La disoccupazione (5)

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Tue, 5 Mar 1996 04:00:01 +0100


(segue l'articolo di Prometeo 9)

I lavori socialmente utili
Sempre sul fronte delle possibili "soluzioni" all'attuale problema della
disoccupazione, il radical riformismo ha prodotto un'altra chicca, quella
dei lavori socialmente utili. Metodologicamente l'approccio e' sempre lo
stesso, l'errore anche; concepire il capitalismo come una sorta di "pozzo di
san Patrizio" dal quale attingere permanentemente solo che lo si voglia e
che ci si organizzi per farlo, senza mai mettere in discussione la
possibilita' che abbia un "fondo" a cui non e' permesso arrivare. Si finisce
col confondere le rivendicazioni economiche possibili e necessarie da quelle
impossibili e velleitarie, si eludono costantemente il nesso tra la
rivendicazione economica, anche la piu' minima ed insignificante, dal
livello politico della lotta di classe, sin a presentare tutte le lotte
economiche come possibili all'interno dei meccanismi di accumulazione del
capitale, senza porsi il problema della loro inconciliabilita', e quindi
della necessita' del loro superamento rivoluzionario. Ma per il radical
riformismo i termini della questione disoccupazione sono molto semplici,
concreta e praticabile gli appare la soluzione, questo in sintesi lo schema:
il problema da risolvere gli oltre tre milioni e mezzo di disoccupati;
l'aspetto tecnico e' rappresentato dai lavori socialmente utili, quello
economico dalla tassazione dei redditi da capitale e da quelli derivanti
dalla rendita finanziaria, obiettivo finale la piena occupazione o quasi. In
via del tutto secondaria c'e' da osservare che le "due" soluzioni, quella
del lavorare tutti, lavorare meno a parita' di salario, e quella dei lavori
socialmente utili, camminano su binari diversi, paralleli, per il momento
mai coincidenti. Se a qualcuno venisse in mente di collegarli tra di loro,
si prefigurerebbe nell'immaginario collettivo del riformismo una societa'
capitalistica la quale non solo avrebbe abbondantemente risolto il problema
della disoccupazione, ma si troverebbe nella condizione di creare nuovi
posti di lavoro a comando, ogni qual volta si presentasse l'occasione, o
addirittura in chiave preventiva.
Anche in questo caso occorre distinguere il grano dall'oglio, ovvero le
buone intenzioni dalla loro fattibilita'. Se con i servizi socialmente utili
si intendono l'assistenza agli anziani, la cura dell'ambiente, l'assistenza
ai musei ecc..ben che vada, e sempre che lo stato, le province o i comuni
abbiano i fondi da dedicare a questi lavori, si recupererebbero qualche
decina di migliaia di posti di lavoro su tutto il territorio nazionale. Se
invece si intendono tutti quei bisogni che la societa' capitalistica crea e
che non e' in grado di soddisfare e che comporterebbero una occupazione di
qualche milione di lavoratori relativa ai servizi sociali, il discorso cade
immediatamente e si rientra nell'ambito dell'utopia riformistica che non
coglie il nesso tra lo sviluppo economico del capitalismo, la fase storica
di decadenza e l'esplodere della inconciliabilita' delle sue contraddizioni.
Nello specifico la contraddizione non superabile e' rappresentata dal
rapporto tra i bisogni sociali che il capitale crea ma non soddisfa e la
forza lavoro che il capitale non impiega, ovvero il rapporto tra lavoro
socialmente inutilizzato e i bisogni sociali insoddisfatti.
In altri termini occorre mettere in rapporto le cause che rendono superflua
una certa quantita' di forza lavoro, che determina il fenomeno della
disoccupazione strutturale e la mancanza di risorse finanziarie, non solo
per i cosiddetti lavori socialmente utili, ma anche per i lavori socialmente
necessari, sia in ambito strettamente produttivo che nel settore dei servizi
sociali, quali la scuola, la sanita', l'assistenza e la previdenza.
