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(it) Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 51 novembre 2019

Date Tue, 3 Dec 2019 08:33:34 +0200


Il lavoro al tempo della bicicletta ---- ovvero la tecnologia e l'algoritmo al servizio dello sfruttamento ---- di Carmine Valente Spi Cgil Livorno ---- Parlare dei "Riders", dei ciclo-fattorini, significa parlare in generale di quel mondo di lavoro precario senza diritti e soprattutto senza possibilità di dare un futuro dignitoso a chi suo malgrado vi è costretto a sottostare. Secondo un recente articolo del Sole 24ore 1 che riporta i dati dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche gli occupati nella "Cig-economy" ammontano a 213.000 e di questi il 42% non ha alcuna copertura contrat- tuale e, dato abbastanza significativo, quasi il 20% ha in tasca una laurea. Di questi 213.000 solo il 5% sono dei ciclo-fattorini. I lavoratori che dipendono da una piattaforma digitale rappresentano quindi in totale poco meno dell'1% della forza lavoro complessiva e tra questi i Riders non raggiungono che lo 0,05%. Allora sorge spontanea la domanda: se sono così marginali perché dargli tanta importanza e visibilità? Perché, per usare una immagine abusata ma sempre di grande efficacia, questi lavoratori rappresentano la punta di un iceberg di un mondo più vasto di lavori senza tutele, senza garanzie, un mondo di fatica e di sfruttamento.

1Il sole 24ore del 25/09/2019
Per le caratteristiche che contraddistinguono questi lavoratori che, quando hanno bisogno di lavorare devono attivare l'applicazione, la "app", della piattaforma su cui sono registrati e aspettano di essere chiamati, li possiamo paragonare al lavoro "schiavistico" nelle nostre campagne dove il bracciante che cerca lavoro va in piazza ed aspetta il caporale che lo chiami: la app è la piazza virtuale e l'algoritmo è il caporale che ti seleziona in base alle tue prestazioni e alle tue disponibilità. Il mondo dei ciclo-fattorini è solo un segmento del lavoro senza tutele che sempre di più riguarda anche modalità formalmente legali come quello dei lavoratori edili che sempre di più vengono assunti a giornata al di fuori di quelle tutele che il contratto e soprattutto la Cassa Edile gli può garantire, dei contratti del weekend, del lavoro a chiamata, dei contratti di somministrazione (ex interina li) e dei contratti di collabo- razione sportiva, del servizio civile , dei tirocini e degli stage formativi, ma anche dell'alter- nanza scuola lavoro (collaborazioni sportive e il resto senza alcuna copertura previdenziale). Siamo cioè in presenza di un vasto sistema di sfruttamento che partendo dal criminale utilizzo del lavoro nero passa attraverso varie e fantasiose strutture contrattuali e/o normative legali che in qualche modo vanno verso il sogno più o meno esplicito di ogni imprenditore: il lavoro a consumo. Ovviamente niente di nuovo sotto il sole.

Oggi quello che osserviamo nel lavoro della Cig-economy ed in generale nei lavori gestiti da piattaforme digitali è che la tecnologia informatica offre nuovi strumenti applicati a vecchie logiche di sfruttamento. Quello che ci interessa evidenziare è il fatto che tutto ciò non è solo il frutto perverso dell'utilizzo della tecnologia o dell'algoritmo, questa più o meno oscura definizione, che sembra spersonalizzare il comando sulla forza lavoro. Prima c'era un capo reparto, un ufficio del personale che osservava, comandava e puniva , un'interfaccia umana con la quale si poteva confliggere e all'occorrenza mandare a quel paese, oggi il comando sembra impersonale e l'algoritmo si mostra come dato oggettivo. La condizione di lavoro dei Riders, dei Cig Workers, del precariato diffuso rappresentano in realtà il frutto avvelenato di decenni di arretramenti che hanno contribuito a disarticolare il mercato del lavoro, complice una sinistra riformista ubriacata di liberismo alla quale si è progressivamente accodato il sindacalismo confederale e che ancora oggi con la parola d'ordine di "governare il cambiamento" e "contrattare l'algoritmo" avalla di fatto la pervasiva precarizzazione della forza lavoro.

