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(it) fdca-nordest: Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL N.56 marzo 2021

Date Fri, 9 Apr 2021 09:11:52 +0300


ll 10 marzo il Governo e le organizzazioni sindacali Cgil-Cisl e Uil hanno sottoscritto un patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale. Per il governo il documento è stato sottoscritto dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e dal Ministro competente del settore Renato Brunetta. La parte sindacale, invece, vede la sola firma dei segretari Generali Confederali Maurizio Landini per la Cgil, Luigi Sbarra per la Cisl e Pierpaolo Bombardieri per la Uil. A differenza dell'esecutivo nessun ruolo è stato assegnato ai segretari delle categorie di riferimento. ---- Ovviamente, di conseguenza, non c'è stato alcun coinvolgimento delle categorie ai vari livelli organizzativi, né tanto meno si è provveduto a discutere con i lavoratori le linee di indirizzo di tale patto. Ancora una volta, come oramai costante modalità di gestione dell'organizzazione sindacale, i vertici confederali hanno scelto la strada della
legittimazione in un rapporto
diretto con le controparti, in un
reciproco riconoscimento dei ruoli
che esclude i soggetti -i lavoratori e
le lavoratrici- che subiranno le
scelte operate. Non privo di
significato anche la definizione di
"Patto" che si è voluto dare a
questa intesa. Patto richiama un
vincolo stretto al quale si
impegnano i contraenti e nel
linguaggio sindacale questo
termine è stato storicamente legato
al concetto di patto sociale, ovvero
ad una stagione dove si stabilisce
una tregua della conflittualità.
Ancor prima di entrare nel merito
di alcune questioni che il patto
solleva, vale la pena soffermarsi sui
giudizi espressi dalle parti dopo la
sottoscrizione del documento. Il
presidente del consiglio, pur
rimarcando l'importanza dell'intesa ha esplicitamente affermato che
si tratta di una cornice al cui
interno vi dovrà essere un quadro
tutto da definire e scrivere; di ben
altro tono le dichiarazioni sindacali
che affermano di aver condiviso il
"metodo e il merito", arrivando a
definire l'approccio del ministro
Brunetta una "redenzione". (vedasi
intervista a Paola Sorrentino Segr.
Gen. FP Cgil nel sito internet della
categoria).
Non mancano certo nelle sette
paginette del patto i richiami alla
buona occupazione, alla parità di
genere, al ruolo del pubblico, alla
centralità della formazione, tutte
affermazioni alle quali siamo
abituati dalla retorica degli accordi
e, purtroppo, anche dalla retorica
di tanti, troppi, documenti
sindacali. Retorica che quando non
declina veri e propri obiettivi delle
controparti, che come vedremo ve
ne sono, si limita ad evocare
problemi, ma non prova mai a
misurarsi con i soggetti reali che
tali problemi dovrebbero
risolvere, ovvero non consegna alla
iniziativa dei lavoratori, e delle
lavoratrici, alla loro capacità di
discutere, misurare, organizzare,
essere soggetti di partecipazione
attiva, la gestione del necessario
conflitto sindacale.
Il documento, come è naturale che
sia, vista le tragiche conseguenze
dello smantellamento del settore
pubblico sanitario che è il
principale motivo per cui in Italia
si contano ben oltre 100.000 morti
per Covid, afferma la centralità del
ruolo della Pubblica Amministrazione,
sottolineando la necessità di
uno snellimento delle procedure e
usando un linguaggio che non
dovrebbe appartenere ad nessun
rappresentante sindacale, ribadisce
l'esigenza di investire in "capitale
umano", derubricando lavoratrici e
lavoratori, che sono persone che
lavorano e che producono beni e
servizi, a "capitale" come una
qualsiasi merce nel processo di
accumulazione. I lavoratori e le
lavoratrici perdono la loro
soggettività di persona umana e
diventano cose, ovvero capitale
umano, da Risorse a Capitale: si
chiude un cerchio e tutto diventa
capitale e quindi strumento per
generare profitti.