Sul primo versante la decadenza del capitalismo si manifesta con
l'accelerazione della caduta del saggio medio del profitto. Senza entrare
nel merito tecnico della questione, ma rimanendo ai dati empirici del
fenomeno, si riscontra come, nei paesi ad alta industrializzazione, fatte le
debite differenze di velocita' di caduta e di efficacia delle temporanee
misure di controtendenza da paese a paese, da settore produttivo a settore
produttivo, dal secondo dopoguerra a oggi, il saggio del profitto sia
diminuito del 30%-35%. Il che ha avuto come inevitabile conseguenza la
esasperazione della concorrenza tra capitali sia sui mercati interni che su
quello internazionale. Mai come in questi ultimi 25 anni i segmenti del
capitalismo mondiale hanno dato vita a ferocissimi scontri sul terreno
produttivo, commerciale, doganale e finanziario. L'aumento della
aggressivita' nella competizione e l'uso ritorsivo del protezionismo
continuano a proporsi come dati "normali" all'interno del mercato mondiale.
Piu' il saggio del profitto tende a diminuire piu' la concorrenza tra
capitali diventa spasmodica e piu' i meccanismi di valorizzazione del
capitale impongono la compressione dei costi di produzione, primo fra tutti
il costo del lavoro.
E' nella storia del capitalismo, delle sue crisi cicliche e nella attuale
fase di decadenza, che la risposta alla diminuzione del saggio del profitto
e alla piu' esasperata concorrenza che ne deriva, passi attraverso i
tentativi di contenimento del costo del lavoro, sia sul terreno della
diminuzione del potere d'acquisto dei salari attraverso una contrattualita'
sempre piu' penalizzante per il mondo del lavoro, e la sostituzione di mano
d'opera per mezzo di macchine sempre piu' tecnologiche, sempre piu' in grado
di utilizzare una quantita' di forza lavoro minore, e in termini relativi al
capitale impiegato, che in alcuni casi, in termini assoluti. In questa fase
nei termini capitalistici dell'organizzazione della produzione e della
distribuzione dei redditi, una maggiore produttivita' sociale del lavoro
implica necessariamente una disoccupazione strutturale attorno al 10%-12%
indipendentemente dal ciclo economico. Eventualmente il susseguirsi di
recessioni e di riprese economiche possono mutare il dato percentuale di
qualche punto in piu' o in meno, ma non possono mutare di molto l'entita'
del fenomeno se non in peggio. Il primo effetto economico sociale che la
disoccupazione strutturale innesca e' la contrapposizione, favorita e
guidata dalla stessa borghesia, tra occupati da una parte e disoccupati
dall'altra, tra garantiti sul piano occupazionale e su quello retributivo e
i non garantiti su nessun terreno, nemmeno quello della previdenza sociale.
Il secondo effetto e' rappresentato dalla possibilita' da parte del capitale
di imporre ai "garantiti" livelli di contrattualita' piu' flessibili e
salari piu' bassi, certamente piu' bassi di quelli che avrebbe potuto
imporre senza quell'enorme esercito di riserva che lui stesso ha creato
attraverso le varie fasi della ristrutturazione produttiva.
In definitiva, nella fase di decadenza del capitalismo, la caduta del saggio
del profitto esaspera i termini della competizione sui mercati, impone il
contenimento del costo del lavoro, lo determina attraverso l'utilizzo di
macchinari che abbiano l'obiettivo di abbassare i tempi di produzione e di
eliminare una parte dei salari, crea disoccupazione non piu' riassorbibile e
consente al capitale una politica di bassi salari. Piu' aumenta la
produttivita' sociale del lavoro, piu' cresce la disoccupazione e piu' i
salari reali diminuiscono.
Sul secondo versante, quello delle disponibilita' finanziarie da stornare
dalle attivita' produttive per eventualmente destinarle ad altri impieghi
sociali, la decadenza del capitalismo si presenta con la stessa
drammaticita'. La caduta del saggio del profitto, altalenante e tendenziale
nel breve periodo, ineliminabile e progressiva nel lungo, finisce per
produrre delle pesanti ripercussioni anche sul rapporto tra attivita'
produttive e improduttive, sulla gestione delle politiche monetarie e sulla
finanza pubblica.