Sarebbe utile, fare la storia del periodo che va da uno dei momenti più alti delle conquiste operaie di metà degli anni 70 del secolo scorso ad oggi; ovvero dalla conquista del punto unico di contingenza, il meccanismo di rivalutazione della scala mobile, che simbolicamente segnò anche il punto più alto della lotta egualitaria di quel periodo, fino alla realtà odierna, che vede una giungla contrattuale fatta di oltre 800 contratti registrati al CNEL, e un allargamento della forbice retributiva tra lavoratori e top manager oramai non più tollerabile. Secondo uno studio dell'Eco- nomic Policy Insititute (Epi) di Washington dal 1978 ad oggi (2016) i redditi degli amministratori delegati sono cresciuti del 937%. Oltre il doppio della crescita della Borsa e ben 91,8 volte la crescita delle buste paga del lavoratore medio che si è fermata al +10,2%. Significativo anche il dato sulla borsa che testimonia lo spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale. La storia puntuale di questi 40 anni richiederebbe uno spazio ben più ampio di un articolo, ma un quadro, seppure a larghe pennellate, va fatto. La tinta di fondo, tanto per rimanere nell'immagine del quadro, è data da quella quinta colonna di dirigenti sindacali che subirono il lungo ciclo di lotte egualitarie i quali, nella fase di stanca e di successivo ripiegamento della lotta sindacale, avviarono una serrata critica all'egualitarismo introducendo il concetto di professionalità come elemento premiante del salario, spostando sempre più l'attenzione e l'azione dalle tutele del lavoratore a quelle del cittadino. Dirà nel 2006 Bruno Trentin nel suo ultimo discorso pubblico - "Non si tratta di organizzare un sindacato dei precari, di accettare come fatali delle divisioni che si stanno incrostando nella società, si tratta di assumere come dato centrale i problemi della persona e di costruire su questi problemi una nuova solidarietà. Non è l'aumento salariale uguale per tutti, .......Non sono le 35 ore uguali per tutti ..... No la nuova solidarietà non si costruisce più sul salario uguale o sull'orario uguale perché le persone sono diverse, ...... ecco perché soltanto sui diritti individuali noi possiamo immaginare di costruire una nuova solidarietà e una nuova rappresentanza del sindacato basata su questa solidarietà. Una rappresentanza non più di ceti, di classi, ma di individui che nel sindacato attraverso un'esperienza solidale diventino persone coscienti, capaci di decidere e di ritrovare nei diritti degli altri il sostegno alla singola battaglia loro....". Si delinea con queste parole quella transizione dal sindacato quale difensore degli interessi collettivi a difensore degli interessi dell'individuo, che è la base "teorica" sulla quale cresce il sindacato dei servizi ai cittadini. Ciò segna il passaggio dal sindacato quale organizzazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori al sindacato per le lavoratrici e per i lavoratori. La classe come soggetto del cambiamento scompare e con essa si prova a relegare sotto la polvere della storia la memoria centenaria degli sforzi che le classi lavoratrici e subalterne hanno fatto per emanciparsi dalla sottomissione al capitale. In questo quadro proviamo ad abbozzare alcune immagini che rappresentano tematiche che hanno contribuito a destrutturare l'organizzazione del lavoro e che venendo a mancare solide e reali prospettive di cambiamento determinano anche una interiorizzazione di questa organizzazione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Una delle prime tematiche che si insinua, già nel volgere della fine degli anni '70 del secolo scorso, per superare la "rigidità" della forza lavoro è il Part-time. Proposta, anche dai sindacati e da molta sinistra vecchia e nuova, come libera scelta delle lavoratrici e dei lavoratori. La storia di questi decenni ha mostrato come il part-time sia stato lo strumento cardine per il perpetuarsi della divisione dei ruoli tra i generi: difatti saranno e sono le lavoratrici che sceglieranno o accetteranno loro malgrado il lavoro a tempo parziale, sia per accudire la prole, sia per l'assistenza ai propri anziani o come, in settori in forte espansione come la grande distribuzione e la logistica, lo strumento del part-time involontario sia largamente utilizzato dalle aziende sia per gli uomini che per le donne. L'altro grande tema è il completo sdoganamento del lavoro a tempo determinato. Alcune normative degli anni 80, 90 e dei primi anni 2000 ne sono i pilastri portanti. Uno di questi sono i Contratti Formazione Lavoro (CFL) dei primi anni 80. Nei CFL, che erano previsti per i giovani, ma il limite fu posto fino a 32 anni di età, la norma prevedeva che non si potessero stipulare per acquisire professionalità elementari (compiti generici e ripetitivi): ma chi ha vissuto quegli anni sa che con il beneplacito delle rappresen- tanze sindacali i CFL furono stipulati anche per mansioni semplicissime. E' con i CFL che si introduce il concetto che l'anzianità fa grado: come si diceva nelle caserme e nelle carceri. Cioè il giovane lavoratore assunto con un contratto di formazione lavoro "può" essere inquadrato ad un livello inferiore a quello di destinazione. Naturalmente quel "può" nella pratica divenne: "è inquadrato al livello inferiore". Il lavoro non è più un diritto, ma essendo una concessione si chiede al