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(it) Unicobas Scuola & Università - IL MANIFESTO: RECENSIONE DE LA SCUOLA DISTRUTTA DI STEFANO D'ERRICO + CRITICA A PRESA DIRETTA

Date Tue, 10 Mar 2020 10:20:47 +0200


SCARICA GLI ARTICOLI IN ALLEGATO ---- "IL MANIFESTO", 21 FEBBRAIO 2020: RECENSIONE DE "LA SCUOLA DISTRUTTA" ED ALTRI TESTI. ---- Roberto Ciccarelli e il suo sguardo su tre libri che parlano di scuola. ---- "I libri del segretario dell'Unicobas Stefano d'Errico (La scuola distrutta, Mimesis, pp. 640, euro 30), quello curato da Sergio Colella, Dario Generali, Fabio Minazzi (La scuola dell'ignoranza, Mimesis, pp. 280, euro 24) e di Anna Angelucci e Giuseppe Aragno (Le mani sulla scuola, Castelvecchi, pp. 192, euro 17) fanno emergere un lavoro critico sull'ideologia e gli esiti delle «riforme» neoliberali che hanno trasfigurato l'istruzione e la ricerca. ---- LA CONTEMPORANEITÀ di queste uscite è l'esito di una militanza pluriennale condotta in convegni, seminari, campagne a difesa della scuola pubblica, con alterne fortune. L'invito è leggerli singolarmente, e in maniera incrociata, perché coniugano l'autocritica dei docenti consapevoli di essere attori di un processo che contrastano e la ricerca di una fortiniana verifica dei poteri capace di rovesciare la visione del mondo imposta dalla «valutazione totalitaria», così definita da Rossella Latempa in un saggio de La scuola dell'ignoranza.
Per critica della valutazione gli autori intendono questo: trasformazione dell'essere umano, e non solo dell'economia, attraverso la politica del «management per obiettivi»; amministrazione della vita attraverso la somministrazione di premi e punizioni; rovesciamento dell'idea di forza lavoro nel suo opposto di «capitale umano»; il paradosso di una liberazione che coincide con l'auto-sfruttamento. Contraddizioni in cui agonizza la soggettività contemporanea.
QUESTI LIBRI sono utili per istruire un'indagine sulle cause che hanno prodotto una subalternità politica diffusa. Ha pesato il collateralismo di una parte maggioritaria dei sindacati, ma anche la frammentazione degli altri. Emerge nella cronaca spigolosa e dettagliata di D'Errico che parte da uno dei momenti più alti del sindacalismo di base: la mobilitazione contro la riforma che portava il nome di Luigi Berlinguer, radicalmente avversato e alla fine dimessosi da ministro di un governo di «centrosinistra» nel 2000.
Questa non è l'unica causa, è uno degli effetti. Il problema è culturale e interessa il senso della resistenza che si è espressa anche contro la «Buona scuola» di Renzi e del Pd nel 2015. Più che sconfitta, scrive Giovanni Carosotti ne La scuola dell'ignoranza, è stata aggirata da un cambio di strategia. Non più riforme di sistema, ma leggi-ombrello che modificano la prassi senza il consenso di docenti. Oggi non si procede solo per leggi, ma per atti amministrativi. Il governo manageriale dell'esistenza evita il conflitto, moltiplica le burocrazie, istituisce una premialità individuale discrezionale, elimina l'idea di cooperazione a favore della competizione, favorisce la subalternità culturale e la credenza nell'insuperabilità del presente. Si aderisce a un sistema di potere che si contribuisce a costruire, anche se si resta in profondo disaccordo con i principi che lo fondano. È la contraddizione che accresce l'infelicità dominante.
PERNO DI QUESTA STRATEGIA è il concetto di «autonomia». Inflazionata parola baule, allude a una libertà coniugata con l'uguaglianza. Questi testi dimostrano come il principio sia stato rovesciato nel suo opposto, portando alla perdita di senso critico, di linguaggio e indipendenza. L'autonomia è servitù: questo è il contenuto della rivoluzione conservatrice di cui siamo ostaggi.
La decostruzione dell'ideologia dominante può incorrere in un equivoco. Si lamenta la perdita di «cultura» nella scuola neoliberale rispetto a quella della Costituzione. Ma c'è mai stato un periodo in cui la cultura è stata considerata un valore in sé, al netto di quanto enunciato nell'idealismo dei programmi scolastici? Per di più oggi nella scuola dell'«alternanza scuola-lavoro», basata sugli apriori classisti gentiliani: da una parte l'élite, sempre più ristretta e in crisi, dall'altra la massa intesa come dequalificata? È lecito dubitarne.
Ne La scuola dell'ignoranza il saggio di Emilio Amatulli coglie il problema: una scuola non complice della produzione di soggettività servili si ribella contro l'ignoranza di Stato. Tuttavia, anche in una società ideale, continuerà a muoversi nell'ignoranza. L'ignoranza non è il vuoto, è il primo grado della conoscenza di cui parla Baruch Spinoza. Va trasformata nella consapevolezza del non sapere. Degli studenti e dei discenti. In essa può emergere un desiderio infinito che non si esaurisce in ciò che si può fare.
Democrazia a scuola, hanno scritto Jacques Rancière o Ivan Illich, è mettere in gioco i ruoli sociali, i saperi consolidati. Una scuola che insegna a fare a meno della scuola in una società che celebra il parossismo della «formazione continua», ovvero il lavoro di chi cerca un lavoro precario per mestiere. La rinnovata attualità dell'esortazione a «farla finita con l'obbedienza» si spiega con il desiderio di sottrarsi a questo strazio per maturare un'esistenza libera dai ricatti nella società autoritaria del mercato. Questa è l'utopia della scuola pubblica.
LA «DISTRUZIONE» della scuola denunciata in questi libri indica la progressiva corrosione di una tensione politica, non il rimpianto di un liceo classico d'élite o della scuola degli anni Sessanta, Settanta o Ottanta. È una precisazione necessaria perché l'attuale dibattito tra meritocrati e nostalgici dell'umanesimo occulta le conseguenze delle «riforme» e imprigiona la scuola in un'illusione retrospettiva postmoderna. Se nella scuola di cinquant'anni fa, diversamente autoritaria rispetto a quella attuale, sono maturati spazi di libertà è stato grazie al conflitto, non al consensuale riconoscimento di una superiore missione civilizzatrice. La democrazia è stata portata a forza nelle aule dagli studenti, dai docenti, dagli operai e dalle donne in una dura battaglia contro il classismo, tutt'altro che vinta. Quel conflitto era l'espressione di una critica della scuola come istituzione repressiva, di classe, un «apparato ideologico di Stato» che aveva - e ha - lo scopo di riprodurre una forza lavoro funzionale alla divisione capitalistica del lavoro.
Se prima alla scuola è stato riconosciuto il mandato di formare diversamente operai specializzati e quadri nella produzione fordista, oggi si cerca di plasmare forza lavoro per la produzione just-in-time e la vita precarizzata nell'economia postfordista e finanziarizzata, scrivono Anna Angelucci e Giuseppe Aragno ne Le mani sulla scuola.
In questo passaggio storico è cambiato il ruolo sociale attribuito al conflitto. Ora sembra appannaggio di pochi sopravvissuti alla competizione. Questi libri ricordano, gramscianamente, che il conflitto è una virtù collettiva. Serve ad affermare una condizione comune contro l'egemonia che considera la scuola un'istituzione totale e un'agenzia del capitale umano. Non mancano gli strumenti, né la consapevolezza, per tornare a praticarlo".
VEDI L'ARTICOLO: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1220152108189935&set=a.245351579003331
ACQUISTA IL LIBRO CON CARTA DEL DOCENTE E/O 18App, ANCHE ON LINE: "La Scuola distrutta", di Stefano d'Errico, Segretario dell'Unicobas (Ed. Mimesis). DIFFONDI LA DENUNCIA SULLA SCUOLA DISTRUTTA!!! CLICCA SUL LINK: https://www.ibs.it/scuola-distrutta-trent-anni-di-libro-stefano-d-errico/e/9788857560281?fbclid=IwAR12MuopJ-L76LpIHONA1v5RlC_5T9cmGWBRU4f2rjRHPgi1P-Qc57xkwms

