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(it) alternativa libertaria fdca: Privatizzazioni e nazionalizzazioni, a quando l'autogestione?

Date Mon, 15 Oct 2018 07:20:34 +0300


Il crollo del ponte Morandi di Genova ha provocato 43 morti, e la scia di sangue che ha lasciato ha riportato alla ribalta, o almeno ha fatto riaffiorare, la questione delle privatizzazioni. ---- A quasi vent'anni dalla privatizzazione della rete autostradale italiana ci troviamo infatti ad avere i pedaggi più cari, in un regime di quasi monopolio che si spartisce lauti profitti e non pare proprio intenzionato ad investire in nuove infrastrutture e manutenzioni della rete esistente. ---- È doveroso ricordare che in altri paesi europei la rete autostradale è pubblica e gratuita. ---- Anche in questo frangente così drammatico il governo, le ha sparate grosse, come sua abitudine e costume, membri dell'esecutivo hanno infatti ventilato l'ipotesi di procedere alla nazionalizzazione della rete autostradale, recidendo i contratti in essere e le concessioni degli appalti agli attuali gestori.
Hanno fatto credere che anche una nazionalizzazione,
che è un percorso complicato in
regime capitalista, diversamente dalla semplicità
con cui si è provveduto alle privatizzazioni,
si possa decidere e praticare con
un semplice impegno amministrativo.
E le grandi sparate del governo populista
e autoritario, sempre in tema economico,
hanno riguardato inoltre l'ipotesi di nazionalizzare
Alitalia e Ilva. Tutto questo tramite
uso di social media, fatto su cui dovremo riflettere
e discutere più ampiamente.
Ora molti hanno dimenticato che sfruttamento
e morte avvenivano anche in regime
di capitalismo statale, ma non è questo il
punto della discussione. Viene elusa, come
sempre, la ragione dei fenomeni di privatizzazione
economica, dimenticando ed
ignorando che il capitalismo è un rapporto
sociale, e che i fenomeni di accumulazione
che garantiscono la sua sopravvivenza sono
molteplici, dalla schiavitù passando per il
saccheggio delle risorse naturali, allo sfruttamento
dell'uomo e della sua vita, come ci
ricordava Harvey in L'enigma del Capitale.
Il crollo del ponte di Genova è il prezzo della
sopravvivenza del capitalismo.
Le privatizzazioni di sanità, scuola, servizi
ed infrastrutture sono parte non divisibile
dell'intero fenomeno di sopravvivenza
del capitale, si tratta di accumulazione per
esproprio. Le ricadute sociali sono quelle
drammatiche come quella di Genova di
questi giorni, ma sono anche quelle di tutti
i giorni, che vediamo sullo sfondo: anche
l'inquinamento e le morti sul lavoro dell'Ilva
di Taranto, e degli altri luoghi produttivi
e non, mostrano la misura della crudeltà di
tanta barbarie.
E sappiamo altrettanto bene che se anche
tutto fosse pubblico, in regime capitalista
non cambierebbe gran che nella la situazione
sociale e culturale delle persone: stesso
sfruttamento, stessa rapacità della classe dirigente,
stessi intrallazzi.
A meno che i fenomeni di controllo siano
affidati democraticamente a consigli e comitati
di difesa che esprimano un potere
popolare diretto, mediante la partecipazione
attiva alla vita politica e sociale, ma saremmo
in questo caso in una fase di cambiamento
al momento solo auspicato e ben diverso
dall'aizzamento del popolo a cui la propaganda
grilloleghista sta cercando di abituarci.
Senza contare, per tornare al presente, la svalorizzazione
e la sistematica distruzione di
competenze e di strutture che si è esercitata
negli Enti e nelle strutture pubbliche, tra gestione
clientelare e spoil system, precarizzazione
e disinvestimento, una mistura infernale
che rende sempre più difficile anche le
attività di controllo e vigilanza che una buona
gestione anche delle odierne concessioni
prevederebbe.
Il governo ha deciso invece di investire tutto
sulla propaganda: dopo le prime sparate
si è preferito creare ad arte un inesistente
caso internazionale sulla pelle di 150 disperati,
finito in una tragica burletta a Rocca
di Papa grazie a una santa romana chiesa
(multinazionale tra le più ricche del pianeta)
improvvisamente elevata a Stato comunitario.
Ovviamente nessuna nazionalizzazione
all'orizzonte, quasi a giustificare l'impotenza
politica della classe dirigente collusa, ad affermare
ancora una volta che il potere è nelle
mani di chi detiene la ricchezza: la levata di
scudi del mondo finanziario su ogni ipotesi
di nazionalizzazione è stata emblematica,
fino a denunciare le esternazioni governative
come causa del crollo dei titoli azionari della
società Atlantia in Borsa.
E non sarebbe strano scoprire tra qualche
anno che una rivalutazione del titolo grazie
al ritorno alla partecipazione statale tramite
la Cassa di depositi e prestiti, non abbia finito
per arricchire qualcuno in particolare.
È utile non dimenticare che il processo di
nazionalizzazione dell'energia elettrica durò
diversi anni e fu una delle cause che portarono
all'olocausto del Vajont (1963).
È utile ricordare che le privatizzazioni in Italia
sono avvenute con il classico metodo mafioso
che connota il nostro paese, quel tratto
bigotto e fascistoide che ci contraddistingue
nell'espressione della classe dirigente.
La dismissione del patrimonio pubblico ha
mostrato una peculiarità tutta italiana completamente
priva di pragmatismo, rispetto
alla maggioranza dei paesi europei che
mantengono la rete autostradale pubblica e
gratuita, ma anche scuole, ferrovie e tutte le
infrastrutture strategiche.

