A - I n f o s

A-Infos un servizio di informazione multilingue da per e su gli/le anarchici **
News in all languages
Last 30 posts (Homepage) Last two weeks' posts Agli archivi di A-Infos

The last 100 posts, according to language
Greek_ 中文 Chinese_ Castellano_ Català_ Deutsch_ Nederlands_ English_ Français_ Italiano_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ The.Supplement
Le prime righe degli ultimi 10 messaggi:
Castellano_ Català_ Deutsch_ Nederlands_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe


Le prime righe degli ultimi 10 messaggi
Prime righe dei messaggi in tutte le lingue nelle ultime 24 ore
Links to indexes of First few lines of all posts of last 30 days | of 2002 | of 2003
| of 2004 | of 2005 | of 2006 | of 2007 | of 2008 | of 2009 | of 2010 | of 2011 | of 2012 | of 2013 | of 2014 | of 2015 | of 2016 | of 2017
Iscriversi a A-Infos newsgroups

(it) Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 39 Maggio 2017

Date Wed, 31 May 2017 10:28:47 +0300


I REFERENDUM E LA PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE DELLA C.G.I.L. ---- Dopo che il decreto del Governo Gentiloni - che recepiva il testo della Commissione Lavoro abolendo i voucher e ripristinando la responsabilità solidale del committente negli appalti - è stato trasformato in legge anche dal Senato, la Corte di Cassazione ha ufficialmente messo la parola fine al percorso dei due referendum proposti dalla Cgil. La dirigenza della Cgil adesso canta vittoria e rilancia il proprio progetto di legge di iniziativa popolare sulla carta dei diritti universali del lavoro. ---- Quello della abrogazione dei voucher e del ripristino della solidarietà negli appalti è sicuramente un risultato positivo e da non sottovalutare. Pensiamo tuttavia che l'obbiettivo padronale di una ulteriore deregolamentazione del lavoro, con il depotenziamento dei Contratti nazionali e l'incremento della precarietà, sia per ora solamente accantonato e si ripresenterà presto con prepotenza cercando altre strade per aumentare il controllo ed il ricatto occupazionale nei confronti della classe lavoratrice.

Questo anche in considerazione del fatto che il Governo non è arretrato dai suoi propositi per l'incalzare di lotte e di mobilitazioni ma, bensì, ha solo "preso tempo" per evitare di misurarsi politicamente con i referendum.

Il timore di un nuovo rovescio elettorale ha suggerito al Governo Gentiloni di abolire i voucher e di ripristinare la responsabilità solidale negli appalti perché l'appuntamento referendario, pur privato in precedenza dalla Consulta del quesito centrale sull'articolo 18 e visto anche il risultato di quello costituzionale del 4 dicembre scorso, rischiava di catalizzare il sempre più profondo e composito disagio sociale presente in vasti strati della popolazione.

E' pur vero che l'esito non sarebbe stato scontato perché, come abbiamo sostenuto in articoli ed interventi precedenti, il ricorso al referendum sui temi del lavoro - in cui concorrono e si misurano interessi di classe diversi e per di più in una situazione sempre più frammentata - corre il forte rischio di trasformarsi in un boomerang per i proponenti. La mancanza di iniziative di lotta sulle leggi da abrogare poteva inoltre rendere questi referendum "distanti" anche per gli stessi lavoratori direttamente interessati. Tanto meglio così, quindi, anche se i problemi restano.

Adesso la Cgil rilancia l'obbiettivo della "Carta dei diritti universali del lavoro", a cominciare dalla manifestazione nazionale prevista per il 6 maggio p.v. a Roma, Carta che dovrebbe rappresentare il nuovo statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori. Le dichiarazioni dei dirigenti nazionali sono improntate all'ottimismo ed all'unisono viene ripetuto che la proposta di legge è già stata "incardinata" dalla Commissione Lavoro della Camera (il che, tradotto in parole povere, vuol solo dire che sarà esaminata e
discussa in Commissione).

Ma se la vicenda referendaria ha avuto un esito imprevisto e comunque parzialmente favorevole - parzialmente perchè l'obiettivo del ripristino della reitegra è stato mancato - il percorso della legge di iniziativa popolare ci sembra ancora più accidentato e problematico.

