La disoccupazione (4)

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Wed, 28 Feb 1996 21:54:01 +0100


Le presunte risposte alla disoccupazione che provengono dalle proposte della
sinistra istituzionale e dai settori del radical riformismo.

Sin qui ci siamo limitati ad affrontare il fenomeno della disoccupazione sul
terreno della osservazione empirica dei dati, della contraddittoria
dinamica dei rapporti di produzione capitalistici e sull'uso ideologico e
strumentale che ne fa' la borghesia al solito fine di ricavarne il massimo
vantaggio possibile in termini di abbassamento dei salari reali, di
mobilita' della forza lavoro, di depurazione del costo del lavoro. Ora e'
importante analizzare l'atteggiamento della sinistra, che per comodita' di
discorso continuiamo a chiamare tale, anche se ha perso e non da oggi, ogni
concreto legame con gli interessi contingenti e storici con la classe
operaia, e che dividiamo tra una sinistra istituzionale che si muove
all'interno del sistema economico e sociale, ne accetta incondizionatamente
la forma produttiva, ne rispetta tutte le compatibilita', riservandosi come
unico obiettivo raggiungibile la meno dolorosa possibile sottomissione della
forza lavoro alle necessarie, quanto immodificabili leggi della
valorizzazione del capitale.
Per questa sinistra l' agire all'interno della classe operaia, sia sul
terreno sindacale che su quello piu' squisitamente politico, ha come punto
di partenza e di arrivo la conservazione e il potenziamento dei meccanismi
che regolano l'estorsione di plus valore, e come mezzo per raggiungerli,
l'opera di convincimento presso i lavoratori della necessita' e della
ineluttabilita' di tutte le politiche dei sacrifici, quelle passate, quelle
attuali e tutte quelle a venire.
Pds e Sindacati, che sono la struttura portante di questa sinistra
istituzionale, conservatori per attitudine ideologica, obiettivamente
antioperai per prassi politica, portano sulle spalle la responsabilita' di
tutte le storiche, rovinose, conseguenze del piu' grande attacco che la
borghesia abbia mai scatenato nei confronti della classe operaia.
Negli ultimi cinque anni, sotto la loro gestione e' passato tutto. Una volta
sposata la compatibilita' delle necessita' del sistema, hanno fatto in modo
che nulla, assolutamente nulla potesse andarne al di la', nemmeno in via
puramente teorica. Dall'annullamento della scala mobile in avanti, passando
dalle "forche caudine" della variegata politica dei sacrifici, sino al
lavoro in affitto, al capitale e' stato concesso tutto, sia in via di
principio che nella pratica quotidiana. Anzi, sul secondo terreno, quello
operativo la sinistra istituzionale ha fornito le sue migliori prestazioni
lavorando nel cuore della classe operaia di piu' e meglio di qualsiasi altra
formazione borghese. Da parte loro non una parola contro l'annullamento
della scala mobile giudicata un male necessario. Non una parola contro la
falcidia dei contratti capestro che sono caduti a pioggia sulla testa dei
lavoratori. Contratti peraltro firmati driblando le assemblee sindacali
pericolose. Nulla da ridire sul lavoro in affitto, che ha visto oltretutto,
un ex sindacalista dare i ritocchi opportuni, vigorosamente richiesti da
tutto il mondo imprenditoriale.
Il ruolo di questa componente politica e sociale, del tutto borghese, priva
di qualsiasi atteggiamento di sinistra, se per sinistra banalmente si
intende un qualche afflato nei confronti della difesa degli interessi di
classe, gonfia di pronunciamenti e di prassi sinistre nei confronti del
proletariato si e' ridotto al compito storico di consegnare i lavoratori
al capitale nel modo piu' docile possibile, in modo che le fatidiche
compatibilita' non vengano superate e nemmeno messe in discussione. Da
decenni il loro lavoro istituzionale lo hanno saputo svolgere con zelo e
dedizione, al punto che non si e' mai avuta una classe operaia cosi' dimessa
sul piano della lotta, cosi spogliata sul terreno della propria identita' di
classe, cosi' debole sul terreno politico, disorganizzata e senza punti di
riferimento classisti.
Ma in futuro, queste forze della conservazione di sinistra , di fronte alla
gestione di masse disoccupate e diseredate destinate a crescere in numero e
in rabbia sociale, saranno chiamate a un lavoro ancora piu' duro e
scopertamente anti operaio, perlomeno ancora piu' scopertamente di quanto
non avvenga oggi.
Per loro alla lotta di classe si e' sostituita la collaborazione di classe.
