Appesi al filo rosso

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Sun, 25 Feb 1996 19:12:57 +0100


I compagni di Parma autori del seguente documento presentato al Collettivo,
mi pregano di metterlo in rete. Cosa che faccio.

>Appesi al filo rosso
>
>Per chi come noi ha iniziato la propria militanza verso la fine degli anni
'80- inizio '90, i Centri Sociali Autogestiti (Csa) sono stati l'unico punto
di riferimento.
>Durante gli anni '80 il mondo sembrava, almeno in Italia, il "migliore di
quelli possibili" per tutti (proletari compresi); cancellato ogni orizzonte
rivoluzionario dalle menti dei sedicenti comunisti e dalle coscienze della
sempre piu' atomizzata e disunita classe operaia, i Csa. hanno avuto la
funzione di luoghi di aggregazione, anche proletari, fuori dall'ambito
istituzionale (sindacale e partitico), soprattutto nelle metropoli.
>Alcuni di essi hanno senz'altro funzionato da "ultimi fortini"
dell'immaginario comunista rivoluzionario. Nell'89, lo sgombero e la
Resistenza degli occupati del Csa Leoncavallo, insieme a ben piu' importanti
eventi di carattere internazionale (caduta del muro di Berlino-nuovo ordine
mondiale) ha determinato una tappa importante e, al contempo forviante, per
chi si affacciava in quel momento, o giu' di li', alla lotta. Ecco secondo
noi perche':
>- la Resistenza dei leoncavallini (non solo alle forze dell'ordine) era un
atto visibile di cui i media e la "gente", bene o male, era costretta a
parlare; proprio nell'anno in cui ogni cosa odorava di comunismo la si
voleva far passare per vecchia e non esisteva certo un'analisi chiara e
abbastanza diffusa, che condannasse realmente da sinistra (anche
nell'estrema sinistra) gli oppressivi regimi del capitalismo di stato
dell'Est, senza usare gli stessi termini e dire le stesse fesserie usate
dalla stampa borghese, per parlarne (male).
>In questo contesto quella del Leonka sembrava una lotta nuova, non piu'
fuori dal tempo.
>- Dall'89 in poi i collettivi che si sono formati, a macchia d'olio in ogni
citta' d'Italia, per dar vita ad un Csa, si sono quasi sempre modellati su
questo evento, in special modo nelle citta' piu' piccole.
>- La semplice difesa delle mura di un Csa sembrava diventare un gesto
antagonista, di per se', alla societa' capitalista e al potere in genere.
Necessario e sufficiente.
>- Chi si e' formato politicamente in uno di questi collettivi (di solito
con un'ignoranza assoluta dell'ABC del marxismo) ha sempre confuso il
proprio ruolo sociale con quello politico.
>
>A questo punto siamo sicuri, che gia' qualcuno rivendichera' differenze,
non solo politiche ma anche geografico-sociali, tra Csa. e Csa., che
peraltro esistono, ma che vista la discreta conoscenza di diversi Csa avuta
in questi anni, non ci sembra tutto sommato intaccare di molto quanto detto
finora.
>Nonostante il panorama dei Csa sia, oggi piu' che mai, molto variegato va
detto che fondamentalmente due sono le anime politiche, una anarchica ed una
"comunista" (erede di cio' che resta dell'Aut. Op.), le quali agiscono, a
volte esplicitamente, altre piu' sottilmente e confusamente dentro e ai
margini dei Csa Spesso le posizioni sono pero' ulteriormente sovrapposte e
diversificate, in particolare sul ruolo che va attribuito ai Csa
>C'e': - Chi li ha sempre pensati come isole felici, piccole societa'
collettiviste dentro la grande societa' capitalista, capaci di poterla
influenzare, infettandole il germe dell'autogestione.
>- Chi, ridimensionandone il carattere autonomo dal resto della societa', li
vede strumentalmente come i luoghi da cui far partire altre battaglie
sociali sul terreno del LAVORO, della SCUOLA, del TERRITORIO, ecc.
>- Chi li considera luoghi temporaneamente di contropotere (o meglio
"liberati"), destinati a rimanere tali, e suggerisce, rifiutando ormai
l'idea di intaccare la struttura della societa', di goderseli finche' ci sono.
>
>Quasi tutti considerano (comunque) la lotta per i Csa , una battaglia
sociale, nuova, visibile, importante E antagonista gia' di per se'.
>Questo fino a circa un anno fa, cioe' quando i Csa si sono dati
appuntamento, nel momento di massima espansione e di massima visibilita',
riconquistando l'attenzione della cronaca, ancora grazie all'esaltante
resistenza del Csa Leoncavallo che, insieme a migliaia di militanti di tutte
le citta' italiane, nel Settembre del '94 si e' scontrato con le forze
dell'ordine, stavolta non da dentro le mura del centro sociale per il solo
diritto di esistere, ma nelle strade del centro di Milano per le parole
d'ordine dell'OPPOSIZIONE SOCIALE.