Diciamo questo perchè affidare alla politica parlamentare la difesa degli interessi di classe, per di più
senza alcuna mobilitazione di lotta reale, è quantomeno incerto e fuorviante; questo tanto più nel caso di una
proposta di legge di iniziativa popolare, benchè sostenuta da oltre un milione di firme.
Il sindacato in questo modo rinuncia al proprio ruolo, riconoscendo la propria impotenza nel non aver
saputo contrastare l'attacco di governo e padronato con l'introduzione del Jobs Act e con l'abolizione
dell'articolo 18, e consegna una proposta pensata ed elaborata per gli interessi dei lavoratori nelle mani della
politica parlamentare. Si delega così ai partiti il tentativo di realizzare ciò che il sindacato non ha saputo
difendere, fidando magari su una illusoria sponda parlamentare fornita dai vari ex sindacalisti presenti in
Commissione Lavoro (Damiano, Airaudo, Di Salvo, forse la stessa Polverini...).
Tutto ciò senza considerare il difficile percorso a cui è sottoposta qualsiasi proposta di legge che non
provenga da una iniziativa governativa, tanto più nel caso di una proposta di iniziativa popolare. Infatti, dal
1979 al 2015, dei 260 disegni di legge di iniziativa popolare che sono stati presentati ne sono stati tradotti in
legge solo tre, e questo perchè accorpati in testi unificati del Governo di turno.
In questo percorso tutto legislativo, che per quanto riguarda la proposta della Cgil sembra quindi
iniziato, le modifiche e gli emendamenti possono essere presentati e votati già in Commissione parlamentare;
poi, ovviamente, altre modifiche ed emendamenti potranno essere apportati nella successiva discussione in
Camera e Senato.... Non sappiamo quindi come questa proposta di legge, se mai sarà approvata, potrà uscire
modificata rispetto alla formulazione iniziale elaborata con grande dispendio di energie dalla Cgil.
Quello che sappiamo è che gli interessi di classe non dovrebbero mai essere delegati e che i lavoratori
e le lavoratrici dovrebbero rappresentarli, e rimanere protagonisti in prima persona, attraverso le loro
mobilitazioni e le loro lotte. Quando ciò non avviene il risultato che ne consegue è quantomeno incerto, se
non addirittura negativo e fallimentare.

