(it) territorio, fisco e autogoverno

Hobo (hobo@iol.it)
Mon, 15 Jul 1996 02:51:55 +0200


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due o tre cose che ancora non ci siamo detti su
territorio, fisco e autogoverno

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I tre dibattiti promossi dall'associazione ArsenaleSherwood all'interno del
Festival della Radio si inseriscono nel continuo processo di ricerca
teorico-pratica sulle nuove forme dell'agire politico antagonista, nel
quadro delle trasformazioni epocali che connotano questa fine secolo.
I concetti analitici che abbiamo cercato di sviluppare e le sperimentazioni
organizzative che abbiamo praticato hanno carattere necessariamente aperto,
non assoluto o definitivo. Non e' certo questa un'epoca di certezze, bensi'
profondamente segnata da una grande problematicita', da contraddizioni che
attraversano l'intera struttura sociale ed i soggetti che in essa vivono,
producono, agiscono. Niente e' piu' come prima! Sembra essere una verita'
elementare, quasi banale; ma che deve servirci ad inventare un nuovo spazio
dell'azione e dell'intervento politico, ridando senso alla nostra
soggettivita' e militanza. Lasciamo volentieri i rottami di vecchi dogmi
alle sette, ai fondamentalisti, a tutti coloro che sono convinti sia
possibile 'rifondare' cio' che non esiste piu'!

In questo panorama caotico e contraddittorio alcuni punti fermi ci sembra
possano essere ormai assunti come importanti:

1. le modificazioni strutturali del modello produttivo a partire dalla
divisione e organizzazione del lavoro sociale nel postfordismo;
2. i processi di globalizzazione economica e - simultaneamente - le nuove
localizzazioni produttive;
3. la crisi dello Stato-sociale/nazionale come crisi degli equilibri
politici e di classe che ne erano a fondamento.

I grandi avvenimenti che hanno segnato la storia della modernita', le
rivoluzioni borghesi, lo sviluppo del capitalismo, le lotte della classe
operaia industriale, l'affermarsi del modello di Stato sociale keynesiano,
sono venuti tutti a determinarsi nel quadro degli Stati-nazione. Questo non
perche' le caratteristiche internazionali e mondiali del capitalismo non
fossero importanti anche prima: solo che erano comunque subordinate
all'economia e alla sovranita' sul territorio nazionale, dalle avventure
coloniali del secolo scorso alle politiche imperialiste delle cosiddette
'superpotenze'.
A fronte dei processi di globalizzazione, e' invece il concetto stesso di
'nazione' che perde la sua centralita': i capitali sono liberi di circolare
in tempo reale ovunque nel mondo, per essere impiegati laddove trovino le
condizioni piu' favorevoli e vantaggiose, senza piu' barriere ne' confini. Non
piu' la 'ricchezza delle nazioni', dunque: caso mai 'ricchezza senza
nazioni' e 'nazioni senza ricchezza'!
D'altra parte le nuove localizzazioni produttive, le reti della produzione
diffusa (la 'produzione in rete' non e' un astratto modello interpretativo,
bensi' il concreto funzionamento del modello di accumulazione postfordista!)
- radicate in specifici territori di cui sfruttano l'ambiente naturale e
sociale, le intelligenze e i saperi, le risorse umane cooperanti, le
infrastrutture e le capacita' d'innovazione tecnologica - sono gia'
immediatamente proiettate in una dimensione trans-nazionale, nella terra
sconfinata del mercato globale, nella sua catena di interdipendenze,
suddivisioni, gerarchie vecchie e nuove. Che cosa c'entra tutto cio' con la
stessa possibilita' di una pianificazione economica nazionale, con qualsiasi
vincolo e rigidita'? Che cosa rimane della sovranita' nazionale rispetto a
macrodecisioni politiche ed economiche che sono prese in altri luoghi?
Da queste semplici osservazioni, e' facile capire la portata della
'rivoluzione' capitalistica che e' in corso: se il modello produttivo
fordista e lo Stato-nazione si basavano su un concetto di spazio-tempo
relativamente omogeneo, lineare, continuo, scandito dai ritmi di una
giornata lavorativa sociale rigida ed uniforme, all'interno di ben definiti
confini geografici; il nuovo scenario ci offre, al contrario, un'immagine
di rottura e di discontinuita'. Spazi e territori, tempi di vita e di
lavoro, modalita' produttive e rapporti sociali si vanno ridisegnando in
nuove, contraddittorie configurazioni.
Il concetto di territorio non ha nulla di naturalistico, di statico ed
immutabile, ma si definisce nel rapporto fra spazio e politica, tra
produzione e riproduzione: il nostro agire politico puo' dunque
appropriarsi, ridefinire, riattraversare i territori dal punto di vista
delle reti sociali, della soggettivita' e cooperazione antagonista.