>(Non chiedeteci esattamente quali sono queste parole d'ordine, ci sara'
sempre qualcuno pronto a smentirne una o due, da cio' che ci e' dato sapere
deduciamo piu' o meno questo: SALARIO MINIMO GARANTITO, LAVORARE MENO A
PARITA' DI SALARIO, LAVORI SOCIALMENTE UTILI, AUTORGANIZZAZIONE SINDACALE,
AUTOGESTIONE DEGLI SPAZI SOCIALI).
>Ora dunque, il panorama politico in cui navigano un po' tutti i Csa e'
ulteriormente cambiato; chi, qualche anno fa (in largo anticipo), sosteneva
che si stesse correndo il rischio di un'istituzionalizzazione dei Csa e che
la confusione politica imperante nei centri, nel loro complesso, e nelle
singole menti dei militanti, in particolare, avrebbe creato nuove divisioni
e strane unioni, incomprensibili ai piu' , si trova superato dai fatti.
>Ormai molti sono i Csa semi-legalizzati da amministrazioni piu' o meno
illuminate, spesso in cambio di velate campagne elettorali per candidati
progressisti o di elargizioni di particolari servizi sociali.
>Non per niente, gli esperti del settore NO PROFIT (meglio conosciuto come
volontariato) includono di diritto quasi tutti i Csa nel nuovo settore, e
una certa parte di questi (Leonka compreso) pare starci di buon grado, pur
di non perdere il nuovo riconoscimento (istituzionale).
>Ora, le anime politiche che hanno teorizzato la necessita' dei Csa come
luoghi di contropotere (temporaneo o permanente), sono venute del tutto allo
scoperto lanciando parole d'ordine a cui tutti hanno, quasi senza
discussione, automaticamente, aderito (senza magari nemmeno saperlo),
partecipando a meeting e cortei convocati su tali parole (vedi sopra -
OPPOSIZIONE SOCIALE).
>In questo contesto, l'area anarchica si e' politicamente ridimensionata e/o
appiattita sui contenuti storici e nuovi dell'"autonomia" che (pur divisa al
suo interno) si e' ricreata la sua base sociale, che sta appunto nei
militanti e nei frequentatori dei Csa.
>Facciamo ora un passo indietro, rispetto alla confusione tra ruolo politico
e ruolo sociale che un militante di un Csa di solito si attribuisce. Per
quanto ne sappiamo la composizione sociale dei collettivi che gestiscono i
Csa e', nella maggior parte dei casi, di tipo studentesca, (non sempre di
origine proletaria), per noi questo non toglie affatto valore alla lotta che
portano avanti, ma ne cambia necessariamente i connotati.
>Se un Csa fosse occupato e gestito da un gruppo di proletari di un
quartiere o di una citta', la lotta di questi sarebbe, seppur marginale
perche' esterna all'ambito produttivo, una lotta proletaria e antagonista
alla speculazione del capitale in ambito edilizio, ricreativo e
territoriale, portata avanti in prima persona dai diretti interessati.
>I comunisti (proletari o no), in un Csa di questo tipo, troverebbero il
luogo, pur sapendo che non necessariamente questo sarebbe gradito a tutti,
dove propagandare e far conoscere il piu' possibile il programma
rivoluzionario nel modo piu' naturale che i comunisti rivoluzionari
conoscono, appoggiando e/o partecipando ad una lotta proletaria,
esplicitamente come comunisti rivoluzionari.
>Se invece, un Csa aderisse chiaramente e con la consapevolezza di tutti i
suoi appartenenti (di qualsiasi classe sociale essi siano) a una precisa
area o organizzazione politica, per chi e' ritenuto esterno o estraneo a
questa organizzazione il rapporto sarebbe piu' difficile, ma comunque
chiaro: in tal caso si puo' essere accettati o respinti all'interno del CSA,
ma per ragioni politiche precise, note a tutti. In tal caso infatti l'area
o l'organizzazione a cui fa capo il Csa dovrebbe avere tutti gli interessi
a far conoscere le proprie posizioni e le proprie finalita'.
>Ma nei due casi fin qui illustrati sono piu' unici che rari.
>La REALTA' dei Csa e' molto piu' CONFUSA sia a livello SOCIALE che,
soprattutto, POLITICO e questo non solo (come qualche furbetto stara' gia'
pensando) perche' la realta' e' sempre un po' confusa, il che e' anche vero,
ma anche e soprattutto perche' c'e' chi, pur di non perdere la una "base
sociale" incosciente e indeterminata, non solo lascia che la confusione
regni, ma addirittura la alimenta. Ci stiamo riferendo alla cosiddetta area
dell' "autonomia" in cui abbiamo finora generosamente e un po'
inconsciamente (come tanti compagni) militato.
