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(it) Italy, FDCA: Il Cantiere anno 2022 n. 8 - MATERIALISMO STORICO 30 GENNAIO 1953 (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 10 May 2022 09:11:20 +0300


Estratto dalla Minuta della lettera di P.C. Masini a S. Angelini, Cerbaia Val di Pesa, 19 gennaio 1953, in Archivio Biblioteca Franco Serantini. Ora in "Gruppi Anarchici D'Azione Proletaria - Le Idee. I Militanti, L'Organizzazione" Volune primo pag. 767. BFS EdioniPantarei. ---- P.C.Masini ---- Tu dunque anzitutto scrivi: ---- "Sono gli anarchici d'accordo con la concezione materialistica della storia Historischer Materialismus? Se no, come si può combatterla? Io istintivamente sono contrario (non ne so molto, so solo che dicono che tutto ha un motivo ursache* economico) perché penso che anche fattori come il senso della "potenza" (Macht, Power) abbiano avuto influsso sulla storia, fatta da uomini e non da idee. Gli uomini fecero la storia, spesso in nome di ideali ecc., ma pur la fecero loro, anzi, più esatto, furono pochi uomini che decisero le sorti di popoli interi." Il quesito può essere così suddiviso:
1) Che cos'è il materialismo storico? E subordinatamente: a) il materialismo storico spiega tutta la storia con ragioni d'ordine economico? b) Non considera altri fattori, come, ad es., il senso della "potenza"? c) l'elemento umano della volontà è, secondo il materialismo storico estraneo alla determinazione del processo storico?
Gli anarchici accettano o rifiutano la concezione materialistica della storia? Ho posposto la domanda che tu avevi avanzata per prima, perché logicamente non si può rispondere ad essa, se prima non si evadono le domande che io ho posto al n. 1.
1) Il materialismo storico è una dottrina, una teoria, un principio, ma sopratutto una "visione delle cose del mondo", una concezione della vita, una Weltanschauung. In questo senso essa è una filosofia, anche se di fatto essa segna la morte della filosofia, tradizionale, astratta, di tutte le filosofie che lo hanno preceduto. L'origine storica del materialismo storico è legata al fecondo incontro di due correnti di pensiero: lo storicismo e il materiali-

smo. Questo incontro si realizzò nella cultura europea, nel campo rivoluzionario della cultura europea, nei più efficienti cervelli che allora la rappresentavano, nella prima metà del secolo XIX. Lo storicismo preannunciato in Italia da G.B. Vico (1668-1774), elaborato e formulato dallo Hegel (1770-1831), costituì una reazione al razionalismo astratto del secolo XVIII che proclamava alcune "verità" e faceva di esse il metro per misurare tutta la storia, per rifiutare infine tutta la storia che aveva proceduto la scoperta intellettuale di queste "verità". Lo storicismo invece scopriva la razionalità nello stesso sviluppo dei fatti storici, nel loro obiettivo effettuarsi, identificava la razionalità con la realtà stessa. Il materialismo era l'altra corrente di pensiero che dopo essere passata attraverso la sua "infanzia" durante la quale aveva finito per porre la materia come una entità metafisica, dallo storicismo apprendeva la dialettica, e quasi in contropartita, liberava la storicismo da ogni involucro idealista. (Questa sommaria esposizione è insufficiente a comprendere il contenuto delle due correnti di pensiero, ma serve a inquadrare la genesi del materialismo storico, che e appunto storicismo ma storicismo non idealista, che è materialismo, ma materialismo dialettico. Leggi alcuni capitoli del "Antiduhring" di F. Engels per impadronirti dell'argomento e qualche manuale moderno della filosofia contemporanea). Il materialismo storico va inteso come: a) metodo di interpretazione storica che lega lo sviluppo storico al succedersi di modi di produzione e quindi al moto di classi che su questi modi di produzione fondano la loro esistenza, poggiano i loro rapporti, de-