giovane di pagarne un prezzo: il sotto-inquadra- mento e una normativa con- trattuale penalizzante in tema di ferie nei primi anni, solitamente tre, di lavoro. L'altro passaggio è del 1996, il cosiddetto Pacchetto Treu, in qualche modo epocale, che disciplina il lavoro in affitto con la creazione delle Agenzie interinali, quello che noi abbiamo sempre definito "caporalato legale"; introduce le Collaborazioni Coordinate e continuative, i Contratti a progetto, i lavori socialmente utili. Queste misure saranno approvate con il voto favorevole di Rifondazione Comunista in cambio di borse lavoro al sud. La legge Treu sarà sicuramente il volano principale della progressiva crescita del lavoro precario in Italia. Con la legge Biagi, del 2003,, si inseriscono nella normativa tutta una serie di casistiche di nuove "flessibilità" della forza lavoro ritornando sugli istituti del pacchetto Treu. In particolare si l'introduce il contratto di inserimento, che sostituisce il contratto di formazione e lavoro che si rivolge soprattutto alle donne delle aree svantaggiate e ai lavoratori più "anziani", e prevede un sotto-inquadramento di due livelli. Questa modalità di accesso al lavoro che da allora è stata recepita nella quasi totalità dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Le agenzie interinali vengono superate, ma solo nominalmente, venendo sostituite dalle Agenzie di somministrazione lavoro. In questa rapida carrellata a ritroso merita una citazione l'abolizione della scala mobile del 1993, e la politica della concertazione. Frutti di un accordo interconfederale tra CGIL-CISL-UIL, confindustria e governo, questi due eventi hanno determinato nei decenni successivi un depauperamento dei salari e una preminenza del contratto di secondo livello rispetto al CCNL. Processo che si è costantemente rafforzato nei successivi accordi tra sindacati e datori di lavoro. Il lavoro precario rappresenta oggi una fascia ampia ed in costante aumento della forza lavoro e la risposta che viene data dalle organizzazioni sindacali continua ad essere inadeguata e inefficace. La stessa Cgil, pur comprendendo che occorre dare una risposta al precariato diffuso, coniuga in maniera totalmente errata questa giusta esigenza. Infatti, così come molti giovani e meno giovani lavoratori hanno introiettato questi modelli lavorativi assumendoli come normali, anche in CGIL l'operazione di costruzione del Nidil, Nuove identità del lavoro, assegna, già dalla stessa definizione della nuova categoria, un profilo positivo a questi lavori che, rappresentando il nuovo, che avanza non vanno contrastati ma solo e semplicemente normati. Le parole e le definizioni non sono neutre e se si parla di "nuove identità del lavoro" si afferma che questi modi di lavoro, essendo "nuovi" per il significato di valore positivo che la neo-lingua assegna alla parola "nuovo", hanno una loro ragione d'essere e una loro dignità: in sostanza si finisce per assumere il punto di vista del capitale. Le vertenze dei riders, sia con le nuove norme legislative e sia con le battaglie legali in corso, rappresentano un momento importante per affermare una volta per tutte che in questi lavori, così come in migliaia di finte partite iva, non vi è alcuna autonomia imprenditoriale, ma ci troviamo difronte a forme di lavoro subordinato tra le più vessatorie e prive di tutele in termini sia di reddito che di assistenza e previdenza. Una battaglia di "nicchia" e di principio che può essere l'apripista per un nuovo protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori. Le ultime novità introdotte dalla legge n. 128/2019, di conversione del D.L. n. 101/2019 che interviene con una serie di misure sui cosiddetti Riders rappresen tano un piccolo passo avanti riconoscendo a questi lavoratori alcune tutele tipiche dei lavoratori dipendenti. Contemporaneamente apre una profonda contraddizione in quanto il lavoro di consegna tramite una piattaforma digitale viene scisso in due canali: per chi ha un rapporto continuativo ed etero organizzato, si applicano le tutele del lavoro subordinato; per chi lavora in modo occasionale e discontinuo si conferma che si tratta di lavoro autonomo, ma si prevedendo la copertura antinfortunistica e malattie professionali a carico del committente e si disciplina il meccanismo di retribuzione prevedendo un minimo orario parametrato a quello previsto dai CCNL e si vieta il cottimo.(Norma che troverà applicazione solo dal novembre 2020) Appare ai più evidente che i rapporti di lavoro che da ora in avanti verranno stipulati saranno per lo più quelli del secondo canale ed in questo caso si preferiranno quei "collaboratori" che "sceglieranno" su invito dei manager delle piattaforme coloro che apriranno una partita Iva, meccanismo che servirà ad aggirare l'assunzione dei carichi contributivi e sottrarsi allo stesso nuovo meccanismo di pagamento delle prestazioni. Questa norma non porta alcun contributo positivo circa la trasparenza delle strutture contrattuali, anzi con i due canali e con l'invenzione di un lavoro ibrido autonomo-subordinato non fa che accrescere la frammentazione del mondo del lavoro. La battaglia per ricondurre tutte le forme di lavoro precario che artatamente stanno sotto il manto del lavoro autonomo, al pieno riconoscimento di lavoro subordinato è tutta in salita e ancora tutta da percorrere.

