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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #8-26 - Utopie e autoritarismi nel decennio 1968-1977 (prima parte). Relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12.10.2025) nell'80° della FAI (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 17 Apr 2026 08:14:27 +0300
Dilaga la rivolta - cambia il mondo ---- Nell'affrontare il periodo che
va dalla fine degli anni '60 all'inizio degli anni '80 del Novecento ci
si imbatte sempre in valutazioni discordanti. Quando non è calata una
coltre di silenzio, ci si trova spesso di fronte ad un'azione di
mistificazione atta a descriverli esclusivamente come il periodo della
violenza, dell'eversione, del sangue, del crimine: insomma, gli 'anni di
piombo'. Altri invece definiscono quegli anni semplicemente come
'formidabili', cedendo nell'esaltazione del periodo vissuto come quello
più bello, quello che ha trasformato il quotidiano, in cui si è espresso
il bisogno di comunità, di libertà, e che ha visto la trasformazione dei
rapporti di genere, la rivoluzione sessuale, la messa in discussione di
istituzioni totalitarie come il carcere e il manicomio, l'innovazione
del linguaggio artistico e musicale, e così via.
Per capirne il senso reale e il loro effettivo portato si tratta allora
di ripercorrerne le tappe più significative.
Innanzitutto occorre tener presente il contesto internazionale dell'epoca.
Negli USA in questi anni si sviluppa un forte movimento giovanile
studentesco contro la guerra in Vietnam e contro l'invio di truppe, con
occupazioni di università e campus, come nel caso della Columbia
University presa d'assalto dalla polizia nella primavera del '68, con
700 arresti e centocinquanta feriti. Gli afroamericani danno vita a
movimenti di aperta contestazione del razzismo e dell'autoritarismo di
cui è permeata la società nordamericana, soffrendo una durissima
repressione (ricordiamo l'assassinio di Martin Luther King, seguito poco
dopo da quello del senatore Robert Kennedy). La morte di Che Guevara
nell'ottobre del 1967 in Bolivia nel corso di un processo di guerriglia
segna profondamente l'immaginario della gioventù del tempo, dopo che la
rivoluzione cubana aveva ispirato, nonostante la sua involuzione
autoritaria, gran parte dell'opposizione politica e sociale
all'imperialismo nord americano.
Ma è tutto il 1967 che registra iniziative di mobilitazione e lotta a
fronte dell'intensificarsi dell'intervento USA nel Vietnam, della
recrudescenza della dittatura franchista in Spagna, del colpo di Stato
dei colonnelli greci, della guerra tra Israele e i paesi arabi.
Manifestazioni e proteste si registrano ovunque. Nell'aprile 1968 in
Germania si sviluppano violente agitazioni studentesche contro un
progetto di legge che prevede la sospensione delle garanzie
democratiche: un attentato neonazista ferisce gravemente Rudi Dutschke,
il leader del movimento; la risposta è forte ma circoscritta e in maggio
le "leggi di emergenza" vengono approvate dal parlamento. Sempre in
maggio a Parigi viene occupata la Sorbona, poi chiusa dalle autorità.
Migliaia di giovani scendono nelle strade e si scontrano con la polizia.
Il movimento si estende al mondo del lavoro e, dopo la proclamazione
dello sciopero generale, assume un carattere preinsurrezionale. Il
generale De Gaulle si appoggia all'esercito e alla destra sociale, e
firma con le centrali sindacali la concessione di aumenti salariali.
Nell'Africa alle prese con la decolonizzazione si evidenziano la
situazione dell'Algeria, ove si reprimono le lotte studentesche fino ad
arrivare alla chiusura dell'università di Algeri, mentre si riducono le
possibilità di autogestione contadina; e la situazione del Senegal, nel
quale studenti e lavoratori proclamano uno sciopero generale a cui il
governo risponde con l'occupazione militare dell'università di Dakar. In
Messico, il 3 ottobre 1968, l'esercito apre il fuoco sugli studenti
confluiti in manifestazione in piazza delle Tre Culture, nella capitale,
uccidendone trenta, mentre il giorno prima, a Tlalelolco, ne aveva
massacrati trecento: manifestavano contro la corruzione del governo.
Nell'Asia sconvolta dalle guerre in Vietnam e Laos, gli studenti in
Giappone si raggruppano all'interno di organizzazioni rivoluzionarie
come 'Zengaku-Ren', e non temono di scontrarsi con la polizia, armati di
lunghe aste di legno o di bambù, per contestare una società iper
autoritaria, rigida e classista e la presenza delle navi USA nei porti
giapponesi all'indomani del massacro nel villaggio vietnamita di My Lay
ad opera dei marines: 300 morti tra donne, vecchi e bambini.