rivano le loro stesso contraddizioni. Di qui la Weltanschauung del materialismo storico. b) teoria rivoluzionaria di una classe, la classe lavoratrice, che mentre scopre la realtà, batte anche sul piano della lotta culturale e politica, le filosofie che sono il prodotto della classe nemica, che sono la giustificazione dell'egemonia della classe nemica nelle varie fasi del suo sviluppo, la sua arma di difesa e di offesa politico-culturale. Sul primo punto noto il tuo dissenso: che è il dissenso di quanti non conoscono o conoscono per sentito dire, i principi del materialismo storico. Secondo quanto tu affermi sembrerebbe infatti che il materialismo storico asserisse semplicemente che lo sviluppo storico ha una sola immediata, automatica, evidente ragione: lo sviluppo economico, l'economia. Questo dicono i critici del marxismo del calibro di Consiglio e di Damiani. Essi che pur scrivono il nome di Federico Engels con la H maiuscola (Hengel) (una volta Voltaire ricevette dalla maresciallo del Lussemburgo una lunga lettera di critica alla tragedia Oreste che egli aveva scritto e fatto rappresentare; egli rispose con cinque parole: "Oreste si scrive senza H")

prova della loro incommensurabile vanità una certa voluttà a ergersi a critici, facili critici di Marx. Essi muovono al materialismo storico delle obiezioni così facili che le poderose meningi di Marx e di Engels non tralasciarono certo di proporsi, per concedere a Damiani e Consiglio la possibilità di sconvolgere con quattro righe tutto il loro sistema. Gli è che non solo Damiani e Consiglio oggi, ma da quasi un secolo uomini ben più dotati, hanno avanzato delle riserve sulla validità del materialismo storico, come

spiegazione del processo storico sulla base della successione e dello scontro dei modi di produzione. Non starò qui a farti la storia del revisionismo marxista. Dirò solo che i revisionisti e i critici hanno troppo incautamente semplificato e schematizzato le idee di Marx (e molti seguaci hanno prestato materia a questa deformazione) per poterle poi agevolmente seppellire sotto le osservazioni del buon senso e sotto un ammasso di luoghi comuni.
A questo punto mi devo servire di alcune citazioni perdimostrare che la concezione materialistica della storia è si economicistica, ma non grettamente e angustamente economicistica, come i nostri critici vorrebbero. Mi servirò di due testi, i cui autori furono elaboratori e divulgatori
del materialismo storico: Antonio Labriola (1843-1904) La concezione materialistica della storia (ultima edizione curata dall'autore, Roma 1902); Gior-
gio Plechanov (1856-1918), Le questioni fondamentali del marxismo(1908). Questi due autori furono, a loro scredito, dei detrattori dell'anarchismo, ma basta leggere i loro scritti al riguardo per capire come questi siano dei pretesti polemici che non legano con il nerbo della loro opera e che si distinguono, per il loro basso livello scientifico, a confronto della loro opera complessiva. Ciò non toglie appunto che questi due scrittori fossero i più qualificati per riassumere ed esporre il pensiero di Marx e di Engels, anche se all'epoca della pubblicazione dei loro saggi, più sopra citati, non tutti gli scritti di Marx e di Engels fossero noti (fra questi ricordo l'Ideologia tedesca scoperta nel 1920 dal Riazanov; opera che tuttavia conferma la nostra interpretazione del marxismo).
Parto da una osservazione del Labriola (op. cit. III): ". . . nella nostra dottrina non si tratta più di ritradurre in categoria economiche tutte le complicate manifestazioni della storia, ma si tratta di spiegare in ultima istanza (Engels) ogni fatto storico per via della sottostante struttura economica (Marx): la quale cosa importa analisi e riduzione, e poi mediazione e composizione".
Attorno a questa osservazione il Labriola ne conduce molte altre che qui riassumo:
1) 11 rapporto fra una manifestazione della storia (un fatto, una idea, un fenomeno) non è sempre evidente; va ricercato, accertato (e talvolta non è neppure materialmente possibile accertarlo).
2)
Questo stesso rapporto non è immediato: cioè la manifestazione non è determinata ipso-facto, meccanicamente, da una condizione economica. C'è una mediazione di fattori politici e ideologici e psicologici. 11 rapporto è appunto mediato. 3) Non esiste obbligatoriamente una coscienza, una consapevolezza di questo rapporto in coloro che ne sono attori (ad esempio, la Riforma ebbe alla sua base delle determinanti economiche che non erano peraltro acquisite ai suoi protagonisti, singolarmente presi).
4) L'elemento "volontà" come fattore storico non è bandito dalla concezione materialistica della storia, ma è compreso nella storia stessa.
Aggiunge il Labriola: "Per noi sta, cioè, indiscusso, il principio, che non le forme della coscienza determinano l'essere dell'uomo, ma il modo di essere appunto determina la coscienza (Marx). Ma queste forme della coscienza, come sono determinate dalle condizioni di vita, sono anch'esse la storia".
Ma ritorneremo su questo argomento. Passiamo al Plechanov.
Nei suoi saggi egli risponde a coloro che accusavano di "unilateralità" e di "automatismo" la concezione materialistica della storia.
"Tutto ciò che è stato sinora detto dai
`critici' di Marx sul preteso carattere unilaterale del marxismo e sul suo sedicente disprezzo per tutti i `fattori' dell'evoluzione sociale che non fossero il fattore economico, deriva semplicemente dall'incomprensione del compito che Marx ed Engels riservano all'azione e alla reazione reciproche tra la `base' e la `superstruttura". Il Plechanov illustra quindi l'importanza data da Marx ai fattori politico e ideologico. E a proposito della pretesa "unilateralità», il P.[Plechanov]cita un brano di una lettera di Engels a Bernstein:
"Lo sviluppo economico, giuridico, filosofico, letterario, artistico, ecc. poggia sullo sviluppo economico. Ma tutti reagiscono, insieme e separatamente l'uno sull'altro e sulla base economica."
A proposito del preteso "automatismo" ecco un altro brano di una lettera di Engels:

"Non esiste dunque un effetto automatico della situazione economica,` come alcuni amano raffigurarsi per comodità. Sono gli uomini che fanno la loro storia, ma in un dato ambiente che li condiziona (in einem gegebenen, sie bedingenden Milieu). Fra questi ultimi, i rapporti economici per quanto potente sia l'influenza esercitata su essi da altri rapporti d'ordine politico e ideologico, sono tuttavia quelli la cui azione è in fin dei conti decisiva e che costituiscono il filo conduttore che permette di comprendere l'insieme del sistema".
Ed ora basta con le citazioni. Se vuoi, leggi le due opere citate. Per giungere ad una tua successiva doman-
da, voglio fare io ora. una osservazione: che la storia è un tessuto di fenomeni collettivi. Anche quando si hanno manifestazioni individuali (prendi ad esempio la tirannide e il tirannicidio) gli individui regi-
strano, esprimono, estrinsecano delle spinte di carattere collettivo. Le manifestazioni individuali pure sono degli "arbitri" e vengono polverizzate sin dal loro nascere e estromesse dal processo storico generale come manifestazioni patologiche e cerebrali (vedremo più avanti).
Ecco appunto la "volontà di potenza" e la "libidine di potere" e lo "spirito di usurpazione", come vuoi chiamare queste tendenze. Essi sono dei dati psicologici, non congeniti per carità anche se ereditari (se fossero congeniti bisognerebbe credere al peccato originale!), sono dei dati psicologici formatisi in una società-giungla quale è la società divisa in classi.
Queste tendenze tuttavia si attuano, prendono consistenza e rilievo storico nella misura in cui esse cessano di essere delle spinte individuali, interpretano una tendenza collettiva qual'è la tendenza di una classe a conquistare l'egemonia nella società oppure la tendenza di un gruppo a conquistare l'egemonia all'interno di una stessa classe. Senza questa compenetrazione con un fatto collettivo, senza questa inserzione nel processo storico, esse restano puri vaneggiamenti di superuomini sconfitti (Hitler e Mussolini potranno soddisfare il loro bestiale istinto di potenza solo mettendosi al servizio di un movimento reazionario della borghesia, mettendosi alla testa di questo movimento storicamente ineluttabile anche senza Hitler e Mussolini, e fruendo della sua spinta).
Ma a prescindere dalla "volontà di potenza" che è la volontà posta al servizio antisociale del dominio di una classe su un'altra classe, esiste la volontà in se stessa, senza specificazioni. Ora la volontà è bandita dal processo storico secondo la concezione materialistica della storia? No, assolutamente.
Cito Labriola (op. cit. v). "... è, invece, priva di qualsiasi fondamento quella opinione, la quale mira alla negazione di ogni volontà, per via di una veduta teoretica, che vorrebbe sostituito al volontarismo, l'automatismo: anzi questa è al postulato una semplice e schietta fatuità ..."

