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(it) Bergamo: Guerra e accoglienza. Due aspetti dello stesso business

Date Sat, 26 Jan 2013 10:04:53 +0100


*GUERRA E ACCOGLIENZA. DUE ASPETTI DELLO STESSO BUSINESS*
Il 16 gennaio 2013, i ministri degli esteri e della difesa italiani
hanno pubblicamente sancito un'alleanza bellica con la Francia,
nell'intervento militare contro uno degli stati più poveri e
dissanguati del pianeta, il Mali. Obiettivo: opporsi all'autonomia di
quella regione, spacciata per l’ennesima invasione del terrorismo
islamico, per non incrinare l'approvvigionamento energetico francese
ed il controllo delle risorse naturali del territorio, in primis
l'uranio.
Concretamente, l'intervento italiano si caratterizzerà in collegamenti
aerei, rifornimenti in volo e probabilmente fornendo i propri droni
'predator'.
Si potrebbe sostenere che si è in clima da campagna elettorale, ma
evidentemente riguardo alla guerra non è così. Che siano volti nuovi o
cariatidi, mafiosi o tecnici, la guerra sembra sempre una priorità
per tutti i governi e le classi dirigenti. Un solido investimento per
il futuro, dal sapore sempre uguale: metallico, come quello del
sangue. La solita pietanza, servita con i più diversi edulcoranti.
Linguaggi tecnici, immagini faziose, nemici sempre più sfuggenti,
tutto per nascondere il comun minimo denominatore di ogni governo e
della sua
politica: il sistema guerra.
L'Europa sembra non aver altro da proporre in materia di politica
estera. Fuoco fuori dai confini e polizia all'interno. Ciò che si
dimentica facilmente però, è che dove c'è, o c'è stata guerra, la
gente fugge per lasciarsi alle spalle la disperazione.
Ecco che allora, proprio perchè da massa anonima per telegiornali di
regime, i popoli in fuga si impongono agli occhi degli occidentali con
i propri volti, il linguaggio delle armi deve lasciar campo libero a
nuovi spazi di visibilità ed intelliggibilità. Sarà così il diritto
umanitario a definire i confini della loro identità e del loro
status, per condurli verso una nuova spersonalizzazione. Piuttosto
che il diritto penale a mettere definitivamente i sigilli alla loro
libertà.

Nell'ultima settimana di dicembre a Bergamo e a Gromo, i profughi
giunti in Italia dopo l'ultimo intervento militare della Nato in
Libia, ospitati da più di un anno in strutture d'accoglienza, hanno
protestato contro il regime a loro imposto e contro le limitazioni
alla libertà di movimento. Lo hanno fatto sottraendosi a quello stato
d'eccezione,
teorizzato dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di
immigrazione e realizzato dal privato sociale. Lo hanno fatto
opponendo a una situazione di semidetenzione, sapientemente
amministrata dagli enti caritatevoli e legittimata dalla retorica
cattolica, progetti di vita concreti, partendo dalla ricerca di un
lavoro più o meno stabile.
Lo hanno fatto chiedendo un contributo in denaro alla Caritas (che
riceve dallo stato 1300 euro al mese per ogni profugo ospitato), la
quale, sorda a tale richiesta, sarebbe però disposta a coprire
interamente le spese di viaggio per i rifugiati disposti a tornare in
Libia.
Ciò che può sembrare un gesto insolente verso chi si fregia di
democraticità e umanitarismo, in realtà svela tutto lo zozzume delle
politiche internazionali e crea un cortocircuito nella rete di
leggittimazione che la guerra (interna ed esterna) tesse intorno a sé.
Ciò che i giornali hanno restituito è una chiara mistificazione di
quello che la lotta dei migranti esprime: il fallimento delle
politiche estere della fortezza Europa, degli accordi internazionali
sull'immigrazione e il lato parassitario dell'umanitarismo.

Per gettare la sabbia negli ingranaggi della guerra, occorre agire
soprattutto nei suoi aspetti più capillari. Organizzare mobilitazioni
oceaniche e mediatiche può servire ad accrescere la consapevolezza e
l'attivismo, ma elude gli aspetti più concreti e plurali del sistema
guerra.
Pertanto, ci sentiamo di dire che alle prossime elezioni (come del
resto a tutte) l'unico gesto contro la guerra che ciascuno/a di noi
può fare è disertare le urne, evitando così di legittimare, con il
proprio voto, un sistema di governo che, indipendentemente dagli
orientamenti politici espressi, ha nelle guerra uno dei propri
pilastri.

Contro gli eserciti sempre, per la guerra mai!

*Anarchiche/ci della Malpesata*

http://underground.noblogs.org/post/2013/01/22/guerra-e-accoglienza-due-aspetti-dello-stesso-business/
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