Segnali di ribellione si sviluppano anche nei paesi dell'Est Europa
satelliti dell'Unione Sovietica, dominati da una burocrazia ormai
fatiscente. Duri scontri si registrano a Varsavia contro il divieto di
rappresentazione di un'opera teatrale che evoca l'oppressione zarista e
contro la presenza della polizia nelle università e nelle scuole
superiori. Pure il movimento in Cecoslovacchia - la Primavera di Praga -
è in buona parte il frutto di questa mobilitazione giovanile, che ha
spinto gli esponenti del partito comunista cecoslovacco, Dubcek e altri,
a proporre l'idea del 'socialismo dal volto umano', per aprire una
stagione di riforme strutturali, poi stroncata dai carri armati del
Patto di Varsavia. Ed anche a Belgrado vengono occupate tutte le università.
Per quanto riguarda l'Italia essa è interessata, a partire dalla fine
degli anni '50, dalle conseguenze di un intenso processo di
industrializzazione e di forti movimenti migratori interni, in un quadro
di potere politico sempre più conservatore e reazionario.
Nel luglio 1960 c'è una prima esplosione inaspettata di lotta e di
contestazione che fuoriesce in parte dagli schemi tradizionali, con la
grande manifestazione studentesca ed operaia che si tiene a Genova in
risposta al tentativo dei neofascisti del MSI di tenere il loro
congresso nazionale nella città, forti dell'appoggio fornito al governo
del democristiano Tambroni. Genova, particolarmente segnata
dall'occupazione nazista e fascista durante la seconda guerra mondiale,
vanta infatti una forte tradizione di resistenza operaia, intrecciata
tra l'altro con una significativa presenza libertaria. Gli scontri
durissimi tra manifestanti e polizia danno un primo segnale che le cose
stanno cambiando; il rigido controllo del Partito Comunista sui
lavoratori si va ridimensionando e cominciano a prendere vita le prime
forme embrionali di autonomia e di autoorganizzazione.
Ma non c'è solo Genova; Licata, Roma, Reggio Emilia, Palermo, Catania
saranno i luoghi dove gli scontri saranno più aspri e dove la polizia
mieterà 11 morti e innumerevoli feriti. Dopo i fatti del luglio 1960, ad
evidenzire la crescta della forza operaia ci saranno quelli del 1962,
con la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino - tre giorni di
scontri - contro gli accordi tra la Fiat, la UIL e i sindacati
filopadronali. Nell'ottobre dello stesso anno ci saranno gli incidenti
di Milano, con la morte dello studente universitario Giovanni Ardizzone
nel corso di una manifestazione contro il blocco USA nei confronti di Cuba.
La costituzione di un governo di centrosinistra nel 1963, con l'entrata
dei socialisti, sembra aprire una fase nuova nella vita del paese, ma le
ambizioni dei 'progressisti' si infrangeranno presto contro i 'poteri
forti', che non esiteranno a imbastire tentativi di colpo di Stato:
protagonista il generale dei carabinieri De Lorenzo e il suo 'Piano
Solo' nel 1964.
Riprendono lotte e manifestazioni, spesso represse violentemente dalla
polizia. La mafia agraria uccide in Sicilia sindacalisti e braccianti; i
fascisti a Roma assassinano a botte lo studente socialista Paolo Rossi
durante un assalto alla Facoltà di Lettere (1966).
Per quanto riguarda il mondo giovanile, prendono vita forme diffuse di
attività controculturali imperniate sulla critica dei modelli di vita e
di consumo: si formano collettivi e gruppi, si hanno aggregazioni
significative intorno a riviste e realtà come 'Mondo Beat' e 'Onda
Verde', che sull'esperienza olandese del movimento provos ripropongono
in Italia la centralità dei bisogni dell'essere umano, contro la
motorizzazione dilagante per la socializzazione dei mezzi di trasporto,
per la contraccezione libera, per l'occupazione delle case sfitte. La
musica sviluppa un linguaggio diverso, si producono testi che rompono
con la tradizione della musica italiana e si affermano cantautori e
gruppi giovanili che un po' pescano dalla tradizione anglosassone,
allora all'avanguardia, e un po' battono strade nuove. Questa nuova
presenza musicale e controculturale da una parte è frutto di un
cambiamento in atto, dall'altra fa da volano ad ulteriori cambiamenti
nei confronti di una società italiana profondamente diversa da quella
che conosciamo oggi: una società permeata da bigottismo, dominata in
gran parte dalla chiesa, con una televisione a canale unico rigidamente
controllata dalla Democrazia Cristiana che si rifà alla vecchia morale
delle sacrestie. I media borghesi si fanno portavoce dell'insofferenza
reazionaria e conservatrice nei confronti delle istanze giovanili,
riportando con soddisfazione l'avvenuto taglio dei capelli, da parte di
emuli delle squadre fasciste, di quelli che vengono definiti
'capelloni'. Nel giugno del 1967 la polizia irrompe nella tendopoli di
'Mondo Beat' a Milano e la rade al suolo: centinaia di arresti e fogli
di via contro beat, provos e, appunto, 'capelloni'.