Difesa Sindacale

LO SCIOPERO GLOBALE DELL'OTTO MARZO

di Stefania Baschieri *

L'8 marzo quest'anno è emerso dalla palude della cosidetta "festa delle donne" per tornare ad essere
nuovamente la giornata mondiale della donna e lo ha fatto attraverso l'uso di uno strumento fortemente
politico come quello dello sciopero globale di tutte le donne e non solo.
Aver recuperato il significato di questa data, troppo spesso ridotta a puro momento di consumo e
divertimento - mentre storicamente ha rappresentato l'occasione per le donne di rivendicare i propri diritti e
per denunciare quanta strada ci sia ancora da fare - è stata la grande forza di questa iniziativa che ha visto il
coinvolgimento di milioni di donne in oltre 50 paesi nel mondo.
Mentre l'egemonia del capitalismo liberale vacilla sotto i colpi di una crisi ormai decennale e
ovunque ripropone ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga
razziste e fascistoidi, rispunta un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella
produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne e uomini di ogni
paese e di ogni colore, ad unirsi a questa spinta per respingere l'attacco che il neoliberismo capitalista sta
sferrando allo stato sociale e ai diritti del lavoro, attacco di cui le donne sono quelle che ne subiscono
maggiormente le conseguenza, nel lavoro e nella società.
In tutto il mondo sta emergendo, attraverso lotte a livello internazionale, un nuovo tipo di
femminismo: lo sciopero delle donne in Polonia, il cosiddetto black monday, del 3 ottobre 2016 dove
un'imponente manifestazione bloccò la legge che voleva proibire l'aborto; le marce contro la violenza
sessuale in Argentina il 17 ottobre convocate dalla rete "NiUnaMenos" (nome mutuato dal movimento in
Italia); la sorprendente, per quantità e qualità, manifestazione contro il femminicidio nel nostro paese del 26
novembre scorso, manifestazione vergognosamente ignorata da tutti i media troppo impegnati a discettare sui
possibili risultati del referendum costituzionale e, per finire, l'immensa Women's March del 21 gennaio a
Washington in risposta alla misogenia suprematista di Trump.
La natura strutturale della violenza è il terreno di riconoscimento reciproco all'interno del movimento
ma ciò non toglie che l'aspetto più rilevante e sorprendente di queste mobilitazioni stia proprio nel fatto che
molte di esse hanno avuta la capacità di unire la lotta contro la violenza sulle donne alla opposizione alla
precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale perchè consapevoli che la violenza ha molte facce: è
violenza domestica ma anche del mercato, del debito che strozza i paesi più poveri con ricadute pesantissime
sulle classi più deboli, dei rapporti di proprietà capitalistici e dello stato che criminilazza i movimenti
migratori, della violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell'aborto
anche laddove è legale ma di fatto fortemente limitato a causa dell'obiezione di coscienza come nel nostro
paese.
Tutto questo nel suo insieme annuncia un nuovo movimento femminista internazionale e con una
agenda inclusiva perchè l'organizzazione e la regia delle mobilitazioni è femminile ma apre a chiunque ne
condivida le intenzioni, lasciandosi quindi il separatismo alla spalle, e allo stesso tempo è antirazzista,
anticapitalista, antineoliberista perchè è forte la consapevolezza che il dominio di genere si intreccia con altri
dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis.
Lo sciopero globale dell'8 marzo ha fatto di queste premesse la sua ragione: uno sciopero
internazionale contro la violenza maschile, ma anche uno sciopero per rendere visibili i bisogni e le
aspirazioni di tutte quelle donne lasciate indietro dal disegno neoliberista: le lavoratrici del mercato del
lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e del lavoro di cura, le donne
disoccupate e le donne precarie. Tutto questo ha fatto dell'8 marzo una giornata diversa dal solito, inedita,
irrituale, inaugurale.
La scelta dello sciopero è stata certamente una scelta politica forte con cui si è voluto dimostrare
quanto il lavoro femminile, visibile ed invisibile, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito,
sia cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva, quanto sottostimato e sottovalutato in tutti i
sensi del termine. Ma è stata anche la capacità, per il movimento, di pensarsi come parte di una battaglia più
generale che, partendo dalla violenza di genere e non solo,pone al centro la questione dei diritti sociali e
civili, contro l'austerità e la disoccupazione.
Per queste ragioni la rete femminista ha chiesto ai sindacati di proclamare l'astensione dal lavoro, ma
mentre CISL e UIL non hanno ritenuto neppure di dover rispondere, la CGIL si è sfilata dallo sciopero
generale anche se con fatica e molti distinguo e dichiarando al contempo, la propria solidarietà con i
contenuti e con tutte le iniziative del movimento stesso. La sola categoria quindi ad aver proclamato lo
sciopero è stata la FLC-CGIL, cioè la Federazione che organizza le lavoratrici ed i lavoratori della scuola
università e ricerca, forse perchè a forte presenza femminile.
Ed è proprio qui che sta il punto di questa giornata di lotta: è possibile uno sciopero di genere fuori da
categorie e rivendicazioni contrattuali? Per le donne del movimento si, proprio per la natura politica di
questo sciopero che è si contro la violenza sulle donne ma ampliandone il concetto ad una visione più
generale.
Non aver saputo cogliere questa sfida è stato un grave errore per la CGIL che ha dimostrato di non
saper comprendere la forza e la capacità di mobilitazione di questo movimento e, al contempo, ha perso
l'occasione di essere essa stessa strumento utile in una battaglia comune e materialissima di un conflitto
sociale più ampio.
Eppure appare evidente che questo movimento è parte di una battaglia generale: la crisi del debito, la
riduzione del Welfare e dei diritti legati alla salute, l'abbassamento dei salari producono ulteriori forme di
violenza sulle donne che restano il gradino più basso tra gli sfruttati in termini di precarietà, ricattabilità e
bassi salari.
Lo sciopero dell'8 marzo ha posto al centro dell'analisi i meccanismi che espongono la sfera della
riproduzione sociale alle esigenze dell'accumulazione capitalistica, è riuscito ad abbracciare il lavoro
produttivo ma anche riproduttivo, quello formale e quello informale , ha dimostrato la volonta del
movimento di voler costruire alleanze politiche e sociali con tutti i settori del lavoro ed è proprio per questo
che, a conti fatti, la CGIL avrebbe fatto un'ottima cosa ad appoggiare lo sciopero, a condividerne le ragioni e
ad impegnarsi per la sua riuscita.
*SPI-CGIL Lucca
Il comunicato che segue è frutto di un dibattito che si è svolto nella Struttura di Comparto Università della
Toscana FLC - CGIL (Scuola - Università - Ricerca - Alta Formazione Artistica e Musicale) e avente per
oggetto il contratto della Pubblica Amministrazione. E' diretto al personale tecnico e amministrativo del
comparto università, ma le considerazioni che svolge sono volutamente generali, estendibili cioè a tutti gli
ambiti pubblici per un mandato a trattare che si basi su garanzie precise e definite e non su promesse prive
di risorse e quindi di prospettive.
CAMBIARE LE NORME RINNOVARE IL CONTRATTO
Il 30 novembre 2016 CGIL, CISL e UIL hanno firmato con il Governo un protocollo di intesa in cui si
promettevano risorse per il rinnovo dei contratti pubblici e modifiche sostanziali della normativa
Brunetta.