carmine valente

I Comunisti Anarchici e Libertari per l'unità dei lavoratori

di Cristiano Valente Spi Cgil Livorno

I comunisti anarchici e libertari, ieri come oggi, lavorano per l'unità dei lavoratori, per un sindacato autonomo dallo Stato, dalle istituzioni, dai partiti, per un sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, contro il funzionariato e la burocrazia, per un sindacato che abbia chiara l'inconciliabilità di interessi tra capitale e lavoro, per un sindacato che trova le soluzioni nella determinazione del conflitto.
Il documento "la CGIL del futuro" redatto e approvato dal Coordinamento Nazionale di "Lavoro Società - Per una CGIL unita e plurale" Roma 25 giugno 2019 può rappresentare un importante passo in avanti affinchè una sinistra sindacale, propriamente detta, possa essere ridefinita e svolgere un ruolo non più marginale e minoritario all'interno del dibattito sindacale e quindi all'interno della nostra classe.

Crediamo, come i compagni estensori del documento, che la necessità oggi sia quella di ricomporre le diverse aree e sensibilità di dissidenza presenti nella CGIL al fine di porre un primo e concreto argine alla frantumazione del tessuto solidaristico che il movimento dei lavoratori sta subendo oramai da oltre trenta anni.

Tale positiva acquisizione e scelta da parte di questi compagni e compagne viene, secondo noi, depotenziata con una sostanziale riconferma della linea strategica indicata dal nostro ultimo congresso di Bari, indicata addirittura come "faro" nel mare in burrasca della attuale crisi economica.

Ci sembra un'affermazione che, oltre ad impedire nella concretezza una possibile battaglia comune ai compagni ed alle compagne della seconda mozione, al con tempo, non permette e non favorisce una riflessione sulle reali motivazioni della grave situazione in cui oggi siamo.

Il pesantissimo attacco che il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici sta subendo è certamente conseguenza del contrattacco del padronato e delle diverse compagini governative che si sono succedute, ma troppe volte e troppo spesso le organizzazioni sindacali, a partire dalla nostra, hanno rinunciato a battaglie, seppur di resistenza, collettive che potessero diventare resistenza organizzata,convergendo spesso in forme di connivenza.

Solo un pensiero ed una elaborazione fortemente autocritica rispetto alle scelte ed alle pratiche di questi ultimi anni può evidenziare con chiarezza la corresponsabilità dei nostri gruppi dirigenti all'attuale degrado sociale ed alla pesante sconfitta che i lavoratori e le lavoratrici stanno subendo.

