(it) I nostri nuovi diritti

Cyber Joker (fam0393@comune.bologna.it)
Sun, 3 Mar 1996 11:16:47 +0100


28 Febbraio 1996

I nostri nuovi diritti

Una proposta di seminario da aprirsi sulla base di una
ipotesi che riesca a coniugare, in una riapertura
progettuale, il terreno dei contropoteri diffusi e quello di
una costituzione "altra"

BEPPE CACCIA * -

IN MEZZO a tanta "infelicita'" della sinistra risulta
difficile nascondere un briciolo di soddisfazione. Il
dibattito avviatosi nell'ultima settimana sulle pagine del
manifesto segna, crediamo, un significativo passo in
avanti, per tutti. Di piu', si configura come punto di non-
ritorno, segnale di un decisivo riorientamento in corso.
Per la prima volta, individualita' significative di una
intellettualita' diffusa, orientate verso la critica e la
trasformazione dell'esistente - pur provenendo da culture
ed esperienze profondamente diverse, e senza tradirle - si
pongono al di la' della babele dei linguaggi e delle
pratiche del "giorno per giorno", muovendo da una
comune lettura, per lo meno nei suoi tratti fondamentali,
della transizione epocale che abbiamo vissuto e stiamo
vivendo.

Questo dibattito e' un'occasione che non vogliamo
lasciarci sfuggire: lo diciamo con l'umilta' venata da un
forte pessimismo storico, proprio di chi - negli ultimi tre
anni - ha cercato di "traghettare" gli spezzoni
resistenziali del movimento autonomo anni '80 verso la
fondazione di un agire politico sovversivo, all'altezza del
paradigma postfordista. Le considerazioni, tutt'altro che
risolutive, quanto invece problematiche e
problematizzanti, che ci sentiamo di introdurre in questo
dibattito sono, con tutti i loro limiti, frutto della nostra
esperienza militante di attraversamento dei percorsi reali
di autorganizzazione sociale (cobas, studenti, centri
sociali, immigrati ecc.), con lo spirito e nella prospettiva
della verifica sul campo, in progress, di nuove ipotesi
progettuali e organizzative.

N ON VALE QUI LA PENA di soffermarsi tanto su
quella soglia comune, quegli elementi che fanno del
dibattito in corso un ambiente maturo, stimolo favorevole
a proseguire sulla strada della ricerca teorica e della
sperimentazione pratica. Per punti, assumiamo come base
di partenza la netta percezione collettiva di una profonda
discontinuita', il salto di paradigma, la trasformazione
epocale del modello produttivo; tutto cio' che, magari
impropriamente, chiamiamo postfordismo e a cui puo'
forse alludere la profetica figura marxiana della
"sussunzione reale" della societa' al capitale. La perdita di
centralita' produttiva della fabbrica fordista-taylorista che
diventa segmento, sempre meno rilevante, della "fabbrica
diffusa", dell'impresa in rete organizzata dalla
comunicazione e dai servizi, corrisponde alla fine della
centralita' politica del soggetto operaio di fabbrica,
protagonista del precedente ciclo di lotte.

La dimensione sociale dispiegata della produzione
presenta qui aspetti contraddittori: da un lato, come molti
tra gli intervenuti hanno sottolineato, ogni ambito della
vita e della riproduzione sociale e' piegato alle logiche e
alle esigenze del mercato e della valorizzazione
capitalistica. Dall'altro il "mettere l'anima - oltre che le
braccia - al lavoro", che ci appare giustamente in tutta la
sua mostruosita', rivela qui la nuova, potente centralita'
del lavoro vivo: il capitale insegue, deve appropriarsi di
una cooperazione sociale in tendenza sempre piu' matura,
intessuta dei saperi, dell'intelligenza, delle qualita' del
lavoro vivo. In tendenza, dicevamo: cio' che oggi intanto
verifichiamo, e' il compiersi della globalizzazione
economica con l'intreccio sempre piu' fitto delle reti
produttive, comunicative e finanziarie a livello di un
unico mercato mondiale.

La dimensione sovranazionale dei "luoghi" della
decisione e del comando, insieme al nuovo rapporto che
si stabilisce tra la scala globale dei mercati e la
"localizzazione" del produrre, codetermina la crisi dello
Stato-nazione e l'impellente ridefinizione della forma-
Stato. E' anche la fine del vecchio patto "fordista" tra
capitale e movimento operaio (e bene ha fatto Rossanda a
ricordare di quale particolare rapporto di forze e di
quante lotte tutt'altro che pacifiche fosse il frutto),
l'esaurimento del modello post-bellico di Welfare state
come mediazione capitalistica del conflitto di classe, con
la crisi degli istituti della rappresentanza operaia e della
contrattazione collettiva. Se questo e' il quadro generale
perche' stupirsi en passant dell'inglorioso epilogo della
Costituzione del '48?

Revelli ama insistere sulla fine del "circolo virtuoso" tra
crescita illimitata delle forze produttive, sviluppo del
consumo di massa, aumento dei salari ed ampliamento
della spesa sociale. Non corrisponde forse cio' anche a
una rottura della dialettica tra capitale e lavoro, come
logica della mediazione, del superamento della
contraddizione di classe e dei conflitti sociali in una
sintesi superiore, cosi' caratteristica del compromesso
keynesiano? Allo stesso tempo non e' possibile parlare di
"fine della dialettica" tout court , cio' significherebbe che
alla logica della mediazione si e' sostituita la pura e
semplice logica della guerra, della negazione e
dell'annientamento dell'altro.

