella possibilità stessa di essere solidali.
Lo Stato e la disciplina del dissenso
Questo dispositivo non si limita alle aule dei tribunali. Si estende
alla sfera amministrativa, simbolica e disciplinare, investendo
direttamente il rapporto tra Stato, istituzioni e libertà di
espressione. In Italia lo si è visto, per esempio, nei procedimenti
avviati contro i vigili del fuoco che, in divisa, si sono inginocchiati
per ricordare le vittime palestinesi.
Un gesto di cordoglio umanitario, privo di rivendicazioni politiche
esplicite, è stato interpretato come violazione della neutralità
istituzionale. Ma è proprio qui che si coglie un nodo decisivo. La
neutralità non viene più intesa come imparzialità rispetto ai conflitti,
né come tutela di uno spazio pubblico pluralista. Viene ridefinita come
allineamento geopolitico, come adesione silenziosa alla posizione
assunta dallo Stato e dai suoi alleati.
In questo quadro, non si chiede più ai funzionari pubblici di esercitare
il proprio ruolo con equilibrio e senso critico, ma di non deviare dalla
narrazione dominante. Anche il cordoglio diventa sospetto, anche
l'empatia viene regolata, anche il silenzio selettivo assume un valore
politico. La disciplina non serve solo a reprimere il dissenso
manifesto, ma a delimitare ciò che può essere espresso, ricordato,
condiviso all'interno delle istituzioni.
Un modello europeo
Tutto questo non è una specificità italiana. È un modello europeo.
Francia, Germania, Regno Unito, Danimarca mostrano dinamiche analoghe:
divieti preventivi di manifestazioni, repressione poliziesca delle
mobilitazioni, sorveglianza amministrativa delle associazioni,
estensione delle categorie di apologia del terrorismo, criminalizzazione
del dissenso politico e solidale. Cambiano i contesti nazionali, ma la
direzione è comune.
Non si tratta di un coordinamento esplicito né di una direttiva formale,
ma di una convergenza di dottrina. In nome della sicurezza, dell'ordine
pubblico e della lotta al terrorismo, gli Stati europei ristrutturano i
propri strumenti giuridici e amministrativi per rendere compatibile la
repressione interna con il sostegno incondizionato a Israele. La
questione palestinese diventa così il terreno su cui sperimentare nuove
forme di controllo del dissenso.
La difesa di Israele passa allora attraverso la compressione degli spazi
democratici interni. Le libertà di manifestazione, di espressione, di
associazione non vengono abolite, ma condizionate, rese selettive,
subordinate alla fedeltà geopolitica. Gli Stati europei non agiscono
come mediatori di un conflitto internazionale, ma come retroguardia
politica e giuridica di una guerra che, pur combattuta altrove, produce
i suoi effetti più duraturi dentro le democrazie occidentali.
Quando la guerra entra nelle democrazie
La questione palestinese non è più soltanto una questione di politica
estera. È diventata una questione interna alle democrazie europee, un
banco di prova per i loro ordinamenti, per le loro libertà, per il
significato stesso di parole come diritto, neutralità, sicurezza. Quando
la solidarietà viene trattata come una minaccia, non è la sicurezza a
essere rafforzata, ma l'isolamento a essere prodotto; non è l'ordine a
essere difeso, ma un campo politico a essere disciplinato.
La guerra, oggi, non ha bisogno di essere dichiarata. Non richiede
mobilitazioni generali né sospensioni formali delle libertà. Basta che
entri nel linguaggio delle leggi, nelle pratiche amministrative, nelle
procedure giudiziarie, nei gesti quotidiani resi problematici o
sospetti. Basta che trasformi la solidarietà in un rischio, il dissenso
in un'anomalia, il silenzio in una virtù civica.
Gaza potrà uscire dalle prime pagine. Le immagini si faranno meno
frequenti, l'attenzione pubblica si sposterà altrove. Ma la guerra non
se ne andrà. Resterà qui, nelle retrovie, nelle pieghe delle istituzioni
e delle relazioni sociali, nei confini sempre più stretti di ciò che è
lecito dire, fare, sostenere. Resterà tra noi, come una normalità nuova,
costruita pezzo dopo pezzo nel nome della sicurezza e dell'emergenza
permanente.
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