I proletari non sono i produttori di plus valore, i borghesi non sono i
percettori di quote piu' o meno consistenti di questo plus valore, ma sono
tutti elementi sociali, cittadini appartenenti alla medesima comunita'. Tra
di loro non esisterebbero contrapposizioni di interesse, oltretutto
inconciliabili, ma soltanto interessi comuni che come tali devono essere
salvaguardati anche a costo di fare dei sacrifici o di rinunciare alle
rivendicazioni economiche. Tutte le volte che Sindacati e partiti della neo
socialdemocrazia chiamano all'appello la solita classe operaia per
l'ennesima politica dei sacrifici, scomodano la stessa immagine retorica
della nautica di alto bordo." Siamo tutti sulla stessa barca" se va a fondo
ci andiamo tutti, quindi rimbocchiamoci le maniche e remiamo. Dimenticando,
o fingendo di dimenticare che in quella stessa barca c'e' chi rema e chi
batte il tempo, secondo il classico schema borghese .
Per loro, pallidi difensori degli interessi del mondo del lavoro, e accesi
interpreti delle compatibilita' del sistema, attenti esecutori delle
politiche di salvaguardia delle necessita' di valorizzazione del capitale,
convinti assertori che al capitalismo non c'e' alternativa, il rapporto tra
capitale e forza lavoro deve necessariamente assumere questo schema di
sviluppo: nei momenti buoni, quando il sistema capitalistico si esprime a
buoni livelli economici con alti tassi di profitto, le cose dovrebbero
andare bene per tutti, ma non occorre esagerare. E' sempre buona norma che
le rivendicazioni salariali vengano proposte con grande senso di
responsabilita' per non disturbare la "gallina" dalle uova d'oro. Se proprio
occorre le rivendicazioni economiche devono tenere in debito conto le
compatibilita' del sistema, non lo devono mettere in difficolta' con la
concorrenza internazionale, non devono mai superare il tetto di inflazione
programmato, non devono cioe' esistere, ma se proprio non se ne puo' fare a
meno che si comportino con il maggiore senso di responsabilita' possibile e
sempre ben al di sotto dei limiti delle fatidiche compatibilita'.
Quando il sistema economico e' in crisi, il tetto delle compatibilita' si
abbassa e la sinistra istituzionale fa quadrato attorno al capezzale del
"grande" malato. Non solo le rivendicazioni sono sospese, occorre comprimere
al massimo il costo del lavoro, accettare i licenziamenti, i contratti
capestro e tutto quanto sia possibile fare perche' la macchina di estorsione
del plus valore possa rimettersi in moto. Nelle fasi di ripresa, come
questa, quando ancora molte componenti stentano a rimettersi in moto,
nonostante un incremento del Pil che sfiora il 3%, la sinistra non molla la
presa, sostiene le finanziarie, il prolungamento della politica dei
sacrifici e l'introduzione del lavoro interinale. Al massimo puo' proporre
che i sacrifici vengano equanimemente distribuiti, o che il lavoro
interinale non venga esteso anche ai bed jobs, ovvero ai lavori di infimo
livello, ma non una critica sulla necessita' che a pagare i costi delle
finanziarie e della politica dei sacrifici debba essere la classe operaia
con o senza compagnia. Non una parola sul principio aberrante del lavoro in
affitto, ma soltanto aggiustamenti, peraltro ridicoli e insignificanti che
nulla vanno a togliere alla spaventose bordate che il capitale sta sparando
contro i gia' diroccati bastioni della difesa operaia. La sinistra
istituzionale e' ormai cosi' accorpata al capitalismo, al suo modo
contraddittorio di esprimersi, cosi' morbosamente attaccata alle sue
convulsioni di societa' decadente, da rinunciare persino a quella pantomima
riformistica che l'aveva caratterizzata sino a qualche anno fa. Pds e
Sindacati, con il loro codazzo di sinistri figuri tratti o dall'ambito
dell'ex stalinismo o dal piu' becero antistalinismo di destra, sono di fatto
l'arma di cui si serve il capitale per tenere calma la classe operaia, per
farle digerire ogni sorta di attacco, e per convincerla che al di fuori del
capitalismo non esiste altra organizzazione sociale che non sia quella
basata sul "libero" mercato e sulle leggi del capitale.

La sinistra non istituzionale nella morsa dell'idealismo radical riformista.