Una riflessione che non parta da questo dato oggettivo non ci pare all'altezza dell'attuale situazione politica e sociale, ma può aumentare la confusione e lo sbandamento del movimento dei lavoratori, facilitando una sua ulteriore frantumazione e debolezza nel definire risposte che lo scontro di classe in atto pressupporrebbe.

Debolezza che viene esplicitata in apertura del documento con il rituale richiamo alla Costituzione Repubblicana, senza mai chiedersi, a costituzione vigente, del perchè i rapporti di forza oggi siano invece quelli descritti nel capoverso "il paese sta andando alla deriva", dove correttamente si afferma che il paese è .."ripiegato su se stesso.... preda di una corruzione dilagante che ha collusioni con la politica, fra piccoli interessi particolari, indifferenza e qualunquismo di troppi...".

Tant'è che pur esplicitando, coraggiosamente, il largo consenso alle gravi scelte classiste del governo "Salvini di Maio" da parte della nostra gente, non si comprendono appieno le motivazioni.

A queste caratteristiche deficitarie, si somma una stravagante concezione del ruolo del sindacalismo, in particolare della CGIL, la quale la si vorrebbe mallevadore, cioè in sostanza garante e responsabile "di una possibile forza politica di massa di sinistra"Infatti con un linguaggio un po "biforcuto", pur riconfermando il concetto dell'autonomia politica della CGIL si arriva all'auspicio di una rinata "sinistra politica radicale di massa, capace di fare egemonia e riconquistare il consenso perduto".

A tal proposito si indica la necessità di limitare l'attuale incompatibilità politica ai componenti degli esecutivi, consentendo la candidatura alle elezioni di qualsiasi ordine e grado ai componenti dei Direttivi e delle assemblee generali.

E' questo tutto il contrario dell'autonomia dai partiti e dai governi che, pur nelle alterne vicende politiche e sociali, la CGIL di Trentin aveva ufficializzato fin dal 1991, attraveso il superamento delle componenti politiche che gestivano la CGIL e che i nostri compagni di Difesa Sindacale indicavano come necessità fin dai primi anni '50.(1)

Nonostante le ripetute affermazione sull'autonomia del sindacato, lo schema che viene riproposto, è quello della vecchia e logora "cinghia di trasmissione" di socialdemocratica memoria.

In sostanza un sindacato subaltermo al partito, ai partiti politici e soprattutto alle dinamiche parlamentari. Tant'è che si indica la CGIL come l'unico anticorpo per creare una nuova sinistra del lavoro.

A nostro avviso la prospettiva di ricostruire un'opposizione di classe interna alla CGIL potrà acquisire credibilità solo se saprà sviluppare un bilancio inevitabilmente critico della propria storia, in considerazione dei livelli di consapevolezza attuali espressi dal movimento sindacale italiano che sono ridotti ai minimi termini.

Le aree programmatiche, tutte, hanno espresso un tessuto militante comunque prezioso, con il quale è necessario interloquire oltre i risultati congressuali, per riunirlo e riconnetterlo alla condizione reale della nuova organizzazione del lavoro e alle nuove figure sociali in essa emergenti.

Rispetto poi alla presunta suggestione di far vivere e mettere a valore il "marxismo come teoria e prassi dell'agire sindacale" ben più prosaicamente ricordiamo come un nostro vecchio compagno internazionalista, Errico Malatesta, a proposito della necessità della battaglia sindacale affermava:

"L' Internazionale era un'associazione operaia che mirava a riunire nel suo seno tutto il proletariato e quindi il suo terreno proprio era la lotta economica, indipendentemente dalle opinioni politiche, filosofiche, religiose che potevano dividere i suoi membri.

E fu errore (l'errore che, secondo me, più d'ogni altro la condusse alla morte) quello di avere nei suoi congressi accolte certe teorie che diventavano la dottrina ufficiale dell'associazione. Queste teorie (collettivismo o comuni- smo, socialismo democratico, anarchismo) avrebbero dovuto restare, a parer mio il programma dei gruppi d'idee, i quali dovevano propagarle fra le masse dell' Internazionale, senza pretendere ch'esse fossero accettate da tutti: cosa che da una parte precludeva l'entrata nell' Internazionale agli operai non ancora convertiti e dall'altra produceva la scissione e la lotta a morte fra le diverse scuole ed i diversi partiti, che erano entrati nell'associazione."(2)

Occorre quindi, oltre ad una puntuale autocritica delle scelte e delle prassi della nostra organizzazione sindacale, misurarsi sulla capacità di articolare obiettivi chiari, praticabili e unificanti e non programmi vasti, fumosi, nè tanto meno ambiziosi se non addirittura velleitari, irrimediabilmente politici e quindi divisivi.

