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(it) Italy, FDCA, Cantiere #42 - DDL stupri: una scelta politica per mantenere il controllo sui corpi delle donne - Stefania Baschieri (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 17 Apr 2026 08:14:19 +0300


In un contesto in cui la violenza sessuale rimane una piaga profonda nel paese, il recente dibattito sul disegno di legge sulla violenza sessuale, noto come DDL stupri, ha sollevato una profonda ondata di critiche da parte di giuristi, associazioni antiviolenza e soprattutto da parte del movimento femminista. Vale la pena ricordare che a novembre scorso alla Camera viene approvato all'unanimità un testo che sostituisce integralmente la formulazione dell'art. 609 bis del codice penale, per legare esplicitamente il reato di violenza sessuale al concetto di consenso libero e attuale, principio già stabilito dalla Cassazione e dalla Convenzione di Istanbul. Tutto questo a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e la Presidente del Consiglio, con grande enfasi, presentò questa cosa come la dimostrazione di quanto questo governo avesse a cuore i diritti delle donne. Peccato però che alla data prevista di approvazione in aula al Senato, la maggioranza decide di bloccare la votazione rinviando l'esame e chiedendo "approfondimenti" sul testo.
Il 22 gennaio in commissione giustizia al Senato la Lega, tramite la senatrice Bongiorno, ha presentato una proposta di emendamento che è stata votata e approvata in Senato il 27 gennaio scorso e questo emendamento ha modificato radicalmente il testo precedentemente approvato all'unanimità, stravolgendone il senso. Nella nuova stesura, infatti, si sostituisce il «consenso» con la «volontà contraria all'atto sessuale», introducendo il concetto di dissenso e riportando il sistema giuridico a una impostazione obsoleta e patriarcale.
È opportuno ricordare ancora come la Convenzione di Istanbul (art. 36), ratificata dall'Italia nel 2013, stabilisce chiaramente che «il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona». Senza di esso, ogni atto sessuale è violenza. Il modello del dissenso, invece, presuppone che la vittima debba dimostrare una "reazione" attiva - urla, spinte, tentativi di fuga - per provare la mancanza di volontà. Questo approccio ignora completamente fenomeni come il freezing, ossia la paralisi psicologica che blocca molte vittime durante l'aggressione, spostando quindi l'onere della prova dall'aggressore alla vittima che si troverebbe a subire, poi, anche il fenomeno della cosiddetta vittimizzazione secondaria, largamente diffusa, e scoraggiando quindi le denunce.
Va detto chiaramente che costruire una legge sulla libertà sessuale partendo dal "no" anziché dal "si" significa continuare a ragionare come se il corpo delle donne - e di chiunque subisca violenza - sia disponibile di default.
Il DDL ignora volutamente una verità elementare: il silenzio non è assenso. Non lo è nella vita quotidiana, non lo è nelle relazioni affettive, e non lo è - o non dovrebbe esserlo - nel diritto penale. Eppure, puntare sul dissenso significa proprio questo: se non hai detto no allora, forse, eri d'accordo.
Il DDL nella sua impostazione sembra dire: "Dimostrami che hai detto no", ma chi lavora nei tribunali sa bene che questo significa processi più difficili, più lunghi, più dolorosi; significa interrogatori che scavano nella vita privata della vittima, nella sua reazione emotiva, nel suo comportamento prima e dopo. Significa in sostanza spostare l'attenzione da chi ha agito la violenza a chi l'ha subita.
È un enorme passo indietro che ripropone un modello maschilista e patriarcale che, peraltro, non tiene conto di quella che è la realtà nei casi di violenza.
Va infatti sottolineato come il dissenso non sia sempre possibile. Non lo è quando c'è un rapporto di potere; quando c'è paura; quando l'aggressore è un familiare, un partner, un superiore; quando la vittima è sotto shock. Eppure il DDL sembra costruito come se tutte le aggressioni avvenissero in un vicolo buio, tra sconosciuti, con un "no" gridato a pieni polmoni.
Mentre altri Paesi europei hanno scelto il modello del consenso positivo, così come esplicitato dalla Convenzione di Istanbul, l'Italia resta ancorata a un paradigma superato. Lì si afferma un principio semplice: ogni atto sessuale senza un sì è violenza ed è legittimo solo se consensuale per tutta la sua durata. Qui invece si continua a ragionare come se la responsabilità fosse della vittima che deve dimostrare di essersi opposta.
In sostanza il nodo del consenso sostituito dal dissenso non è un tecnicismo. È la cartina di tornasole di una visione della sessualità e del potere, è mantenere un'idea di sessualità secondo cui i corpi delle donne, e di tutte le altre soggettività che subiscono storicamente violenza, sono sempre a disposizione a meno che non venga espresso un dissenso. È una scelta politica chiara: mantenere il controllo sistemico sui corpi delle donne.
In ultimo, poi, va evidenziato che il DDL punta molto sull'inasprimento delle pene, dimostrando ancora una volta la visione securitaria di questa maggioranza che pensa di risolvere tutto aumentando le pene senza andare alla radice dei problemi. Ma una società non cambia aumentando dei numeri nel codice penale. Cambia quando si affrontano le radici della violenza, cambia quando si mettono in campo azioni che puntino a un'educazione sesso-affettiva e sentimentale nelle scuole (cosa avversata violentemente da questa maggioranza), quando si fa prevenzione, formazione, cultura del consenso. Tutte cose che questo DDL ignora completamente.

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