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(it) cub.it: Operatore racconta la vita nel Cpr di via Corelli a Milano: "Persone trattate come bestie feroci"

Date Wed, 23 Jun 2021 07:44:48 +0300


Rassegna stampa Cub Immigrazione ---- Lunga lettera scritta da una persona che ha lavorato lì dentro e poi ha deciso di denunciare tutto agli attivisti di Mai più lager - NO ai CPR ---- Le persone chiuse dentro il Cpr di via Corelli vivono in condizioni indegne. La vita all'interno non è paragonabile nemmeno al carcere. Al di là del fatto che l'unica colpa di chi è trattenuto nel Centro di permanenza per i rimpatri è quella di non avere documenti in regola per restare in Italia. L'ultima testimonianza sulla gestione lacunosa della struttura arriva da una lettera di un operatore che in via Corelli prestava il suo servizio.
La lettera è stata pubblicata dagli attivisti di Mai più lager - NO ai CPR, gli stessi che nei giorni scorsi avevano condiviso un video girato all'interno della struttura da un ospite: si vedeva un lunga scia di sangue misto ad acqua sul pavimento di un cortile. Dalla lettura della missiva è evidente come le condizioni di lavoro per gli operatori siano proibitive. Così come le condizioni di chi è rinchiuso contro la sua volontà. Perfino le forze dell'ordine avevano criticato la gestione del centro e la sua pericolosità.

Rivolta al Cpr di via Corelli a Milano
Lettera di un operatore del Cpr di via Corelli
Nella lettera, ricevuta dal gruppo qualche tempo fa, l'operatore racconta diversi episodi che ben semplificano lo stato delle cose. Ma dall'incipit del testo il suo giudizio è netto: "Il Cpr - scrive - è una prigione, però non si può dire, si deve dire Centro di permanenza per il rimpatrio. E non si può dire prigionieri, e neanche detenuti, bisogna dire trattenuti. Se no probabilmente la cosa diverrebbe inaccettabile. Qualcuno dice anche ospite... Questa mi sembra la peggiore. Fuori di lì nessuno sa cos'è, questo anche fa impressione".

"E ho notato - prosegue - che la maggior parte della gente che ci lavora, forze dell'ordine comprese, cominciano a pensare che 'qualcosa devono pur aver fatto, per essere qui'. Perché, se invece pensi che sono degli innocenti a essere trattati così, staresti troppo male. Vengono portate al Cpr anche persone straniere che escono dal carcere dopo aver scontato la loro pena, e ci si domanda: perché devono subire ancora mesi di reclusione? Alcuni poi non verranno rimpatriati perché non ci sono accordi coi paesi di provenienza. Allo scadere dei tre mesi (o più) verranno messi in strada con un documento che gli impone di lasciare l'Italia entro sette giorni. Senza soldi, senza passaporto".

Meglio il carcere del Cpr
"Chi è stato in prigione dice che si stava meglio lì, c'era la palestra, la biblioteca... Le condizioni igieniche erano migliori. Qui i ragazzi - rivela l'ex operatore - vengono spogliati all'arrivo di ogni effetto personale, del cellulare, e non hanno niente da fare tutto il giorno se non parlare e dormire e guardare la televisione in italiano. Il telecomando però non è in loro possesso, devono chiamare un operatore per cambiare canale. Chiamare, come si fa? C'è un citofono mal funzionante - spiega - oppure si possono dare pugni o calci alla porta di acciaio che fa un bel rumore. A volte però non abbastanza forte da essere sentito. Quando gli si dice, all'arrivo, se hai bisogno chiama, gli si dice una bella frase rassicurante ma che poi risulta falsa".

"Gli arrivi sono strazianti: i ragazzi, che già hanno fatto il viaggio in barca e la quarantena su una nave, sono in viaggio da tutto il giorno, hanno aspettato ore sul pullman, vengono fatti spogliare completamente e rivestiti con indumenti (di pessima qualità) dati dall'ente gestore. Questo - specifica l'operatore - è durato circa tre mesi, dopo di che il garante ha dichiarato illegale questa procedura. Allora adesso gli dicono, se vuoi puoi tenere i tuoi vestiti ma li devi lavare tu. Quello che sfugge alla polizia viene tolto in ambulatorio dal medico: un anello, il piercing per fortuna non è venuto via e glielo hanno lasciato, le lenti a contatto (perché la scatolina potrebbe essere pericolosa)... Quando il ragazzo si toglieva le lenti - ricorda e descrive - veniva da piangere anche a me, pensavo, ma dove sono?".

Non sono garantiti i diritti base come la salute
"I ragazzi a volte piangono, davanti a tutti, hanno pagato tanti soldi per il viaggio e rischiato la vita e non capiscono perché adesso siano qui. Al medico che si informa sul loro stato di salute, chi ha qualche malattia spiega tutto per filo e per segno nella speranza di essere curato. È pietoso - scrive il testimone - vedere come raccontino i loro problemi senza sapere che non verrà fatto assolutamente niente per curarli. Al massimo gli si darà qualcosa per il mal di denti o mal di testa. Solo in casi proprio gravi la persona è stata mandata in ospedale e dichiarata l'incompatibilità con la detenzione".

"A ciascun nuovo arrivato - riferisce - viene data una coperta (se c'è'), delle lenzuola di carta (la federa è impossibile da mettere perché non scivola sul cuscino dì gommapiuma) che si rovinano dopo un giorno, un asciugamano (se c'è), un giubbotto, una tuta più un'altra per dormire, un paio di mutande, un paio di calzini cortissimi, uno spazzolino da denti e dentifricio, tre bustine di sapone shampoo, delle ciabatte di plastica e delle scarpe di plastica".

"I primi hanno ricevuto indumenti nuovi, gli altri poi usati. Anche le mutande e calzini tutti macchiati, gli asciugamani tagliati, le felpe bucate o senza cerniera. Niente rasoio, per radersi si deve aspettare un operatore che abbia il tempo di stare li. Il risultato - prosegue la missiva di denuncia - è che tutti hanno la barba lunga. Il cambio avveniva una volta alla settimana. Quando si è fatto notare che una volta era troppo poco hanno fatto due volte alla settimana: lunedì la tuta, giovedì le mutande. Nei primi tempi i prigionieri sono stati per tre settimane senza coperte, e faceva freddo".

https://www.cub.it/index.php/199-rassegna-stampa/14652-operatore-racconta-la-vita-nel-cpr-di-via-corelli-a-milano-persone-trattate-come-bestie-feroci
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