In termini capitalistici cio' significa che a maggiori investimenti di
capitale corrispondono saggi del profitto sempre minori, ovvero che il
processo di valorizzazione del capitale si esprime tendenzialmente con un
tasso di incremento minore. Che la quota minima di capitale necessario per
la riproduzione allargata e' sempre maggiore, sia ovviamente in termini
assoluti, che relativamente alla fase produttiva precedente. Il che
costringe il sistema produttivo nel suo complesso a ricorrere al credito in
termini pressoche' assoluti. Se agli inizi del secolo il reinvestimento
degli utili e l'emissione di azioni e obbligazioni potevano coprire il
65%-70% del finanziamento delle imprese, e soltanto per la restante parte
del 30%-35% si faceva ricorso al credito, oggi i termini si sono
completamente rovesciati. Le imprese, soprattutto se di grandi dimensioni,
con saggi del profitto progressivamente decrescenti e con la necessita' di
disporre di masse di capitali sempre maggiori per far fronte alla incessante
concorrenza, alle conseguenti necessita' di ristrutturazione, sono costrette
all'indebitamento costante per non perdere di competitivita' e per non
uscire dal mercato. Connessa a questa dinamica abbiamo assistito al crescere
del debito pubblico, al saccheggio dei fondi per la previdenza e alla caduta
dello stato sociale. Nel capitalismo nulla avviene fuori o contro le leggi
della valorizzazione. Si puo', e giustamente, denunciare la corruttela della
societa' borghese, l'arrogante ladrocinio della partitocrazia nei confronti
dell'intera societa', la mancanza di "professionalita'" di alcuni segmenti
della imprenditoria nazionale coperti e difesi dalla complicita' dello
stato, ma non si puo' certamente incolpare questi episodi di mal gestione
capitalistica e di malcostume politico di essere la causa della decadenza
del sistema.
Il debito pubblico, ovvero il debito contratto dallo stato con i
sottoscrittori italiani e stranieri con la ammissione di titoli pubblici,
Bot-Cct e consimili, ha funzionato finche' ha potuto, come sostegno
all'economia nazionale sempre bisognosa di capitali, di crediti agevolati
che le permettessero di galleggiare nel mare della competizione
internazionale. Ruberie a parte, che sono e resteranno una costante nella
vita del capitalismo, il grosso dei 2 milioni di miliardi di debiti, e'
andato direttamente o indirettamente a foraggiare le imprese di stato, quali
l'Iri, Eni, Stet, per citare le piu' importanti, alcune imprese private di
importanza nazionale come la Fiat, Pirelli e Olivetti. Lo stato cioe', in
questi ultimi quindici anni ha dovuto indebitarsi per sottrarre il
capitalismo italiano dal fallimento produttivo. Ma cosi' facendo si e' messo
nelle condizioni di fallire egli stesso, sul piano finanziario, travolto da
una valanga di debiti. La stessa cosa, anche se su di un altro versante, e'
avvenuta con il presunto fallimento dell'Inps. Ancora una volta lo stato,
strumento politico del mondo imprenditoriale, custode supremo degli
interessi capitalistici e vestale delle istituzioni economiche che regolano
lo sfruttamento della forza lavoro, negli anni travagliati delle crisi
economiche, preoccupato che le politiche dei sacrifici pagate dalla classe
lavoratrice e che la disoccupazione crescente potessero creare problemi
sociali e di ordine pubblico, ha messo in atto una serie di ammortizzatori
sociali, dei quali la cassa integrazione guadagni e' stato il principale,
senza che le imprese ne pagassero il costo. Come? Semplice: facendolo pagare
alla stessa classe operaia, attingendo le quote di capitale necessarie dal
fondo pensioni, cioe' da quanto i lavoratori avevano accantonato,
detraendolo dal proprio salario, per il loro futuro di non lavoratori.
Evidentemente al capitalismo in decadenza non e' piu' sufficiente sfruttare
al massimo la classe operaia nel momento della produzione in fabbrica, lo
deve fare anche fuori dai meccanismi produttivi, in chiave preventiva,
allontanando l'eta' pensionabile, riducendo le pensioni, dopo aver
saccheggiato per anni i fondi che contrattualmente erano stati versati.