Come vedi l'accusa di "fatalismo" alla concezione materialistica della storia è senza fondamento, è una nequizia polemica. Nel 1845 Marx, nella terza tesi su Feuerbach, scriveva:
"... se, da un lato, gli uomini sono il prodotto dell'ambiente, questo, d'altra parte, è modificato precisamente dagli uomini". Insomma struttura (condizioni reali di fatto) e sovrastruttura (volontà) compongono e sviluppano il processo storico solo reagendo l'una sull'altra. E il processo storico procede attraverso il contributo e l'intervento della volontà nello stesso, di quella volontà specificata (non della volontà astratta) che d'altra parte non può che intervenire, poiché a questo scopo essa è formata.
Questo il nucleo essenziale del concetto di praxis su cui i teorici del materialismo storico tante volte ritornano. Ed anch'io, modestamente, dovrei trattenermici a lungo per illustrarlo, ma preferisco rinviarti come ad una introduzione a questo studio all'opuscolo edito dai GAAP "Lettura di Gramsci". Infatti il Gramsci dà del materialismo storico la interpretazione più conseguente e sviluppa una vigorosa critica contro le deformazioni meccanicistiche e fatalistiche dello stesso, senza tuttavia slittare sul piano del più banale revisionismo umanistico.
Per concludere noi non siamo né dei volontaristi né dei fatalisti: siamo dei materialisti.
Ed i materialisti valorizzano la volontà, come coefficiente inevitabile e necessario del divenire storico, mentre svalutano l'arbitrio che è l'antistoria stessa.

Chi, ad esempio, difende oggi il principio dello Stato nazionale sovrano, superato dallo stesso sviluppo storico del capitalismo nella fase imperialistica, compie un "arbitrio", è un nostalgico, è fuori della storia; chi ancora nella attuale società divisa in classi invece di poggiare il moto di liberazione sociale sulle lotta emancipatrice del proletariato contro la borghesia, si fa banditore di un umanesimo agnostico di fronte alla lotta di classe, negatore dell'esistenza stessa delle classi, agita un motivo inattuale che per questa sua inattualità ed astrattezza si risolve in un freno per il movimento effettivamente e concretamente "umanistico" del proletariato, della rivoluzione proletaria in atto. In entrambi questi casi non si tratta dunque di "volontà"; si tratta di "arbitrio" ed è giusto che questi arbitri vadano a cozzare e a infrangersi sugli scogli delle condizioni obiettive, è giusto che la storia faccia giustizia di queste astrazioni, liquidandole e riducendole a marginali anomalie.
Tu mi dirai ora se con ciò noi giustifichiamo tutto ciò che storicamente "accade" e se con questo rinneghiamo il nostro stesso impegno rivoluzionario, inteso a rovesciare ciò che è, a negare tutti gli accidenti dalla presente società. Se noi giungessimo a siffatte conclusioni reazionarie non avremmo capito niente della concezione materialistica della storia e d'altra parte non potremmo spiegare come questa concezione è da un secolo il motore di tanti progressi umani. Noi cadremmo in un malinteso storicismo, che molte volte favorisce in chi ne è vittima pericolose involuzioni retrive. Certi pessimi alunni della scuola storicistica infatti dimenticano che la società e con essa la storia ha delle tendenze di sviluppo e chi vuol progredire con la storia stessa, deve porsi diciamo sull'onda di questa tendenza di sviluppo. Per noi ad esempio l'anarchismo interpreta una tendenza di sviluppo della società che nega il capitalismo, che nega e tende a superare lo stato capitalista: fenomeni che anch'essi hanno avuto ed hanno tuttora una loro tendenza di sviluppo che tuttavia noi, nel momento stesso in cui ne giustifichiamo storicamente la presenza e in grazia di questa giustificazione, dobbiamo combattere e contrastare. Perché solo nella misura in cui noi contrastiamo, cioè sollecitiamo questo sviluppo con la nostra azione offensiva esso si attua in quanto è parte di un processo, che procede solo con il concorso di tutti i suoi elementi. Non si tratta, bada bene, di favorire direttamente il decorso di un fenomeno, agevolandolo e istradandolo (come se ad esempio il proletariato dei paesi metropolitani favorisse la pur inevitabile espansione capitalista nelle colonie) ma di contribuire alla maturazione e quindi alla morte di quel fenomeno, attraverso la nostra stessa resistenza, attraverso la nostra reazione al fenomeno stesso, poiché questa resistenza e questa reazione non sono prodotte da un atto esterno della volontà pura ma generata dallo stesso processo storico perché adempiano al loro ruolo contraddittorio. Credo di aver spiegato il mio pensiero e di aver soddisfatto la tua domanda. Potrai completare la risposta con le letture indicate.
Passo alla secondo domanda: Gli anarchici rifiutano o accettano la concezione materialistica della storia?
Rispondo: se il movimento anarchico è come è un movimento rivoluzionario della classe lavoratrice non può che accettare la concezione materialistica della storia.
La dimostrazione si può dare in sede teorica e in sede storica.
In sede storica possiamo citare:

1) Il pensiero di Bakunin. Bakunin non fu un teorico puro ma se dovessimo collocare il suo pensiero in una corrente del secolo scorso, non potremmo che collocarlo nella corrente del materialismo storico. Per la sua polemica contro l'idealismo di Mazzini ed anche di Proudhon, per i suoi riconoscimenti dell'insegnamento di Marx dal quale sul terreno del materialismo storico tenne a dichiarare reiteratamente il suo consenso, con la stessa franchezza con cui dichiarava il suo profondo dissenso sul problema dell'organizzazione, sul problema dello Stato, sul problema della tattica rivoluzionaria. Potrei citare a proposito almeno una dozzina di documenti, sufficienti a confondere ad esempio i redattori della rivista "Volontà" che recentemente sotto il titolo "Bakunin contro Marx" (un titolo la cui trivialità eguaglia quella degli stalinisti che recentemente hanno pubblicato un opuscolo contenente alcuni scritti di Marx sotto il titolo "Contro l'anarchismo", dimenticando che quegli scritti hanno valore polemico ma hanno scarsissimo valore teorico e nessun valore critico) pubblicato senza introduzione, senza note, senza richiami bibliografici una serie di frammenti bakuniniani affastellati alla rinfusa, senza alcun criterio di seria documentazione. Bada bene, con questo noi non rinneghiamo una parola della critica di Bakunin al marxismo, ma riteniamo doverosa una certa onestà intellettuale nell'esame della controversia tra Marx e Bakunin.

2) Il pensiero dei discepoli di Bakunin. Ne ricordo due soli, italiani: Carlo Cafiero e Emilio Covelli. Nessun dubbio che essi furono due materialisti coerenti, che per l'epoca in cui vissero assorbirono abbastanza bene i principi di una concezione materialistica della storia. Mi dispenso dal produrre documenti, poiché andrei troppo in lungo.
3) 11 pensiero di Malatesta meriterebbeunaindaginelungaeattentanelle varie fasi, poiché questa analisi proverebbe senza ombra di dubbio che al fondo del suo pensiero c'è un orientamelo materialista. Sul "Libertario" in "Periodica" apparve una mia nota in proposito. Scriverò ancora sull'argomento, e sull'IMPULSO appariranno le prove in merito (vedi il breve brano pubblicato sull'ultimo numero).
4) Alcune affermazioni molto ardite di Fabbri ("Sarebbe erroneo prendere il marxismo come un termine di differenziazione tra l'anarchismo e il socialismo. Si potrebbe essere teoricamente anarchico e marxista. . . Infatti, teoricamente, non v'è stata sempre assoluta incompatibilità, nelle idee dei vari scrittori socialisti ed anarchici, fra anarchismo e marxismo". Cfr. "Dittatura e rivoluzione" pp. 162-3) e di Berneri ("Il materialismo storico, il sistema ideologico più fecondo di verità». Cfr. Saggio su Carlyle, recentemente ripubblicato su "Volontà").
Si può obiettare che molti anarchici sono di fatto dagli idealisti. A parte il fatto che questo preteso idealismo degli anarchici è nella maggior parte dei