>
>Quello che ci sfugge di piu' pero' e' il fine di tutto cio', spesso molto
piu' confuso della pratica.
>Forse andando alle radici teoriche di questa area, si possono trovare
alcune spiegazioni in piu'. Il pensiero che oggi alimenta le tante anime
della "autonomia" e' soprattutto quello del signor Negri, che ha le sue
origine nelle tesi degli operaisti italiani degli anni '60, i quali
sostenevano che il capitale (dall'ultima guerra mondiale) non ha piu'
nessuna crisi strutturale, per cui ha risolto le proprie contraddizioni sul
piano produttivo, di conseguenza le crisi che ricorrono ogni poco d'anni
sono, per Negri e gli "operaisti", delle crisi dovute alle grandi lotte di
classe che mettono in crisi il capitale, perche' la contraddizione
rimarrebbe solo sul piano distributivo e gerarchico (distribuzione delle
ricchezze e del potere). Ma mentre gli operaisti valutavano l'operaio di
fabbrica l'artefice delle crisi capitalistiche, il signor Negri riscontrando
negli anni '70 in Italia la scarsa combattivita' (dovuta all'applicazione in
quegli anni dello stato sociale) dell'operaio di fabbrica, "premiato" in
quel periodo dalla politica degli alti salari, ha iniziato a cercare
altrove, e pare lo stia ancora cercando, il nuovo soggetto "rivoluzionario".
>In un primo momento Negri aveva trovato il suo nuovo soggetto nell"operaio
sociale", cioe' chiunque entri a far parte, da subalterno, nel processo
produttivo, riproduttivo e di consumo, cioe' quasi tutti in un particolare
momento della vita, anche la moglie dell'industriale quando va a fare la spesa.
>Chiaramente l'individuazione di questo soggetto e' fatta in base a canoni
sociologici, non marxisti, tant'e' che Negri e suoi epigoni hanno potuto
indicare dal '77 ad oggi un numero sconsiderato di possibili avanguardie
sociali e politiche della nuova figura cardine della societa', che farebbero
scoppiare le crisi capitalistiche per poi pagarle: dallo studente
universitario fuori sede alle donne in quanto tali, dal disoccupato al
bancario, dal programmatore di computer al cameraman omosex.
>Entro tali elucubrazioni scompare il problema per i proletari, che non si
sa piu' bene chi sono, del potere e della rivoluzione, cosi' sorge il mito
del contropotere, che lentamente logorera' il potere del capitale ed ogni
forza residua rimastagli. Ulteriore ovvia negazione, quella della necessita'
di un partito-guida per un processo rivoluzionario che ormai avverrebbe
quasi da solo, se e' ancora possibile chiamarlo tale. AUTORGANIZZAZIONE E
AUTOGESTIONE SOCIALE E POLITICA le parole di chi, magari senza saperlo, e'
un giovane discepolo di Negri confondendo tranquillamente questi quattro
termini, perche' ormai la produzione non e' piu' centro di niente, la
fabbrica e' ovunque, ogni soggetto politico e' un soggetto sociale ecc.
>Questo non ha messo pero' al riparo, i Csa da una veloce
istituzionalizzazione, da autoritarismi interni e ostracismi stalinisti, da
alleanze molto larghe contro la nuova destra (fino a toccare le palle della
Quercia), dalla formazioni di sindacatini pseudo-radicali e prestazioni di
volontariato. Tutta l'area d'influenza dell'autonomia che ora si divide su
tutti questi temi priva di un metodo di lettura dei fatti razionale, non
verra' a capo dei propri litigi.
>Noi che, come Marx, non siamo degli economisti, ma che comunque crediamo
che sia la struttura economica a dettare legge in questa societa', riteniamo
che nonostante il fatto che la produzione si sia spostata e atomizzata, il
proletariato produttivo, sia sempre al di la' del suo grado di coscienza,
attualmente bassissimo, il cardine della societa'. Tenendo pero' conto del
fatto che la facile sostituibilita', la precarizzazione,
l'intercambiabilita' da settore a settore, sono caratteristiche comuni non
solo al proletariato produttivo ma anche a quello improduttivo, bisogna
puntare oggi ad un'unita' proletaria piu' che a "privilegiare" (a livello di
intervento politico) l'operaio produttivo.
