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(it) Italy, FDCA - Il Cantiere #10--10: Un immaginario resistente fra tempo e spazio DI Paolo Lago - Francisco Soriano, frammenti, Eretica Edizioni, 2022. (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sat, 24 Sep 2022 10:16:53 +0300


I "frammenti" (così suona il titolo) che costituiscono questa raccolta poetica di Francisco Soriano sono legati fra di loro da un incessante movimento fra spazio e tempo e si uniscono sinuosamente fino a costituire l'aspetto formale di un poemetto il cui ritmo ora accelera, ora, invece, decresce e rallenta. Le stesse poesie appaiono come dei "cocci" (ricordiamo che Catullo chiamava i suoi versi nugae, "sciocchezze" e Petrarca proprio fragmenta, dei "frammenti" in volgare) raccolti lungo un incedere dalle parvenze picaresche, un incedere senza meta che conduce il poeta a un viaggio a metà fra reale e immaginario: "raccolgo i cocci. / mi accorgo / sono poesie" - leggiamo nel primo componimento, che suona quasi come un proemio. Quei cocci raccolti per strada, lungo il cammino, vengono plasmati e riattaccati insieme come in un antico mosaico ricostruito, emerso dai sogni e da un immaginario che non si potrebbe definire altrimenti che resistente. È da questo immaginario che emergono i cocci e il poeta, come un archeologo incantatore, quasi come il Fellini fattucchiere e mago che oniricamente rievoca al cinema il mondo antico del Satyricon di Petronio, li ricuce insieme per creare quel piccolo gioiello che noi lettori abbiamo adesso sotto gli occhi: un poemetto, appunto, costruito solo con lettere minuscole (secondo uno stile che Soriano utilizza anche per i suoi suggestivi interventi su "Carmilla online") che si muove sinuoso come un racconto che attraversa inesorabile, con il suo spirito contemporaneamente esangue e battagliero, una concrezione immaginaria di spazi e tempi.

Il poemetto si muove come il ritmo di una risacca - immagine che ritorna costantemente - in un paesaggio marino che fluttua senza posa di fronte ai nostri occhi. E se nell'immagine della risacca e del movimento del mare vi sono echi montaliani e caproniani, la tessitura dei "cocci" rivela il suo aspetto di "pietra lucente", come il poeta definisce il tempo, e il movimento di una danza, in un altro componimento, avviene "sulla lama di un cristallo". Perché il tempo è un cristallo, come scrive Gilles Deleuze, e da una parte ci può essere scritto "salvi!" e dall'altra "perduti!". E in un paesaggio da apocalisse che troppo assomiglia alla nostra realtà, fra spazi indescrivibili e cristalli di tempo, si muovono i nuovi nomadi della contemporaneità, i migranti, i cui spostamenti si trasformano quasi in epiche gesta scolpite sulle mura di un'era che conosce solo l'adesso e le sue meschinità, dimenticando passati arcani e misteriosi. Questa danza del tempo-cristallo scolpisce, come già accennato, paesaggi marini e mediterranei, mitologici e resi misteriosi dalla presenza di arcani fari e sirene: "E se una volta era maestosa / la speranza / di una terra promessa / gioia incontrastata: / ecco il germoglio, / rami e braccia / a distendere vele, / catturare venti, / selvagge visioni prima del buio, / incandescente avamposto del domani". Paesaggi bellissimi, densi di un fascino misterioso, come leggiamo nel componimento n. 43 "meravigliose quelle barocche luci accecanti / del sud, fra le pietre bianche appena levigate / dall'incudine del sole" - ma inesorabilmente segnati da morte e dolore probabilmente. La poesia n. 44 contrappone infatti a quelle "meravigliose luci barocche del sud" l'immagine terribile degli immigrati annegati nel canale di Sicilia, una tragedia che troppo spesso si ripete nell'indifferenza mediatica che avvolge la contemporaneità. Da quella bellezza del sud emergono grida e voci di chi sta morendo ed essa per noi occidentali, ormai, è ricoperta di sangue innocente: "il putrido afflato dell'ipocrita che piange nell'infamia di / uno schermo televisivo. / sommerse le mani / fra ali rossicce e petali rigonfi di morte / erano occhi, / erano palpebre, / erano polpastrelli di donne e di uomini". Di fronte a queste tragedie, l'innocenza del passato si è perduta, anche semplicemente leggendo, ad esempio, un classico come l'Eneide: come nota Maurizio Bettini nel suo saggio Homo sum, al giorno d'oggi non è più possibile leggere il brano relativo al naufragio, di fronte a Cartagine, di Enea e dei suoi compagni, emigranti da Troia in fiamme, senza pensare agli odierni naufragi di tanti migranti che spesso non vengono neppure salvati.

A fronte di un tempo che fluisce continuamente, immerso in un movimento di resistenza allo scontato ordine del qui e ora che tutti ci inchioda, anche lo spazio non può più essere avvolto da aloni di fantasie ormai lontane e desuete. Anche lo spazio deve essere intriso di un nuovo e inedito immaginario resistente: "e poi gli spazi. / nella voce / giardini senza incanto / pelle e guscio, / fiori invernali, / né fiabe di stupidi principi. / lo spazio è questa insonnia: / l'oscura trama, / buia, / l'ordito notturno del non-domani, / della vita / scandita dal rauco respiro, / giorno e notte". Perché, come scrive lo stesso Soriano in una nota finale dell'autore (Nota finale dell'autore: poesia, questa sconosciuta), "è auspicabile che la poesia si immerga nella realtà, la decifri e combatta anche strenuamente". Ma per farlo non deve certo lasciarsi andare a aride e oggettive analisi. Rimane pur sempre poesia la quale, secondo l'autore, "non è soggetta a nessuna forma di commento e autopsia". La poesia dovrebbe quindi ricreare un immaginario resistente foriero di nuovi sogni che sia comunque immerso nella realtà. Perché è solo agendo nella realtà che il movimento incessante di un nuovo immaginario libero e liberato può dischiudere nuove forme di resistenza e di universi alternativi, come quelli che stupendamente ci offre la poesia di Francisco Soriano.
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Tratto da Il Cantiere n. 10 Settembre 2022

Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici

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