Le cose cambiano, anche se non di molto, qualora si vadano a prendere in
considerazione le presunte soluzioni alla disoccupazione prodotte dalla
sinistra non istituzionale, ben disposta a disattendere i principi delle
compatibilita' del sistema, velleitaria, bariccadiera, sinceramente
mobilitata sul terreno della difesa degli interessi di classe, ma viziata da
una serie di approcci metodologici e politici verso le vicende della lotta
di classe, che per semplicita' di discorso definiamo idealista, riformista
anche se in termini radicali . Molteplici sono le applicazioni di questo
approccio idealistico e riformistico, ma limitiamoci a prendere in
considerazione solo l'aspetto che riguarda la disoccupazione, le sue cause e
gli eventuali rimedi proposti.
Ridotto all'osso, l'approccio del radical riformismo sulle modalita' di
soluzione del fenomeno della disoccupazione ruotano attorno a due perni
centrali: la riduzione dell'orario lavorativo a parita' di salario e
l'introduzione, per i giovani e per i disoccupati in generale, dei lavori
socialmente necessari.
Nel primo caso lo slogan e' senza dubbio fascinoso, se impugnato
provocatoriamente nei confronti della borghesia. Una specie di sfida a
riprova della impossibilita' del sistema capitalistico, nonostante l'enorme
capacita' produttiva, la sempre crescente massa di ricchezza prodotta, la
progressiva diminuzione del tempo sociale di lavoro necessario a produrre
beni e servizi, a contemplare una diminuzione dell'orario di lavoro a
parita' di salario. Lo stesso slogan perde di fascino e si trasforma in un
pericoloso boomerang politico per quelle stesse forze che lo impugnano,
quando si ritiene praticabile il suo contenuto, fermi restando i meccanismi
economici capitalistici. E' come pretendere che il capitalismo si comporti
come una societa' non capitalistica continuando a essere capitalismo,
ingenerando oltretutto nelle classe operaia, che di questa rivendicazione
economica dovrebbe essere il soggetto politico, la falsa convinzione che la
via riformistica, tanto piu' se radicale, di struttura, possa risolvere i
suoi problemi contingenti e a venire, basta che lo voglia, che si organizzi,
che lotti duramente senza mettere mai all'ordine del giorno l'abbattimento
di quegli stessi meccanismi economici e istituzionali che di fatto gli
rendono impossibile queste rivendicazioni radicali.
La tradizione comunista e rivoluzionaria, ha dimostrato, e non da oggi, che
la necessita' della rivoluzione sociale sta proprio nel fatto che, stante il
regime economico capitalistico, il suo apparato poliziesco di difesa, le sue
istituzioni militari e giuridiche, le rivendicazioni economiche di
struttura, (ovvero le rivendicazioni che se avessero la possibilita' di
essere operative, come quella del lavorare tutti e lavorare meno a parita'
di salario), metterebbero in forse l'intero sistema economico, non hanno
spazio, non soltanto perche' assolutamente incompatibili con il sistema
stesso, ma perche' verrebbero represse dalla forza pubblica prima ancora di
diventare un reale obiettivo di lotta. Ma a parte la infantilismo di una
simile rivendicazione e a prescindere dalla praticabilita' di una lotta
politica che si muovesse su questo obiettivo, chiedere alla borghesia
imprenditoriale, che a colpi di ristrutturazioni e a costo della propria
sopravvivenza in quanto classe, e' costretta per sopravvivere a sostituire
forza lavoro con macchinari tecnologicamente avanzati per risollevare le
sorti di un saggio del profitto sempre piu' esiguo, di continuare a pagare
la forza lavoro in eccedenza abbassando l'orario di lavoro, e' come
chiedere alla borghesia di suicidarsi. Speranza per altro legittima, ma
certamente di difficile accoglimento. Sarebbe come chiedere ai capitalisti,
stretti nella morsa della concorrenza interna ed internazionale di
ridistribuire i loro profitti tra i lavoratori o di produrre
capitalisticamente senza pero' avere come obiettivo l'estorsione di plus
valore dalla classe operaia. Sarebbe come chiedere ai capitalisti di
comportarsi in modo anticapitalista senza togliergli da sotto i piedi la
struttura economica che li rende tali.
I meccanismi economici che impongono al capitale di sostituire continuamente
forza lavoro con macchine sempre piu' sofisticate e tecnologicamente
avanzate risiedono nei principi fondamentali che regolano il processo di
accumulazione.
