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(it) Convegno FAI: della lotta armata e di alcuni imbecilli

Date Fri, 8 Jun 2012 08:47:22 +0200


Della lotta armata e di alcuni imbecilli
Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni di
un’involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di politiche
disciplinari in risposta alle questioni sociali è segno che il tempo dei
compromessi, delle socialdemocrazie sta tramontando. Potremmo dover fare i
conti con il rischio che si impongano regimi decisamente autoritari. La
criminalizzazione dei movimenti sociali e degli anarchici, prepara il
terreno e nuovi dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti
penali, una sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre
maggior controllo militare del territorio.
L’immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice
lunga su quali sono le intenzioni dell’oligarchia al potere. Un atto vile,
di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne, antisociale e
criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata,
magari con origini greche o con contorno mafioso, con l’obiettivo palese
della realizzazione dell’unità di tutti gli schieramenti in difesa dello
Stato, un’unità che abbiamo visto all’opera negli anni della solidarietà
nazionale, delle leggi speciali, dell’arretramento sociale e culturale del
paese.
Anche il ferimento dell’AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione inviata
al Corsera dal nucleo “Olga” della fai informale dimostrano come azione e
comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di specchi
infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per coglierne
l’intima trama.
 I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra che
l’esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero contro
il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle lotte
sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa ambientale,
contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste e le
politiche securitarie nel nostro paese.
 Giornali, radio e televisioni, che nell’immediato non avevano alzato i
toni, si scatenano dopo la rivendicazione.
 Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare
l’attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli
anni ’80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti
del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed
indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni
erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e
contrapposizioni, così oggi c’è chi intende rispolverare i vecchi arnesi
della criminalizzazione preventiva. D’altronde la situazione per governi
e padroni non è facile: devono far digerire misure sempre più indigeste e
in loro cresce la paura di una ribellione sociale.
 Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare, dopo le
varie informative dei servizi segreti sul pericolo
“anarco-insurrezionalista”, l’incombenza della minaccia terroristica di
matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al
movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione sociale.
Se l’operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi
sempre nuove operazioni repressive.
In una situazione dove l’aggressione alla qualità della vita della
popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro
dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove ci
sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta l’intelligenza e
della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere
lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle
forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile
doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un’organizzazione, dura,
combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa
di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l’attentato
al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla
federazione anarchica informale. Soprattutto se l’enfasi mediatica con il
quale vengono riportate queste azioni è funzionale al coinvolgimento di
tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale,
che ha investito pesantemente anche la Federazione Anarchica Italiana.
 Non per caso il testo del nucleo “Olga” viene pubblicato integralmente
dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono alla
FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non è difficile.
 Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è dedicato
alla propaganda: buona parte del documento è un attacco violentissimo al
movimento anarchico nelle sue tante componenti.
 Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un
testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa
proprio un anarchismo “ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di
vita”. Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle
lotte sociali “lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia”.
Ossia per il mantenimento dell’ordine gerarchico.
 Chi legge ha l’impressione che lo scopo reale dell’azione non fosse tanto
un monito ai signori dell’atomo, quanto l’ottenere l’audience adatta a
far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
 L’azione degli anarchici è descritta come mera attività ludica,
“ascoltare musica alternativa” mentre il “nuovo anarchismo” nasce dal
gesto di “impugnare la pistola”, dalla scelta della “lotta armata”.
 Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone animato,
che non amano “la retorica violentista ma con piacere” hanno “armato” le
proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il nucleare è al
momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai movimenti popolari.
 Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che è
possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro i giganti
dell’atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei blocchi dei
trasporti nucleari tra l’Italia e la Francia, dove gli anarchici erano in
prima fila.
 Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del
territorio e per l’autogoverno, contro i padroni per la realizzazione di
margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù salariata, contro la
guerra e le produzioni militari, per una società senza eserciti e
frontiere, contro il razzismo, il sessimo, la guerra ai poveri e alle
donne.
Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l’oppressione come tutti, a
fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro lo stato e
il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli, mirando a spezzare
l’ordine materiale e, insieme, quello simbolico, consapevoli che non basta
distruggere ma occorre saper costruire. Costruire senza timore che la casa
venga abbattuta, sapendo che ogni spazio liberato, anche per pochi
momenti, diviene luogo di sperimentazioni dove tanti assaporano il gusto
di una libertà che non è astrazione poetica ma concreta edificazione di un
ambito politico non statale.
 Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di segno
diverso, che non si limitano al “sogno di un’umanità libera dalla
schiavitù” perché il percorso di libertà non è un “sogno” ma la scommessa
quotidiana dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a vivere e che
vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli, perché
l’umanità è fatta di persone in carne ed ossa, perché agire in nome di
un’astratta “umanità” è tipico degli stati, delle religioni, persino del
capitalismo che promette senza mantenere benessere e felicità. Non degli
anarchici.