Gli altri sono e restano paesi a capitalismo
avanzato, con l'evidenza che la funzione dello
Stato è di pieno sostegno alla accumulazione
del capitale anche in quei paesi.
La richiesta di nazionalizzare di nuovo infrastrutture
e servizi emerge in una fase politica
ed economica di forte crisi, è infatti dalla
destra reazionaria che avanzano populisticamente
richieste in tal senso, quando quella
che fu la sinistra ha invece abbracciato da
decenni l'ipotesi ordoliberista nel campo
europeo e si è di fatto legata alla borghesia
finanziaria senza ormai via di ritorno.
Nel frattempo la distruzione di ciò che resta
del sistema pubblico avanza inesorabilmente,
il potere finanziario ha bisogno del saccheggio
sociale, culturale ed ambientale per
sopravvivere.
C'è chi scopre ora che le privatizzazioni
hanno prodotto solo danni, che i benefici
hanno garantito solo profitti per pochi e vi
è stato un palese peggioramento dei servizi,
che privatizzare ha voluto dire sfruttamento
del lavoro mediante appalti e subappalti,
che le condizioni di lavoratori e lavoratrici,
disoccupati/e, non salariati/e sono peggiorate.
Eppure era ben evidente da subito, e da
subito il percorso di privatizzazione è stato
denunciato ed avversato dal movimento di
classe.
E ancora oggi l'unica soluzione possibile è
quella rivoluzionaria, riaffermare il diritto ad
avere una vita dignitosa e dei servizi che funzionino,
pubblici e gratuiti, su scala europea,
per combattere padroni e governo, per farla
finita con il capitalismo, per una società a
portata di tutti e di tutte.
Spegniamo i social media e incontriamoci,
favoriamo la formazione di assemblee cittadine,
di comitati di autodifesa e di quartiere
che esprimano un potere popolare diretto;
a Genova auspichiamo che le persone si incontrino
e discutano di quanto è successo,
controllino quanto dovrà essere fatto relativamente
agli indennizzi e ricostruzione.
Nessuna sovranità nazionale in salsa complottista
riuscirà a dare speranza a chi questa
crisi la sta pagando duramente, i lavoratori
che comprensibilmente chiedono protezione
allo Stato rischiano di cadere nella trappola
della reazione, come è avvenuto in Turchia,
ad esempio.
Il capitalismo ha una dimensione globale,
ed è globalmente che si combatte, mantenere
vivo l'internazionalismo non è un atto
sentimentale, è il metodo per combatterlo,
per resistere alla devastazione sociale e per
costruire nuovi rapporti di forza.

http://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/wp-content/uploads/2018/10/ottobre18.pdf
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