Questo tipo di società moralista e bigotta non è più in grado di reggere
di fronte alle istanze di cambiamento che continuano a crescere. Sono
sempre di più quanti e quante non ritengono più accettabile una
situazione del genere. Proprio a partire da questo nascono coordinamenti
studenteschi, prime espressioni di autonomia che escono dagli schemi
delle organizzazioni classiche in cui si riunivano i giovani studenti
interessati alla vita politica, come la FUCI (Federazione Universitaria
Cattolica Italiana) e le altre organizzazioni emanazione di partiti e di
strutture tese a cooptare i giovani e a inserirli nel circuito partitico
tradizionale.
Mentre gli studenti vogliono rompere con questo moralismo bigotto,
nonché con una scuola autoritaria e un'università funzionale alle
necessità del capitale, nel mondo operaio si evidenzia un bisogno
crescente di uscire dalle gabbie in cui si è rinchiusi, tra barriere
salariali, lunghi orari e pessime condizioni ambientali di lavoro, tra
ipersfruttamento e alienazione della catena di montaggio. Il problema
della casa e dell'accesso ad un pur minimo numero di servizi sociali si
pone inoltre in termini forti.
Questi avvenimenti e questi fermenti contribuiscono anche in Italia allo
sviluppo di una serie di iniziative giovanili e non solo, espressione di
una potenziale radicalità con contenuti rivoluzionari. Non si tratta
solo di lotte rivendicative, come quelle dei braccianti di Puglia e
Calabria, o degli operai e degli impiegati della Fiat; o di occupazioni
temporanee delle università, come a Pisa e Bologna in solidarietà ai
resistenti greci, spagnoli e vietnamiti. C'è in nuce una prima rottura
rispetto alla pratica politica d'opposizione allora in auge - in quel
momento il PCI era il partito egemone all'opposizione - a partire dalle
varie esperienze controculturali, da Mondo Beat, dalle comunità hippy,
dai cosiddetti figli dei fiori, portatori di una visione del mondo
totalmente altra, rispetto a quella egemone: esperienze che anche se
oggi vengono banalizzate, hanno rappresentato qualcosa di importante non
solo per la dimensione qualitativa, ma anche per quella quantitativa. È
stato fatto un censimento rispetto a queste realtà: nel '67, per
esempio, sono stati calcolati in 7mila i/le giovani che in Italia
partecipano a queste iniziative. Sono persone che hanno adottato uno
stile di vita comunitario, alternativo. 30mila in Scandinavia, 26mila in
Francia, 20mila in Olanda, 18mila in Inghilterra e così via; è un
movimento trasversale che attraversa l'Europa e che si pone in termini
di antagonismo radicale rispetto ai valori della società dominante.
Questo tipo di esperienza costituirà poi un elemento significativa
dell'humus in cui cresceranno i movimenti degli anni seguenti.
Le prime occupazioni delle Università
Nel '67 partono le prime occupazioni delle Università: Palazzo Campana a
Torino, Napoli, Cagliari, Lecce, Sociologia a Trento, la 'Sapienza' a
Pisa, Architettura a Roma, l'Università Cattolica di Milano contro
l'aumento delle rette, ed altre ancora. Occupazioni che aprono una fase
totalmente nuova - scavalcando le pratiche correnti dei piccoli gruppi
rappresentativi delle istanze partitiche, proiezioni dell'arco
parlamentare, deputati alle trattative con il Rettorato - a
dimostrazione di una volontà di partecipazione crescente che diventa
presto partecipazione di massa. Tra l'altro lì si formeranno i primi
gruppi dirigenti del Movimento Studentesco e di diversi gruppi
extraparlamentari. A Milano Mario Capanna, leader della lotta alla
Cattolica, viene espulso e si iscrive alla Statale di Milano,
un'università pubblica dove inizierà un altro tipo di percorso, che lo
porterà a guidare il Movimento Studentesco. A Torino si gettano le basi
di Lotta Continua. A Pisa si sviluppa 'Il Potere Operaio'.