 La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma
non si può certo imporre.
 Gli estensori del comunicato rifuggono il “consenso” e cercano
“complicità”. Se ne infischiano del fine e pensano solo al mezzo, di
fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale anarchica.
Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di pratica
avanguardista e retorica estetizzante.
 Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee
interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior
parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in
relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi
simbiotico.
 Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato
descritti come “terroristi” o loro tifosi, dall’altro come burocrati
inoffensivi.
 Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del gesto, vi
si appaga in un’estasi esistenziale in cui il bagliore di un attimo
compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel silenzio e nell’attesa
di un’altra occasione per far salire l’adrenalina. “Per quanto lieve sia
questo bagliore – scrivono – la qualità della vita ne sarà sempre
arricchita”. Tra un pacco postale e una pallottola alle gambe potranno
crogiolarsi nella fama di carta che i media pagati da padroni e partiti
vorranno regalare loro.
Al di là dell’uso mediatico dell’attentato ad Adinolfi, resta il dato
politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le seduzioni
semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario, che culla
l’illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano intollerabile il
mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le cosiddette “nuove BR”,
persone lontanissime dall’anarchismo hanno manifestato entusiasmo per
l’attentato di Genova. È l’apoteosi del mezzo, che non si cura del fine.
Una sorta di trasversalità dell’agire colma l’apparente distanza dei
progetti. In realtà questa distanza si dissolve allorché questa pratica si
sviluppa in opposizione alle lotte sociali, inevitabilmente costrette in
quello che il nucleo “Olga” chiama “cittadinismo”. Con questo termine
bollano le lotte popolari che in questi anni, con crescente radicalità
organizzativa hanno più volte messo in difficoltà i governi che si sono
succeduti, ledendo gli interessi delle grandi imprese ed inaugurando
pratiche di partecipazione certo non anarchiche ma sicuramente lontane
dalla triste abitudine alla delega in bianco elettorale.
 Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null’altro che il
partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono dotati
di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di affinità alla pratica
di azioni violente. Prescindiamo dal fatto banale – anche se grave – che
in tal modo si offre una sponda ad infinite operazioni repressive basate
su reati associativi. Andiamo oltre anche al rischio palese che un giorno
o l’altro Stato o fascisti possano usare la sigla per scopi propri,
utilizzando la sponda loro ingenuamente offerta.
 Se l’esito è il partito, l’organizzazione che agisce dove altri non
agirebbero, l’organizzazione che si pone in lotta privata con lo Stato e
i padroni, allora quest’esito conduce direttamente fuori dall’anarchismo.
 L’anarchismo è altrove. L’anarchismo non si impone, ma si propone. Ogni
giorno, giorno dopo giorno, nell’auspicio che si fa agire concreto perché
gli sfruttati, se vogliono, possono creare le condizioni per fare a meno
di chi li sfrutta, perché gli oppressi, se vogliono, possono lottare per
liberarsi da chi li opprime. È questione di pratica, di ginnastica della
rivoluzione, di sperimentazione del possibile e del desiderabile, di
messa in gioco quotidiana.
 Nell’estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo che
per gli anarchici sociali “unica bussola è il codice penale”. Scrivono
“costi quel che costi”: gli anarchici il prezzo lo pagano ogni giorno.
Anche, ma non è né un vanto né una lamentela, di fronte ai tribunali, che
ci presentano il conto per le lotte cui partecipiamo.
Gli autori del comunicato usano il termine “federazione” ma riducono il
federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella pistola
che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella volontà di costruire
un ambito di relazioni che si impegni a coniugare libertà ed
organizzazione.
 I detrattori dell’anarchismo sostengono che è impossibile coniugare
libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione, poiché identificano
l’organizzazione con la gerarchia, con lo Stato, con l’imposizione
violenta di un ordine sociale che limita la libertà e trasforma
l’uguaglianza in uno scheletro formale senza base materiale.
 I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la libertà vada
limitata, perché, al di là della retorica sul potere popolare, non vedono
la libertà come il segno distintivo di un’umanità che si emancipa dalla
sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come pericolo da
ingabbiare. Per i democratici l’unico modo di regolare i conflitti, la
giungla sociale, è nell’imposizione violenta di regole fissate in base al
principio di maggioranza.
 Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli
Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il
gusto d’agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione
sull’etica della responsabilità, sulla necessità morale e politica di
costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere. Un agire che
basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza i quali,
piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non la
rivoluzione. Nel loro scritto proclamano “il piacere di aver realizzato
pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra’ rivoluzione”. In questo
modo la rivoluzione sociale si riduce ad una pratica autoerotica in club
privé.
L’anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi
azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle:
esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione
del momento storico in cui essi vivono.
 L’efficacia dell’azione diretta non viene espressa dal grado di violenza
in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada
praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di
ridurre la violenza al minimo livello possibile all’interno del processo
di trasformazione rivoluzionaria.
 La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato.
La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire ambiti di
relazione politica e sociale, che, con il loro stesso esistere,
prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame organizzativo
amplifica la libertà del singolo. L’anarchismo sociale non è permeato da
alcuna pretesa che esista la formula definitiva per la società anarchica,
ma si interroga e interrogandosi prova a praticare una relazione tra
diversi che miri alla sintesi possibile, nel rispetto delle differenze di
ciascuno e ciascuna. Siamo consapevoli che solo una società omologata e,
quindi, intrinsecamente autoritaria se non totalitaria, può immaginare di
espungere il conflitto dalle relazioni sociali: per questa ragione
consideriamo l’anarchia un orizzonte costantemente in costruzione, dove la
rivoluzione sociale che abolisce la proprietà privata ed elimina il
governo, è il primo passo non l’ultimo di un percorso di sperimentazione
sociale, che è nostro sin da ora.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Italiana riuniti a
convegno il 2 e 3 giugno 2012

http://www.federazioneanarchica.org/
http://anarresinfo.noblogs.org/
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