MA CHE NE SA PRESA DIRETTA DELLA SCUOLA? (Trasmissione del 28.2.2020) IL POLITICAMENTE CORRETTO VA SEMPRE DIETRO LE MODE. PER ESEMPIO QUELLA (DECADUTA DAL 2015) SULLA SCUOLA FINLANDESE: copiare la scuola finlandese.

Dewey e la Montessori (che sarebbe il caso riscoprissimo anche in Italia), vanno bene. Va bene una didattica che cerca di mettere a proprio agio e rende autonomi gli alunni, non competitiva come (era) il metodo tradizionale. Ma queste erano "novità" negli anni '60 e '70. Il tutto diventa problematico quando, a latere, si deprimono le conoscenze a vantaggio delle (sole) "competenze". "Presa Diretta" conosce davvero la scuola finlandese, molto di moda dal 2000 al 2012, molto amata dal "politicamente corretto", ne apprezza i programmi di storia, geografia, le "lettere"? Sa che è entrata in crisi già con i risultati Ocse-Pisa del 2015, a causa dell'eccessiva digitalizzazione, della continua confusione fra materie, delle invasioni di campo fra discipline che spesso ne produce una davvero eccessiva "semplificazione" e riduzione, cosa che ha causato persino una caduta delle competenze medesime, a cominciare da quelle un tempo di maggior "lustro", come l'attitudine matematica, crollata in 6 anni di circa 15 punti - peggio è andata con le scienze - e persino nelle operazioni più semplici? In un passaggio del suo famosissimo articolo "Il bluff della matematica finlandese", Giorgio Israel ci metteva in guardia già nel 2011 (quando Ocse-Pisa non aveva ancora denunciato la prima caduta di livello del sistema finnico):