I L CONCETTO va invece ricalibrato: ad essersi esaurita
e' quella particolare dialettica riassunta nella formula
lotte operaie-crisi-sviluppo capitalistico, motore di
un'epoca che si e' chiusa definitivamente con la grande
ristrutturazione e la controrivoluzione neoliberista degli
anni '80. In questa direzione, e' prezioso il riferimento
che Revelli fa alla garanzia dell'"ordine sociale". Come le
recenti lotte del "Dicembre francese" hanno dimostrato,
con il momentaneo ritiro dei progetti neoliberisti di
riforma previdenziale da parte del governo Juppe', dopo
un mese di blocco della macchina sociale produttiva, il
"sistema" non e' invincibile: esistono terreni e spazi di
mediazione che vengono in evidenza ogniqualvolta un
conflitto radicale nelle forme e nei contenuti metta in
discussione proprio quest'"ordine sociale".

Che cos'e' dunque l'"ordine sociale"? In ultima analisi
null'altro che la forma in cui si struttura il comando
capitalistico nei confronti di una cooperazione produttiva
i cui confini coincidono con quelli dell'intera societa'. Se
il lavoro vivo e' dunque interamente sociale, diffuso,
organizzato reticolarmente nella comunicazione, mobile e
flessibile, uno dei nodi teorico-pratici fondamentali
diventa come rovesciare in termini offensivi questa nuova
qualita'. Di fronte a questo nuovo contesto, non c'e' "ora
X" che tenga, ne' alcuna nostalgia per i "due tempi" della
presa del potere politico e della successiva modifica dei
rapporti di produzione; ma altrettanto irrealistiche ci
sembrano le ipotesi di un "nuovo compromesso"
prospettato da Pietro Barcellona - il riformismo e'
impossibile, non per opzione ideologica ma perche', come
abbiamo visto, ne mancano le basi materiali -; cosi' come
l'ipotesi delle "zattere dei naufraghi" di Latouche che
abbandonano il mercato, e alla cui seduzione talvolta
Revelli sembra cedere... Utopie, quest'ultime, senza
dubbio piu' attrattive, per il loro carattere intrinsecamente
positivo, per la loro allusione ad un "principio speranza".
Di utopie comunque, ce n'e' un gran bisogno soprattutto
come immaginario delle nuove generazioni, ma tali
restano: non c'e' un fuori possibile che non sia quello che
si costituisce dentro e contro, nel conflitto.

P ARTIAMO DALL'OPZIONE strategica per
l'autorganizzazione sociale, come alternativa societaria,
terreno fertile su cui possa svilupparsi una rete di
contropoteri reali. E, se di questi stiamo iniziando a
parlare un po' tutti, cio' significa confrontarsi da subito
con il problema della rottura della legalita', dell'ordine
costituito come regolazione capitalistica della produzione
sociale. Senza sviluppo di contropoteri, senza una loro
articolazione materiale in termini di riappropriazione
della ricchezza socialmente prodotta, non c'e' possibile
separatezza, costituzione altra e separata come
prefigurazione qui ed ora di una socialita' liberata. E'
forse possibile - lo chiediamo a noi stessi come a tutti gli
intervenuti - tracciare una strada che riesca a coniugare,
come continua riapertura creativa e progettuale, in
permanente tensione, il terreno dei contropoteri diffusi e
quello della costituzione altra? Se la risposta fosse
affermativa, sarebbe necessario mettersi subito al lavoro,
in due direzioni interrelate: quella relativa ai soggetti e
alla loro organizzazione, e quella dei terreni su cui
fondare un progetto di trasformazione radicale
dell'esistente.

Anche qui nessuna certezza, soltanto ipotesi tutte da
verificare in una pratica sociale conseguente: si
tratterebbe di individuare, come terreno di scontro e di
ricomposizione per i soggetti del lavoro sociale, la
conquista dei nuovi diritti universali. Tra questi,
prioritariamente, la definizione di un nuovo concetto di
"pubblico", non piu' identificato con lo Stato, ma che
rappresenti invece terreno di riappropriazione e gestione
collettiva dell'amministrazione e dei servizi; il reddito
sociale garantito come nuovo diritto di cittadinanza per
tutti, a prescindere dalla collocazione in un mercato del
lavoro deregolato in cui le tradizionali distinzioni
occupati/disoccupati, garantiti/non garantiti, rapporto di
lavoro dipendente/autonomo sono saltate. Un reddito
sociale inteso dunque non come "assegno di sussistenza"
ma come riconoscimento della qualita' sociale della
produzione e del lavoro, terreno di un conflitto storico per
la riappropriazione di significative quote di ricchezza
collettiva, all'interno di una ponderosa riduzione della
giornata lavorativa sociale.

Se nel recente dibattito abbiamo individuato la possibilita'
di muovere da un comune sentire, e' possibile costruire su
queste tematiche lo spazio di una riflessione seminariale? Noi
saremmo disposti da subito a lavorarvi.

* Radio Sherwood Padova
-------------------------------------------------------------------------
ECN Bologna (European Counter Network)
modem 051-520986 Controinformazione Antagonista
++++ stop the execution of Mumia Abu-Jamal ++++
e-mail fam0393@iperbole.bologna.it
http://www.geocities.com/Hollywood/2656
### B O Y C O T T S H E L L ### - remember Ken Saro Wiwa
-------------------------------------------------------------------------