Con l'inizio del '68 altre occupazioni si verificano in altre città e
gli studenti cominciano a tessere una ampia rete di collegamenti tra le
varie università. All'inizio dell'anno sono 36 in tutta Italia le
università occupate, a cui si affiancano diverse scuole medie superiori,
mentre si intensifica l'attacco repressivo: a Torino cento studenti
vengono sospesi per un anno dagli esami, a Napoli vengono incriminati
studenti e docenti per l'occupazione dell'aprile '67, a Pisa e a Palermo
la polizia carica violentemente i cortei studenteschi. Si mobilitano
anche i gruppi neofascisti che attaccano le occupazioni e aggrediscono
gli studenti.
Con la contestazione studentesca si sviluppa anche il movimento
femminista: nascono il collettivo Lotta femminista, il gruppo Rivolta
femminile e altri ancora. La lotta nelle università - sostenuta da una
presenza crescente delle ragazze nei livelli alti dell'istruzione -
favorisce il protagonismo delle donne, con la conseguente rimessa in
discussione di ruoli consolidati all'interno della famiglia e della
società. L'importanza della riflessione sul proprio corpo, sottraendola
agli specialisti maschili, si accompagna alla battaglia per la
liberazione sessuale. In questo quadro si comprende l'importanza che
temi come divorzio, aborto, pari diritti e opportunità, parità salariale
assumono nella riflessione e nella mobilitazione delle donne.
L'8 marzo del 1972 a Roma le donne scendono in piazza con tutta la loro
carica di contestazione e la polizia le carica, mandandone diverse in
ospedale. Forte sarà poi l'impegno nel 1974 per respingere il tentativo
di abrogazione della legge sul divorzio e per conquistare il pieno
controllo del proprio corpo, impedito dalle leggi punitive sull'aborto.
Ma sarà con il 1977 che il movimento delle donne esprimerà tutta la sua
vitalità e la sua capacità di mobilitazione e di influenza sull'intera
società, rivoluzionando, di fatto, l'ordine patriarcale esistente.
Le lotte autonome nelle fabbriche
La lotta alla Marzotto di Valdagno nell'aprile del '68 si caratterizza
per il duro scontro tra operai e polizia: 42 operai vengono arrestati.
Alla Falk scendono in sciopero tutti i 13.000 lavoratori, così come a
Bologna i 40.000 metallurgici, i 2.000 operai dei pastifici a Torre
Annunziata e i 7.000 dell'Italsider di Napoli. Alla Rhodiatoce di
Casoria 1.800 operai entrano in sciopero a tempo indeterminato. Poi è la
volta di ferrovieri, tessili, braccianti, calzaturieri, marittimi,
Italcantieri e Pirelli, Italsider ed Eridania, Olivetti; a questi si
aggiungono gli scioperi generali nelle zone terremotate e a Palermo, i
petrolchimici di Porto Marghera, i metalmeccanici. Ad Avola la polizia
spara ed uccide due braccianti, alla Bussola di Viareggio ferisce
gravemente un ragazzo di 16 anni, Soriano Ceccanti, che partecipava alla
contestazione operaia e studentesca del Capodanno dei ricchi e che
rimarrà paralizzato.
Gli scioperi si estendono sempre più, interessando tutte le categorie.
Gli avvenimenti internazionali, con la brutale repressione delle lotte
studentesche messicane che provocano centinaia di morti, la radicalità
del Maggio francese, i colpi di Stato in Brasile e a Panama, la
recrudescenza dell'aggressione USA al Vietnam infiammano ulteriormente
il clima generale.
Si sviluppano le lotte autonome, specialmente a livello di fabbrica, e
soprattutto alla Fiat di Torino.
Prima esistevano dei piccoli gruppi 'eretici' che facevano riferimento
ad alcune riviste tipo "Quaderni Piacentini" e "Quaderni Rossi", riviste
che sviluppavano analisi e dibattito tra i militanti fuoriusciti dal
Partito Comunista e dal Partito Socialista. Nel 1956 infatti l'invasione
sovietica in Ungheria aveva provocato dei grossi contraccolpi
all'interno dei partiti, sia comunista che socialista, come pure nella
CGIL, facendo emergere un confronto durissimo all'interno del quale
prese forza la critica allo stalinismo, che mise in discussione tutta
una serie di appartenenze e di collocazioni, generando forme di
espressione critica, di rilettura, di presa di distanza, di distacco.