Questo riconoscimento della
centralità della Pubblica Amministrazione, con una maestria
degna dei migliori legulei, viene
subito dopo cancellata affermando
che questi provvedimenti debbono
aiutare ad attenuare le disparità
storiche, il dualismo tra il settore
pubblico e settore privato".
Implicitamente si avalla l'idea che
il settore pubblico deve essere
riformato per raggiungere gli
standard di quello privato.
E di contraddizioni logiche ne
troviamo altre e significative. In
questo lungo periodo di pandemia
si susseguono da parte di centri
studi, di rinomate Università, da
Confindustria, da sindacalisti e
qua e là anche da lavoratrici e
lavoratori, lodi allo Smart
Working, prefigurando uno
utilizzo massivo di questo
strumento anche nel rientro alla
normalità post pandemica. Così
Confindustria: "l'organizzazione del
lavoro si deve muovere verso un
rapporto più partecipativo, che guardi
più al risultato che al tempo di lavoro
e valorizzi il lavoro agile, oltre i limiti
di spazio e tempo." ( Il coraggio del
futuro. Italia 2030-2050) L'obiettivo
è chiaro, legare il lavoratore
all'azienda durante tutta la
giornata, il lavoratore diventa un
ingranaggio dell'azienda che lo
lega a sé cancellando la
separazione tra tempo di lavoro e
tempo di vita. Evidentemente,
però, tale modalità lavorativa, oltre
ad essere un utile strumento per
isolare i singoli lavoratori e
supplire alla mancanza di servizi
sociali, (restando a lavorare a casa
il lavoratore e più spesso la
lavoratrice si prende cura dei
propri familiari, dai piccoli in età
prescolare agli anziani non auto
sufficienti), non sembra essere
funzionale alla stessa produttività
della Pubblica Amministrazione,
tant'è che nel documento si cita il
discorso di Draghi al senato, la
dove richiama l'urgenza di un
piano di smaltimento dell'arretrato
accumulato durante la pandemia.
Se così stanno le cose appare chiaro
che l'utilizzo del lavoro agile
risponde più ad una esigenza di
controllo sociale che ad uno
strumento di migliore gestione del
lavoro, anche nella loro visione
produttivistica. A meno che non si
pensi ad un sistema di lavoro agile
che faccia cassa con l'eliminazione
di tempi morti e soprattutto con la
riduzione dei costi di elettricità,
riscaldamento, costi di consumo di
materiale, cancelleria/toner e di
macchine, che ad oggi è a completo
carico di chi lavora da remoto,
magari con un eventuale piccolo
indennizzo contrattato ed
affidando il recupero degli
arretrati a quei lavoratori in
presenza "fidelizzati" attraverso il
salario di "premialità".
L'approccio elencativo delle
problematiche si sofferma su quelli
che sono problemi reali, ma è ben
lungi da provare a fornire una
qualche soluzione. Non poteva
mancare nella lista "la valorizzazione
delle persone e il pieno perseguimento
delle pari opportunità".
Il perseguimento delle pari
opportunità è uno di quegli
obiettivi che si è ripetutamente
agitato e che oramai fa parte di
contratti e norme legislative da
diversi decenni. La stessa carta
costituzionale (1948) all'art.37
riconosce stessi diritti e stesse
retribuzioni alla donna lavoratrice,
anche se non possiamo sottolineare
come risulti anacronistico e
ambiguo il richiamo "all'adempimento della sua essenziale funzione
familiare" in quanto non delinea un
quadro di eventi successivi alla
nascita di un bambino/a e
dell'allattamento che fanno capo,
necessariamente alla madre e non
al padre, ma lascia spazio a quella
idea di donna "angelo del
focolare", di cui oggi non ne
sentiamo veramente il bisogno.
Ancor di più le pari opportunità
sono state declinate in numerose
norme a partire dalla
fondamentale legge 903 del 1977
fino alle più recenti, dal Dlgs
165/2001, al Dlgs 1998/2006. Ma
tutto questo apparato normativo
che non sottovalutiamo, con la sua
medesima esistenza e con la
necessità di essere reiterato,
testimonia l'esistenza di una
condizione femminile ancora non
risolta, ci fa capire che questo