>Per essere piu' precisi: con l'acuirsi della crisi strutturale, dovuta alla
caduta tendenziale del saggio di profitto (i capitalisti in competizione
sempre piu' feroce tra loro, causa anche la saturazione dei mercati, sono
costretti ad impiegare meno manodopera possibile e a spendere sempre piu'
soldi per i nuovi macchinari, diminuendo cosi' complessivamente i propri
profitti) in occidente e in Italia, il capitale e' costretto per pagare e
garantire meno la forza-lavoro, a cambiarla e licenziarla continuamente, per
cui un operaio tessile assunto con contratto di formazione-lavoro puo'
trovarsi disoccupato per un anno, commesso di un grande magazzino l'anno
dopo, impiegato statale se ha qualche raccomandazione e poi ancora
disoccupato se non fosse bastata...
>E' chiaro che la produzione mantiene la struttura della societa', ma
occorre rincorrere chi lavora come operaio nel settore produttivo nel suo
diverso iter lavorativo che non e' mai, o molto raramente, stabile.
>Per fare cio' la creazione di luoghi di aggregazione proletaria a livello
territoriale sarebbe piu' che auspicabile, ma A PATTO CHE SI CHIARISSE CHE
DI QUESTO SI TRATTA e non di luoghi del fantomatico contropotere o di centri
da cui lanciare le parole d'ordine utopiste e riformiste al contempo
dell'opposizione sociale.
>A tal proposito e' necessario un altro inciso: in questo momento i padroni
stanno tentando di arrestare la crisi decurtando stipendi, eliminando
servizi sociali, ecc. e non possono da questo punto di vista, a meno che non
abbiano inaspettati istinti suicidi, fare diversamente, e percio' oltre che
un buon vecchio riformismo e' anche illusorio chiedere, senza che vi sia un
rovesciamento dell'attuale stato delle cose, una diminuzione dell'orario di
lavoro a parita' di ritmi e salario, creazione di lavori improduttivi, ma
socialmente utili, salario garantito per disoccupati. E anche se tali
provvedimenti in alcune aziende o in alcune particolari situazioni possono
essere temporaneamente adottati, va sempre ricordato che si tagliera' in
compenso da altre parti, o ad altri, o agli stessi proletari che pagheranno
sempre la crisi dei padroni finche' un processo rivoluzionario
internazionale non li portera' al potere.
>Noi non crediamo che il Capitale sia un moloch, ma anzi un insieme di
interessi competitivi tra loro, ogni tentativo di pianificazione
dell'economia nazionale ed internazionale fatta dagli stati o dallo stato o
dalle varie congreghe degli stessi capitalisti, e' dovuta proprio a questa
naturale anarchia del capitalismo che incontrollato avrebbe gia' prodotto o
la barbarie o la sua fine, in questo momento, invece, ogni stato occidentale
sta provando a regolare la propria economia nell'attuale fase avanzata del
capitalismo imperialista, in modo da favorire ulteriormente i grandi
monopoli e impoverire e dividere ancora i proletari ed una piccola borghesia
in via di proletarizzazione. Va detto che a fronte di questa crisi
strutturale ed internazionale il capitale ha sicuramente migliorato ed
ingrandito attraverso l'uso dei mass-media, la cultura, la religione
ritrovata e grazie al cattivo servigio che settant'anni di dominio
stalinista e social-democratico nella sinistra hanno reso alla causa
comunista, il suo dominio culturale su tutta la societa', cio' che Marx
chiamava sovrastruttura.
>Anche per questo, pur essendo, dal punto di vista strettamente economico la
situazione internazionale realmente pre-rivoluzionaria, si e' purtroppo ben
lontani dalla creazione delle avanguardie di classe necessarie a guidare una
rivoluzione che ormai, se ci sara', dev'essere internazionale ed
internazionalista. Se i Csa non fossero, come quasi tutti, anche se non
dichiaratamente, sono, i fortini dell'autonomia, o peggio in via di
istituzionalizzazione o in mano a degli anarchici e piccolo-borghesi (come
cultura) collettivi anarchici, - sarebbero forse i posti ideali dove fare
riaggregare la sempre piu' atomizzata e bastonata classe operaia italiana e
non, dove infondere ai giovani proletari un po' di vero internazionalismo al
di la' delle grandi alleanze per liberarsi delle destre o delle parole
d'ordine bertinottiane pseudo compatibili con l'economia nazionale, dove
rilanciare la necessita' della rottura rivoluzionaria contro ogni tipo di
riformismo, dove riparlare di che significa autorganizzazione di classe,
senza farsi tante menate sull'autogestione quando si sa che poi qualcuno che
gestisce c'e', dove ricreare le basi per un'organizzazione comunista
internazionalista. Ma cosi' non e', e cio' che adesso ci sentiamo di fare
rispetto alla generosita' ed alla buona fede di tanti giovani compagni dei
Csa e' demistificare. Eliminare la confusione che non permette una chiara
coscienza di classe.
>
>Appesi al filo rosso
>Parma dicembre 1995
Mauro Junior
mauro.jr@iol.it
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