Negli stessi anni la rivoluzione culturale cinese era apparsa come una
forza in grado di rivitalizzare non solo l'azione di Mao Zedong e del
partito comunista cinese, ma anche il marxismo-leninismo soffocato dal
burocraticismo e dell'autoritarismo dell'Unione Sovietica. L'azione
delle guardie rosse - così come venne letta da tanti giovani
contestatori - ebbe un effetto dirompente rispetto all'ortodossia
generale dominante da noi grazie all'egemonia del PCI, favorendo la
nascita di piccoli gruppi comunisti italiani, riflesso del maoismo in
tutte le sue varianti.
Queste presenze critiche crescono in sintonia con il movimento che
prorompe, con gli studenti delle università che danno vita alle
occupazioni, con le lotte degli operai delle fabbriche, a partire dalla
Fiat.
L'Italia di quegli anni viene fuori da un grande periodo di immigrazione
interna e non è più quel paese contadino dei primi anni '50. La
ricostruzione del dopoguerra è marcata e forte, lo sviluppo industriale
è particolarmente significativo al Nord dove le fabbriche ora hanno
bisogno di manodopera. Tantissimi lavoratori provenienti dal Meridione,
poco qualificati, vengono immessi all'interno della struttura della
catena di montaggio della fabbrica taylorizzata, basata su tempi di
produzione definiti. Inoltre le grandi fabbriche si trovano in città,
come Torino e Milano, sostanzialmente ostili e poco disponibili
all'accoglienza: alcuni cartelli portano scritto 'Qui non si affitta ai
meridionali' (come oggi c'è scritto 'Qui non si affitta ai marocchini';
fra l'altro i meridionali allora venivano chiamati, oltre a terroni,
marocchini). Questa condizione di emarginazione e subordinazione fa sì
che non sia più possibile pensare ad un comportamento operaio inquadrato
all'interno di strutture sindacali costruite per un altro tipo di
operaio capace di 'fare i baffi alle mosche', come si diceva, ovvero un
attrezzista con una capacità di lavoro manuale elevatissima che
rappresentava quella che in sintesi può essere chiamata l'aristocrazia
operaia, funzionale ai processi produttivi e con una capacità
contrattuale definita. Quelli che arrivano dal Meridione sono invece
operai dequalificati che di fatto mal sopportano la disciplina di
fabbrica, costruita su quell'altra figura operaia e volta a valorizzare
quel tipo di professionalità.
Si genera quindi spontaneamente un meccanismo di rivolta che il
sindacato non riesce immediatamente - e neanche nel medio periodo - a
governare, perché anche il sindacato è costruito su figure professionali
tradizionali. Questa insubordinazione operaia contribuisce a dare
origine a quel grande ciclo di lotte che permetterà la realizzazione di
grandi conquiste, ma che, nel contempo, spingerà capitale e padroni ad
una ristrutturazione complessiva della fabbrica, con l'ingresso di
meccanismi di automazione in grado di fare a meno il più possibile di
forme di lavoro di fatto ingovernabili.
Prendendo vita queste forme di autonomia operaia, tutti quei gruppetti
formatisi in precedenza, quei collettivi studenteschi e universitari che
avevano espresso una loro autonomia e cultura rispetto a quella
dominante e che fino ad allora si erano espressi unicamente sulle
modalità della trasmissione del sapere, su come erano costruiti i piani
di studio, su come si tenevano le lezioni, ecc., ora comprendono che la
lotta non è più una cosa solo studentesca (tra l'altro qualcuno parlava
di potere studentesco rendendo evidente la possibilità che gli studenti
potessero ambire a diventare una nuova 'classe' che avrebbe sostituito i
propri genitori nel governo del paese).
Inizia allora una specie di "andata" alle fabbriche, con la diffusione
di giornali e volantini, con i picchetti ai cancelli che vengono
appoggiati dagli studenti e dalle studentesse. Questa contaminazione fra
gli studenti e gli operai trova in alcuni gruppi una sintesi piuttosto
significativa, soprattutto nel gruppo di Lotta Continua e in Potere
Operaio, che danno vita poi a percorsi particolarmente rappresentativi
del periodo.
Massimo Varengo
https://umanitanova.org/utopie-e-autoritarismi-nel-decennio-1968-1977-prima-parte-relazione-presentata-al-convegno-di-carrara-11-12-10-2025-nell80-della-fai/
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