processo deve essere accompagnato da interventi strutturali
sui servizi sociali - nido, assistenza
domiciliare, mense, ect..- ma che è
altrettanto necessario mettere in
discussione una organizzazione
del lavoro basata su figure
gerarchiche, che in particolare nelle
aree apicali si pretendono consacrate alla azienda, alla produzione
e al profitto.
Lo stesso riconoscimento del ruolo
del sindacato e del contratto
collettivo nazionale va inquadrato
nel contesto delle politiche
contrattuali che si sostiene di voler
perseguire.
Sul riconoscimento del ruolo del
sindacato abbiamo già detto in
precedenza, quello che possiamo
aggiungere è che quando il
sindacato diviene una delle tante
articolazioni delle istituzioni,
legittimato dalle controparti ma
non dai lavoratori, che lo vivono
nella migliore delle ipotesi come
struttura di servizio, si apre in
queste organizzazioni un vulnus
nella gestione della democrazia che
non può e non deve essere omesso.
Non privo di significato in
termini di democrazia è quanto,
CGIL-CISL-UIL hanno pensato di
rivedere in merito alle procedure
di adesione ai fondi di Previdenza
Complementare Perseo-Sirio, introducendo la formula del silenzioassenso per chi è stato assunto
successivamente al 01/01/2019.
Formula che, in mancanza di
rifiuto da parte del lavoratore
iscritto comporta l'automatica
iscrizione con trasferimento del
suo TFR al fondo stesso.
Sull'azione contrattuale, al di là
della positiva stabilizzazione
nella retribuzione
fondamentale dell'ele- mento
perequativo della retribuzione, che cesserà di essere
elemento distinto della retribuzione, quello che viene
privilegiato in continuità con
gli accordi tra confindustria e
sindacati nei settori privati, è la
contrattazione di secondo
livello, nazionale e decentrata,
unitamente a mecca- nismi di
premialità. Nella gestione delle
professionalità si ipotizzano
nuove figure apicali, peraltro
attraverso il sistema degli
incarichi che essendo di prassi
incarichi fiduciari, sfuggono a
qualsiasi controllo e tanto più
ad ogni elemento di
contrattazione. Un processo di
gerarchizzazione del lavoro,
avviato già da qualche lustro
che risponde più ad esigenze di
frammentazione della forza lavoro
e di fidelizzazione di un numero
crescente di quadri intermedi, che
ad una reale necessità di
organizzazione del lavoro, con
buona pace di tutta una letteratura
del lavoro, che pure aveva avuto
nel passato una certa "audience"
che sponsorizzava il gruppo e il
collettivo di lavoro.
Le poche righe conclusive
delineano una prospettiva che
contraddice tutto il chiacchiericcio
sulla centralità della sanità
pubblica e sulla centralità
dell'azione pubblica nei servizi.
Tralasciando l'acquisizione degli
OPI (organismi paritetici per
l'innovazione) come strumenti
della partecipazione sindacale,
facendo sparire il ruolo
contrattuale del sindacato, si deve
registrare la completa assunzione
del welfare contrattuale, che è una
potente leva per finanziare il
sistema dei servizi gestiti dai
privati. Il welfare contrattuale non
è una prestazione aggiuntiva al
salario contrattuale, è chiaro che
sia per il padrone che per lo Stato,
comprese le sue articolazioni
territoriali, nella sua veste di
datore di lavoro, il welfare fa parte
del costo contrattuale. Il risultato
quindi è che si hanno in busta paga
meno soldi, diminuendo anche il
montante contributivo per la
pensione, e con il welfare
contrattuale si alimenta e
finanzia la "concorrenza"
privata ai servizi.
Quei servizi privati che come
testimoniano gli oltre 30000
morti per Covid nella
Lombardia, dove la sanità
privata la fa da padrona, e
dove la medicina che
primeggia è quella delle
grandi eccellenze che danno
profitto e sono destinati a
pochi fortunati, ha mostrato
tutta la propria inefficienza a
fronteggiare la pandemia.

http://www.difesasindacale.it/Lavoro%20pubblico.pdf

http://fdca-nordest.blogspot.com/2021/03/lavoro-pubblico-da-brunetta-brunetta.html
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