In questo quadro di riferimento, il problema politico centrale cui ci
troviamo di fronte fin da subito, nel nostro territorio, e' costituito
dall'apertura di una fondamentale contraddizione legata al problema
dell'organizzazione politico-amministrativa a cavallo tra le nuove
dimensioni produttive e sociali del globale e del locale. Intorno a questa
contraddizione vanno delineandosi diverse possibili proposte: da quella
istituzionale stabilizzante incarnata dal movimento dei sindaci del
Nord-Est a quella veicolata dalla Lega Nord e dal tema della secessione.
Lasciamo perdere la discussione, oziosa, se rispetto a quest'ultimo punto
si tratti di 'sparate' di Bossi in funzione tattica per aumentare la
pressione verso il governo centrale e alzare la posta delle rivendicazioni
autonomiste e/o federaliste; oppure se la secessione sia una possibilita'
reale o meno in uno Stato europeo come l'Italia, a capitalismo avanzato,
inserito dentro una rete ben definita di equilibri internazionali... tutto
vero e mille altri discorsi si potrebbero fare. Ma cio' nulla toglie agli
effetti che la proposta leghista produce nell'immaginario collettivo,
ovvero sul piano della produzione di soggettivita': le passioni e il
consenso che essa suscita in molti strati 'popolari' del Nord.
Il nostro punto di vista non puo' dare adito ad alcuna ambiguita': siamo
contro lo Stato-Nazione, il centralismo statalista, il suo apparato
burocratico-amministrativo... Ma siamo, con altrattanta forza e
convinzione, contro la sua riproduzione su scala piu' piccola, lo Stato
della 'Nazione Padana' come nella proposta secessionista di Bossi.
Contro il 'grande nazionalismo', ma anche contro i 'micro-nazionalismi', la
suddivisione delle aree territoriali in base a discriminazioni tra
ricchezza e poverta', forti e deboli, sviluppo e sottosviluppo, gabbie
salariali e sociali. Abbiamo sotto gli occhi quali devastazioni, tragedie e
barbarie, grandi e piccoli nazionalismi abbiano prodotto nella storia
passata e nel presente!
Cio' non toglie che dobbiamo recuperare - non come scimmiottatura, ma ben
piu' profondamente all'interno della nostra memoria e identita' - idee forza
quali autonomia, indipendenza, autogoverno.
E' vero: all'origine di tutte le moderne costituzioni sta il diritto di
resistenza, di insurrezione, di secessione come rottura di un patto, come
liberta' di separarsi da un governo oppressivo - parole dimenticate,
occultate, rimosse, in primo luogo dalla tradizione politica della
'Sinistra'. Possono queste parole essere riempite da contenuti di
liberazione, delle nuove forme di cooperazione ed autorganizzazione
sociale?
Il nostro antistatalismo e' coerente ed irriducibile: siamo per la rottura
della macchina statale, in qualsiasi forma essa si presenti, e per lo
sviluppo dell'autonomia reale dei soggetti sociali. In questo senso
possiamo riscoprire l'importanza e la profondita' di concetti quali
autodeterminazione ed autogoverno: sono per noi le coordinate di un
processo di liberazione sociale, non di fondazione di un nuovo Stato.
Autogoverno non significa dunque un'altra forma di governo, opposta e
speculare a quella esistente, bensi' contropotere, anti-Stato, come
riappropriazione del territorio attraverso lo sviluppo di reti antagoniste.
La capacita' dunque di creare nel conflitto, nuove forme di organizzazione
sociale e collettiva.