A questo punto, uno stato che si e' coperto di debiti per contenere
l'esplosivita' delle contraddizioni economiche del sistema, che ha affondato
fraudolentemente la mano nei "risparmi" pensionistici dei lavoratori per
sollevare le imprese dall'onere degli ammortizzatori sociali, non poteva
avere risorse finanziarie di nessun tipo per far fronte alle sue incombenze
sociali. La fine dello stato assistenziale prima, e dello stato sociale poi,
trova la causa prima nel fallimento delle politiche anti cicliche,
nell'intervento dello stato nell'economia, nel capitalismo stesso. Che oggi
il mondo borghese gridi ai guai che lo stato avrebbe prodotto nell'economia
con la sua inefficiente presenza, che invochi le privatizzazioni, il ritorno
al liberismo quali armi tecniche e ideologiche per uscire dall'ennesima
crisi, quando per quarant'anni ne ha invocato la presenza e di questa
presenza ne ha raccolto i frutti, fa parte di quella schizofrenia che si
impadronisce della borghesia nel momento in cui le crisi economiche
sconvolgono i suoi piani di accumulazione e di realizzazione dei profitti.
Il problema per il capitalismo non consiste nella eccessiva presenza dello
stato nell'economia, o nel ritorno, peraltro impossibile ai dettami
economici del liberismo, il problema sta nel capitalismo stesso e nella sua
fase di decadenza che rende sempre meno controllabili le sue contraddizioni
e sempre piu' evidenti le conseguenze sociali che ne derivano.
La pressoche' totale eliminazione dello stato sociale, il disimpegno
finanziario delle istituzioni nazionali , regionali e comunali su materie
come la scuola e l'assistenza ospedaliera, sugli anziani e sul territorio,
inteso come migliore qualita' di vita per gli abitanti, non sono dovuti ad
una cattiva coscienza della amministrazione pubblica, o a una cattiva
amministrazione degli obiettivi sociali, ma alla impossibilita' da parte del
capitalismo decadente di soddisfare queste necessita' sociali, pena
l'ulteriore aggravamento della gia' precarie condizioni economiche.
Ne consegue, per tornare al problema principale posto dal radical
riformismo, rappresentato dal rapporto tra i bisogni sociali che il capitale
non soddisfa e la forza lavoro che non impiega, tra il lavoro inutilizzato e
i bisogni insoddisfatti, che non e' all'interno della societa' capitalistica
che si possono trovare i mezzi alla soluzione del problema. Anzi e' vero il
contrario, che all'interno della forma produttiva capitalistica si
riscontrano le cause della nascita e del rafforzamento del fenomeno, della
sua contraddittorieta' e della sua insolubilita', fermi restando i
meccanismi economici che lo hanno prodotto.
Dire che la disoccupazione potrebbe essere eliminata, o quantomeno ridotta
ai minimi termini, impiegando quella forza lavoro che e' stata espulsa dalla
produzione per i lavori socialmente utili, coniugando tra di loro due
termini inconciliabili, significa non aver capito nulla sulle cause che
hanno determinato il fenomeno della disoccupazione e della inadempienza
dello stato verso le fondamentali necessita' del vivere sociale. O significa
che si e' politicamente in mala fede, che si finge di perseguire un
obiettivo di cui si conosce l'impossibilita' del suo raggiungimento, ma che
lo si propone lo stesso come slogan o parola d'ordine alle masse
lavoratrici, pur di avere il supporto elettoralistico da spendere nelle sedi
piu' opportune, nella corsa al potere politico.
In entrambi i casi i termini della questione non cambiano. Porsi
utopisticamente nella prospettiva politica di risolvere in termini
riformistici gli sconquassi economici, finanziari e sociali che il
capitalismo decadente e' costretto a produrre, senza porsi nemmeno il
problema di andare alle cause che li hanno posti in essere, e' come
pretendere che il processo di ossidazione non avvenga in presenza dell'aria,
o che un corpo non si bagni se immerso nell'acqua. Il riformismo in
generale, e quello radicale in modo particolare, hanno la sorprendente
caratteristica di pretendere di eliminare gli effetti negativi di un
fenomeno senza minimamente intaccare che cause che lo producono, come se tra
i primi e le seconde non ci fosse un rapporto di necessita' causale, ma di
semplice derivazione, e che lavorando opportunamente su questa sia possibile
ottenere l'obiettivo sperato.

Mauro Junior
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