casi un atteggiamento sentimentale che niente ha a che fare con le teorie, esso in quanto ha contagiato alcuni settori del movimento anarchico italiano ha ridotto all'impotenza questi stessi settori, li ha liquidati come frazioni del movimentò rivoluzionario. Nessun dubbio per noi che quei settori del movimento anarchico italiano che si sono lasciati inquinare e si lasciano ogni giorno sempre più inquinare dall'idealismo, filosofia borghese (vedi episodio di Zaccaria per la morte di Croce, massimo esponente dell'idealismo come filosofia della borghesia; vedi la canonizzazione dello stesso Croce sulle colonne di UN; vedi tutta la polemica contro i GAAP che è pregna di idealismo) sono spacciati per la causa rivoluzionaria del proletariato.
Andiamo avanti.
Dire che la concezione materialistica della storia è propria dell'anarchismo come movimento rivoluzionario della classe lavoratricenonvuoldireche noi accettiamo il marxismo come teoria politica. Anzi proprio in nome della concezione materialista della storia, noi rifiutiamo certi principi della dottrina marxista. Siamo qui in sede dimostrazione teorica non solo della conciliabilità, ma piuttosto della consanguineità della concezione materialistica della storia con i principi che costituiscono l'anarchismo, che giustificano la sua autonomia politica dai movimenti marxisti. (E infatti, la nostra differenziazione dal marxismo avvenne proprio in un periodo, in cui i militanti anarchici si ispiravano tutti e senza esitazioni al materialismo storico).
Tre mi sembrano i principi essenziali dell'anarchismo:
1) L'organizzazione politica (il movimento anarchico ) è non un prius ma un posterius di fronte alla classe lavoratrice: non è un prima è un dopo. Su questo piano gli anarchici valorizzano la classe, i suoi interessi generali, le sue aspirazioni universali di fronte al "partito" hanno sempre polemizzato con le tendenze superpartitistiche, burocratiche, centralizzatrici nel movimento operaio. Proprio in nome del materialismo essi oggi criticano la idealizzazione del "partito" come gruppo eletto di ideologi e di politici illuminati (Cfr. le "Tesi sui rapporti fra organizzazione rivoluzionaria e masse, popolari").
2) Antiparlamentarismo, antielettoralismo, antilegalitarismo. Gli anarchici sostennero sempre, in omaggio ai principi del materialismo storico (Cfr. opuscolo di E. Malatesta, "Il movimento operaio e la tattica elettorale") che sono le condizioni economiche che determinano le politiche e non viceversa e che nelle condizioni e nei rapporti economici bisogna operare in senso rivoluzionario, e non già deviare l'azione di classe sul piano infecondo della vecchia politica borghese.
3) Antistatalismo in rapporto al problema del potere. Gli anarchici polemizzando contro la metafisica del potere e sostenendo la necessità di conquistare con azione diretta il potere reale (tutto il potere alle organizzazioni popolari di massa) opposero una concezione materialistica sana all'idealismo dello "Stato operaio" ed al "potere transitorio". Proprio Cafiero nella sua lettera ad Engels del giugno 1872, scriveva: "Tutti vogliamo conquistare, o meglio, rivendicare il capitale alla collettività, e all'uopo si propongono due modi diversi.