Per quanto riguarda il nostro territorio, il Nord-Est, la lotta contro il
centralismo statale e burocratico deve porre al centro la questione
fiscale.
La 'macchina tributaria' e' infatti il cuore della macchina statale: mettere
in discussione la legittimita' dell'imposizione fiscale significa scardinare
uno dei pilastri dello Stato centrale, toccare un nodo fondamentale nella
redistribuzione del reddito e nella definizione del rapporto tra le classi,
insomma il concreto esercizio del potere, del comando statuale sui gangli
della riproduzione sociale.
La domanda non e' piu' 'chi paga e chi non paga le tasse', bensi' molto piu'
radicale: 'perche' pagare le tasse?' L'imposizione fiscale, nel vecchio
Stato sociale ormai in crisi irreversibile, trovava una sua fonte di
legittimita', pur nel quadro del dominio di classe, nell'impiego della spesa
pubblica per la costruzione di una rete di protezione e 'sicurezza' per i
soggetti piu' deboli. Nel momento in cui esso viene smantellato, in cui non
sussistono piu' le condizioni fondanti il vecchio patto sociale tra capitale
e lavoro, che senso ha ancora pagare tasse ed imposte?
Prendiamo ad esempio i lavoratori dipendenti: la ritenuta alla fonte e' un
sopruso ed un'ingiustizia macroscopica - non vi e' qui neppure la liberta',
sia pur teorica, di poter scegliere se evadere o meno! L'imposizione si
abbatte su tutto il salario, concepito come reddito, in maniera
assolutamente certificata, senza alcuno sconto o agevolazione. Le
detrazioni fiscali riducono la busta paga ad un puro salario di
sussistenza: una moderna versione della 'legge bronzea dei salari' o del
'minimo vitale' di malthusiana memoria. Le imposte sono trattenute ogni
mese in maniera anticipata, senza interessi, facendo incamerare allo Stato
migliaia di miliardi. Molte voci su cui vengono pagati i contributi non
hanno piu' alcun riscontro reale, tipo i 'fondi Gescal'. Una truffa odiosa
ed indecente si abbatte sul lavoro dipendente. Ma cosi' un'imposizione
fiscale altrettanto feroce colpisce lavoratori autonomi, artigiani, piccoli
produttori... senza contare la miriade di tasse locali e comunali, un
continuo drenaggio di ricchezza e risorse di cui non riusciamo a sapere
nulla per quanto riguarda trasparenza nella gestione, finalita' e
destinazioni d'uso.
Cosi' lo Stato si comporta, come nell'Ancien Regime delle monarchie
assolute, come il Sovrano rispetto ai suoi sudditi, taglieggiati da
un'infinita' di tasse e gabelle. Mutano le forme dello Stato, si riadeguano,
si modificano, si ristrutturano: centraliste o federaliste, parlamentari o
presidenziali... ma due principi rimangono immutati ed inviolabili: il
monopolio dell'uso legittimo della forza ed il potere di imposizione
fiscale. Dei veri e propri tabu'!
Per quale motivo la forza-lavoro sociale non puo' avere il potere di
decidere liberamente su come e perche', in quali forme e con quali
obiettivi, utilizzare la ricchezza prodotta, il reddito, le risorse
collettive? La crisi dello Stato sociale, del suo apparato centralizzato,
burocratico-amministrativo, la sua totale inadeguatezza a far fronte ai
bisogni sociali in termini di strutture, servizi, eccetera, impongono una
prospettiva politica forte, radicale, di ampio respiro:

1. lotta contro l'imposizione fiscale, come obiettivo unificante o
ricompositivo tra diversi strati del lavoro sociale e non come becero
strumento di divisione tra lavoratori dipendenti o autonomi;
2. riappropriazione di quote di reddito;
3. ricostruzione dal basso di una nuova solidarieta' e 'sicurezza'
sociale, libera da ogni centralizzazione di comando, radicata nel
territorio senza essere 'localistica', basata su forme di cooperazione
ed autogestione. Una completa trasparenza e possibilita' collettiva di
decidere come vadano costituiti ed impiegati i fondi comuni attraverso
la creazione di casse solidali, di mutuo soccorso, reti di servizi
adeguati qualitativamente e quantitativamente alla grande varieta' dei
bisogni sociali.

Allo Stato centralizzato non vediamo alternativa se non la creazione di
'autonomie sociali' reali e diffuse fondate sui principi della cooperazione
e dell'autogestione. Una rete di contropoteri territoriali, in cui il
conflitto si coniuga con la capacita' progettuale di costruire nuove
dimensioni societarie. In questo senso anche il concetto do 'no profit',
una volta sganciato dalle sue illusioni utopistiche e legalitarie che lo
rendono compatibile e funzionale allo stato di cose presente, legato ad un
processo di contropotere reale e di autogoverno nel senso precedentemente
delineato, puo' avere un ruolo importante.

Questi spunti di riflessione alludono in definitiva alla straordinaria
possibilita' di ricostruire, oggi, una sfera pubblica non statale.
L'identificazione di pubblico e statale sta all'origine di tutte le
mistificazioni, piu' o meno consapevoli, della sinistra, il suo inguaribile
statalismo.
Ci basti, per ora, individuare a titolo d'esempio alcuni concreti campi di
intervento e di lotta contro lo statalismo e l'apparato centrale
burocratico-amministrativo: i Prefetti, per esempio! oppure, per quanto
riguarda la scuola, la figura di Provveditori e Presidi: perche' non
rovesciare la falsa 'autonomia scolastica' cosi' come viene prospettata, in
autonomia reale, in cui il Preside venga eletto direttamente dall'assemblea
dei lavoratori e degli utenti/studenti, con mandato revocabile, in stretto
rapporto tra formazione, territorio, produzione, lavoro? E cosi' in molti
altri campi si potrebbero costruire esperienze concrete, seppur specifiche
e parziali, di democrazia diretta ed autogoverno, di autodeterminazione non
tanto dei 'popoli' o di comunita' chiuse, bensi' dei soggetti sociali nelle
molteplici articolazioni della loro vita materiale. Da questo punto di
vista, la prospettiva dell'autorganizzazione, per noi strategica, si
riempie di contenuti, cessa di essere pura e semplice rottura con partiti e
sindacati, per trasformarsi in una nuova forma di vita sociale,
ridisegnando ex novo lo spazio politico pubblico e collettivo.

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[ARSENALE Sherwood]

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