Dopo la firma, che non è neppure servita al Governo Renzi per evitare la sontuosa sconfitta referendaria,
silenzio.
Sulla stampa si parla di risorse per i rinnovi contrattuali che non ci sono, nemmeno per coprire gli 85 euro
lordi medi (?) già insufficienti a recuperare l'inflazione. Non è chiaro se gli aumenti incrementeranno lo
stipendio tabellare o il salario accessorio, distribuito in base alla valutazione e non a tutti.
Nessuno ancora ci ha detto cosa accadrà al Bonus Renzi (80 euro di detrazioni) in caso di aumenti
contrattuali. Molti sono i lavoratori e le lavoratrici che vedranno riassorbiti i pochi spiccioli di aumento dalla
perdita parziale o totale degli 80 €.
Ma i soldi, nella vita, non sono tutto...
La riforma del pubblico impiego elaborata dalla MADIA (o chi per lei) ripropone molte delle norme già
presentate da Brunetta e contrastate dalla CGIL.
Nel testo di riforma Madia è prevista la licenziabilità del pubblico dipendente nei casi in cui si abbiano,
per tre anni successivi, valutazioni negative.
Il sistema di valutazione è quello di Brunetta, non finalizzato a migliorare i servizi ma a scaricare sui
lavoratori tutti i problemi della pubblica amministrazione, a corto di risorse e spesso gestita da dirigenti
cooptati dalla politica e super tutelati.
I lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego non potranno contrattare i criteri di assegnazione di parte
consistente del salario accessorio distribuito sulla base della performance, le PEO saranno sempre più
limitate e selettive e gli Atenei non potranno incrementare il fondo per il salario accessorio rispetto a quanto
certificato nel 2016. Le materie di contrattazione continueranno ad essere definite dalle legge che rimarrà
fonte primaria rispetto ai contratti collettivi nazionali che perderanno ulteriormente efficacia.
Nessuna buona notizia per i precari, malgrado la previsione della stabilizzazione e relative sentenze anche
della corte europea, per i quali non è previsto alcun piano di reclutamento straordinario, malgrado siano anni
che attendono.
Alle lavoratrici e ai lavoratori è bene dire la verità perché, a queste condizioni, non è possibile sedersi
ai tavoli di contrattazione per il rinnovo dei contratti.
Alle lavoratrici e ai lavoratori chiediamo di informarsi e di valutare se per 85 euro lordi (forse, si vedrà,
magari solo la metà) sono disposti ad accettare tutte le nuove norme inserite nel "pacco" Madia.
La FLC non intende rassegnarsi o assecondare scelte governative che peggioreranno ulteriormente le
condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici così da ridurre ancor di più i servizi pubblici (istruzione,
ricerca, sanità), per accrescere il ruolo dei privati che lucreranno sui diritti e sui bisogni, nostri e delle
future generazioni.
Per questo invitiamo tutti alla mobilitazione con un presidio sabato 6 maggio davanti Palazzo Vidoni, sede
del Dipartimento della Funzione Pubblica, e soprattutto giovedì 18 maggio con una mobilitazione a Roma
insieme a Cisl e Uil dei settori Università, Ricerca e Afam (accademie d'arte e conservatori).
FLC CGIL - Struttura di Comparto Università Toscana

http://www.difesasindacale.it/D.S.%2039.pdf
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe http://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it