Diverse recenti analisi sviluppate da matematici e studiosi di problemi dell'insegnamento finlandesi (fra i quali ricordiamo articoli pubblicati[...]da G. Malaty, E. Pehkonen, O. Martio e altri) mettono in luce[...][che - N.d.A.], come intitola un appello firmato nel 2006 da Kari Astala, professore all'Università di Helsinki, e da più di altri duecento professori, "le classifiche Pisa dicono soltanto una verità parziale circa le abilità matematiche dei bambini finlandesi", mentre, di fatto, "le conoscenze matematiche dei nuovi studenti hanno subito un declino drammatico". I matematici K. Tarvainen e S. Kivelä, in un articolo intitolato "Gravi difetti nelle abilità matematiche finlandesi" hanno sottolineato che gran parte dei firmatari dell'appello di Astala sono professori di politecnici o università tecniche e quindi "non insegnano una matematica ‘accademica', bensì una matematica richiesta nelle pratiche tecniche e nelle scienze dell'ingegneria". Da parte sua, George Malaty ha osservato che "in Finlandia sappiamo che non avremmo avuto accesso in Pisa se i test avessero riguardato la comprensione dei concetti o delle relazioni matematiche". Da più parti è stato severamente osservato che le varie riforme introdotte in Finlandia hanno finito col generare un "oggetto didattico" che con la matematica propriamente detta ha in comune soltanto il nome e che serve a superare bene i test Ocse-Pisa ma ha avuto effetti disastrosi sulla cultura matematica diffusa, oltre che su un declino accertato della conoscenza superiore nelle università e nei politecnici.

Israel così sintetizzava il problema

Sintetizziamo rapidamente le caratteristiche dell'"oggetto didattico" detto "matematica" che queste riforme hanno man mano costruito. In primo luogo, non si fanno quasi più dimostrazioni. L'insegnante si limita a trasmettere i risultati come manuali d'istruzione senza proporne quasi mai la prova logica. È superfluo dire che questa scelta, oltre a produrre un tipo di insegnamento nozionistico - che soltanto un estremo semplicismo rende accettabile - atrofizza le capacità logico-deduttive dello studente. Inoltre, insegnare la matematica senza dimostrazione è come pretendere di addestrare uno scultore senza mai mettergli in mano uno scalpello. In secondo luogo, la geometria è quasi sparita dall'insegnamento, il che non stupisce perché la geometria senza dimostrazioni non ha senso. Questa sparizione produce un'altra conseguenza molto negativa: l'atrofizzazione delle capacità di intuizione spaziale che sono stimolate in modo decisivo dal pensiero geometrico.

La scuola primaria finlandese dura 9 anni ed i bambini vi entrano a 7 anni (terminando a 16). Poi c'è il segmento secondario superiore, e dura solo 3 anni, per un totale di 12 anni: uno in meno rispetto all'Italia. Inoltre l'orario scolastico è molto più ridotto. A causa del calo delle nascite, in Italia, entro il 2030, avremo un milione e centomila alunni e sessantaseimila cattedre in meno. Per come è combinata la società civile, per la carenza generale di spazi pubblici di corretta risocializzazione, persino Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli, suggerisce di utilizzare il risparmio previsto, pari a 2mld di euro, per aumentare la presenza della scuola sul territorio (non per le ore curricolari, ma come offerta opzionale aggiuntiva e/o di recupero). Viceversa, copiare l'organizzazione didattica finlandese, con il restringimento dell'orario e l'eliminazione di un anno, oltre a togliere ulteriore spazio alla sfera dei saperi (già falcidiati dalle controriforme), comporterebbe un epocale taglio di cattedre, non più riassorbibile con il "nobile" richiamo alla copresenza del quale s'è fatto portatore Fioramonti. Ad una riduzione del periodo scolastico complessivo aveva già pensato Luigi Berlinguer (il ministro che ci ha poi regalato le dannose lauree brevi triennali), prevedendo l'unificazione fra elementari e medie su soli 7 anni, ma sappiamo com'è andata (e ne parlo diffusamente nel mio libro).
Un certo tipo di "innovatori", spesso non sono altro che raccoglitori di polvere di stelle cadute (malamente). E non dimentichiamo "l'incipit" (anch'esso trattato abbondantemente in queste pagine): "La digitalizzazione fa innegabilmente parte del nostro mondo, ma non è sufficiente se vogliamo crescere esseri umani e non macchine". È una frase di Kari Uusikylä, professore di educazione all'Università di Helsinki, già all'Università di Tampere e Joensuu, nonché presso il Dipartimento di Psicologia dell'educazione dell'Università della Georgia, eletto nel 1999 presso l'Accademia finlandese delle scienze.

LEGGI L'ARTICOLO di Alessandro Giuliani SU "LA TECNICA DELLA SCUOLA" DELL'1.3.2020. CLICCA SU QUESTO LINK: https://www.tecnicadellascuola.it/presadiretta-rai-3-guarda-allerba-verde-della-scuola-finlandese-ma-i-nostri-alunni-del-nord-est-sono-piu-bravi?fbclid=IwAR2B2MO16XcCURZKRgLkx5o-ygxfgIznyo_2dstFndo0kSUUgt-e9vyI238
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