Gli uni consigliano un colpo di mano sulla rocca principale, lo Stato, caduto la quale in potere dei nostri, la porta del capitale sarà aperta. a tutti; mentre gli altri avvisano di abbattere tutti insieme ogni ostacolo, e d'impossessarsi collettivamente, di fatto, di quel capitale, che si vuole assicurare per sempre proprietà collettiva.
Io sono schierato coi secondi, mio caro . . . E voi, buon materialista, come potete essere coi primi? La teoria delle circostanze determinanti, che voi all'occasione sapete cosi bene sviluppare, non giunge a determinare nel vostro spirito il dubbio sulla natura dell'opera che voi compireste una volta insediato al potere costituito?".
Perciò, caro Angelini, la concezione materialistica della storia, detta anche filosofia della prassi, è la nostra "filosofia" (e quale altra, ti domando, potremmo assumere per nostra?). Del resto come hai veduto, abbiamo le carte in regola col passato e col presente. Anche col presente, perché questa concezione ci è guida sicura non solo nelle lotte contro i nemici di classe, non solo nella nostra critica dei marxisti ufficiali odierni, ma anche per rispondere a tanti quesiti, che la realtà ci pone.
Uno per conto della realtà, ne poni tu stesso: "sono in polemica con i trotzchisti, e se vinco, la
loro gioventù passa dame.
Sono già malcontenti, e ideologicamente mal preparati. Però
io dovrei essere più preparato, specialmente nel combattere il trotskismo. Sai consigliarmi?".
Penso che sia perfettamente inutile polemizzare con i trotskisti sul tema della concezione materialistica della storia, anche se da questa concezione giusta ma male applicata derivano molti dei loro errori. È più opportuno attaccarli sul terreno politico. Come saprai essi: a) non considerano l'URSS uno stato capitalista e imperialista, ma uno stato socialista degenerato, nel quale su una base economia socialista si è elevata una casta burocratica; b) sostengono la necessità di difendere l'URSS ossia la sua pretesa struttura socialista, contro gli USA, fino alla guerra.
Non ti sarà difficile batterli su questo terreno, dimostrare che l'URSS è uno stato capitalista e imperialista, sostenere che la posizione del proletariato mondiale in caso di guerra non è quella dell'intervento a favore dell'uno o dell'altro belligerante, ma quella della solidarietà internazionale e del disfattismo rivoluzionario su tutti i fronti. (N.B. Questa critica va bene se si tratta di trotskisti ortodossi, aderenti alla IV internazionale. Se si tratta di trotskjsti dissidenti ce ne sono qua e là allora bisogna conoscere le loro particolari posizioni, per poterle sottoporre a critica).
Per spiegare il capitalismo dell'URSS (i cui caratteri esterni sono così diversi da quelli tradizionali) credo che si possa azzardare la seguente tesi: È un principio del materialismo dialettico questo: ogni cambiamento di quantità finisce di provocare un cambiamento di qualità (cfr Engels, Antiduhring). Alla fine del secolo XVIII l'invenzione delle macchine, l'aumento della produzione in tutti i campi, la formazione di un più vasto mercato furono cambiamenti quantitativi che si risolsero in un grande salto qualitativo: la nascita del capitalismo moderno e il definitivo tramonto dell'età feudale, la formazione della classe operaia, la lotta di classe. Fu un cambiamento qualitativo dei modi di produzione in seguito ad alcune scoperte tecniche che provocò quei grandi cambiamenti qualitativi.
Oggi assistiamo forse ad un'altra svolta: la introduzione di un sistema di organizzazione della produzione dello scambio e del consumo, l'economia pianificata (che è anch'essa una scoperta tecnica) è un cambiamento qualitativo nei modi di produzione che sta producendo un corrispondente salto qualitativo: dallo stato borghese tradizionale si sta passando dovunque allo stato capitalista di carattere funzionale (cfr. tesi sulla liquidazione dello Stato, differenza tra stato strumentale e stato funzionale). Questo salto non attenua ma aggrava le contraddizioni di classe all'interno della società moderna. L'URSS inserita come parte integrante nella società internazionale che sta producendo questo fenomeno, mi sembra un momento ad esempio del fenomeno stesso.

*motivo causa (in tedesco)
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