Ciò rende necessaria quella che noi chiamiamo "la strategia dell'obiettivo".

Occorre ritornare a vincere su qualche cosa di concreto: salario, riduzione orario a parità di paga, previdenza e assistenza pubblica.

Individuiamo un obbiettivo prioritario. Uno solo.

Usiamo e spendiamo tutta la capacità organizzativa ed il sapere delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori. Sappiamo dove colpire con poco rischio da parte nostra, ma penalizzando molto il padrone. Usiamo tutte le energie e tutte le categorie. Nessuna esclusa, includendo anche i pensionati.

Costruiamo intorno a questo unico obiettivo una larga convergenza sociale con le strutture e le organizzazioni giovanili e sociali che ancora esistono seppur sparse e frammentate nei territori urbani e periferici.

Su questo facciamo una grande campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione nei territori usando le Camere del Lavoro come centrali unitarie delle categorie e dei movimenti giovanili e dei precari sempre più presenti nelle realtà produttive.

Solo se riusciamo a vincere, su un terreno seppur minimale, può riprendere la consapevolezza che la lotta paga e che è con il conflitto e con l'azione collettiva che si migliorano le condizioni sociali dell'intera comunità. (3)

Inoltre sarebbe necessario fare una riflessione sulla stessa metodologia della contrattazione salariale nelle diverse categorie.

E' da tempo che nel dibattito interno della nostra organizzazione si usa contrapporre ad una visione vertenziale esclusivamente categoriale la necessità di una pratica rivendicativa di carattere confederale, indicando con ciò, anche se spesso confusamente, la necessità di tenere insieme tutto il movimento senza fughe corporative o categoriali che sfilaccerebbero oltre modo il tessuto già logoro del movimento dei lavoratori.

Se un tale ragionamento che ha una sua valenza e significato politico, su cui conveniamo, invece di far svolgere i diversi rinnovi contrattuali delle diverse categorie in date e scadenze diverse potremmo impegnarci affinché la contrattazione sindacale sui salari avvenga per tutte le categorie contemporaneamente.

Solo questa modifica di carattere metodologico aumenterebbe la capacità di pressione sulla controparte padronale e governativa in maniera geometrica, assumendo un significato altamente politico, permettendoci di ottenere risultati sicuramente migliori, avendo tutta la massa del movimento mobilitata e non singole categorie.

Ci auguriamo per questo che la discussione, meritoria, che i compagni hanno determinato con il loro documento e le poche riflessioni che anche da parte nostra svolgiamo in queste note possa proseguire e attivare ulteriori riflessioni e pratiche affinchè sia raggiungibile l'obiettivo di una forte, coesa e larga sinistra sindacale.

Cristiano Valente

SPI - CGIL Livorno

Note:

(1) "Sul pian della politica interna, considerando che la posizione del sindacato deve investire la struttura economica e sociale del paese, riteniamo estremamente dannoso che l'Organizzazione assoggetti la sua linea alle impostazioni puramente parlamentari date dall'opposizione. La formula dell'apertura a sinistra inserita meccanicamente tra le istanze dell'azione sindacale, sposta la direzione del sindacato verso interessi e categorie politiche, anziché verso interessi e categorie economiche e sociali. Da questa posizione la formula politica dell'interesse nazionale si sovrappone alle istanze dettate dall'interesse di classe che devono saldare l'azione unitaria del proletariato industriale e contadino e dei suoi ceti alleati"

Dichiarazione della corrente anarchica di difesa sindacale al IV congresso della CGIL (Roma febbraio/marzo1956)

(2) Lettura di Errico Malatesta a cura di Collettivo Nazionale di Studio. Quaderno di Critica Anarchica. Edizione Cantiere 1954. oggi su www.comunismolibertario.it

(3) Per una più ampia argomentazione vedi Difesa Sindacale n° 34 Gennaio 2016 . www.difesasindacale.it

http://www.difesasindacale.it/Numero51.html
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