Da parte del capitale la sostituzione di forza lavoro con macchinari ha
come obiettivo quello di contenere i costi di produzione diminuendo il
tempo di lavoro necessario. Ovvero l'aumento della produttivita' sociale del
lavoro ha come condizione l'espulsione di forza lavoro dai nuovi meccanismi
produttivi. Non avrebbe alcun senso per il capitale l'innovazione
tecnologica se all'introduzione di nuove macchine, che presuppongono
l'eliminazione necessaria di una parte della forza lavoro, questa rimanesse
al proprio posto lasciando inalterato l'ammontare dei salari. Per il
capitale sarebbe un doppio costo, quello dell'investimento in tecnologia e
quello dei salari che andrebbero comunque corrisposti a quella parte di
lavoratori che avrebbero dovuto essere sostituiti dalle macchine. Con
l'evidente risultato che l'obiettivo in base al quale il capitale si era
mosso: ridurre i costi di produzione abbassando il tempo di lavoro
necessario e diminuendo il monte salari allontanando una parte di forza
lavoro, non verrebbe mai raggiunto. Saremmo cioe' in presenza di una
ristrutturazione al contrario se venisse accolta la rivendicazione del
lavorare meno, lavorare tutti a parita' di salario. Mai la borghesia
potrebbe accettare una simile rivendicazione. Qui sta il vaneggiamento
riformista. Credere che tutto cio' sia perseguibile in quanto compatibile
con i meccanismi di accumulazione del capitale. Il fatto e' che e' vero
l'esatto contrario. Non solo la rivendicazione non e' compatibile con le
necessita' del sistema, ma l'espulsione di forza lavoro e' la condizione per
il rinnovamento tecnologico, o se si preferisce, non e' possibile nessuna
ristrutturazione capitalistica se questa non comporti una corrispondente
perdita di posti di lavoro. Il "lupo" riformista non ha mai perso il vizio,
nemmeno nella sua versione radicale, anzi piu' appare radicale, estremista,
utopisticamente velleitario, piu' si compiace di se stesso come se il
mirare in alto gli conferisse maggiore credito e autorita' presso quella
parte di classe operaia che avesse la sventura politica di seguirlo.
Evidentemente la storia non gli ha insegnato molto. Il riformismo, nemmeno
nel suo periodo migliore, che e' coinciso con la fase espansiva e
"progressiva" del capitalismo, e' mai riuscito a coniugare la concreta
difesa degli interessi di classe con le necessita' del capitalismo,
figuriamoci oggi, in presenza di un capitalismo in decadenza dove i margini
di manovra si sono praticamente azzerati e il livello delle compatibilita'
si e' ulteriormente abbassato. Un capitalismo in decadenza, morso
dall'esasperazione delle proprie contraddizioni, costretto ad attaccare la
forza lavoro piu' di quanto non lo facesse prima, riduce inevitabilmente gli
spazi di contrattualita' con il suo opposto di classe, non li allarga, non
li rende certamente piu' agibili. In simili condizioni, alzare
utopisticamente il tiro, fare del radical riformismo, mischiare la
fattibilita' di conquiste economiche che sono possibili solo in una
struttura sociale che abbia abbandonato il profitto quale suo obiettivo
primario, con gli attuali scenari capitalistici, significa non aver capito
nulla ne' dei meccanismi di accumulazione del capitale ne' dei principi
fondamentali della lotta di classe.
Al capitalismo sempre, ad un capitalismo in decadenza a maggior ragione,
non vanno chieste rivendicazioni economiche utopistiche, riforme di
struttura, ma imposte lotte che inizino ad andare fuori e contro le sue
compatibilita', il suo essere societa' del capitale, del lavoro salariato e
del profitto, altrimenti la decadenza si trasformera' in barbarie con buona
pace di tutti i riformismi, compreso quello radicale.
Lo slogan " lavorare tutti, lavorare meno a parita' di salario" o lo si
concepisce come una sfida verso la borghesia mettendo in rilievo presso la
classe operaia che, nonostante l'abbassamento del lavoro socialmente
necessario a produrre perlomeno la stessa quantita' di merci e servizi, che
permetterebbe a tutti di lavorare con giornate lavorative piu' che
dimezzate, a ritmi di lavoro meno stressanti, la borghesia, "prigioniera"
dei meccanismi economici capitalistici, nemmeno se lo volesse sarebbe in
grado di assecondare una simile richiesta. Oppure le false sirene
dell'utopia riformistica prepareranno il terreno per l'ennesima sconfitta
della classe operaia che, dati i tempi e le improrogabilita' necessita' di
conservazione del capitalismo in decadenza, non potra' essere che la piu'
drammatica sul terreno politico e la piu' grave su quello economico.
Mauro Junior
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