PER L'AUTONOMIA POSSIBILE

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Sun, 25 Feb 1996 00:31:50 +0100


ASSEMBLEA NAZIONALE - BOLOGNA 23/24 MARZO 1996

SOGGETTIVITA' - CONFLITTI - PROGETTI
PER L'AUTONOMIA DI CLASSE

Di seguito pubblichiamo la "lettera aperta al movimento antagonista" diffusa
nei mesi scorsi che lanciava la proposta di un'assemblea nazionale.
Strada facendo si sono raccolte le adesioni di diverse realta' di movimento
sparse sul territorio nazionale con le quali, attraverso diversi incontri
preparatori, si e' giunti collettivamente alla definizione ed alla
convocazione della due giorni di assemblea che si terra' a Bologna il 23/24
marzo 1996. Sara' fatto circolare in tempo utile il testo della "relazione
introduttiva" che provvedera' ad indicare i nodi principali sui quali si
strutturera' il dibattito. Saranno presto disponibili i manifesti di
convocazione. Per ricevere il materiale, e per ulteriori informazioni,
contattare il Centro di Comunicazione Autonomo di Bologna, via Avesella 5/a
- tel/fax. 051/260556.
Si invitano tutte le compagne, tutti i compagni, tutte le strutture di
movimento, a partecipare attivamente all'assemblea. Per la ripresa del
dibattito politico.

***
Lettera aperta al movimento antagonista
PER L'AUTONOMIA POSSIBILE
PER LA RIPRESA DEL DIBATTITO POLITICO

Da ormai troppo tempo, piu' o meno dopo la dissoluzione del circuito di
comunicazione garantito dal vecchio coordinamento antinucleare
antimperialista, all'interno del movimento e' prevalsa una deriva
pericolosissima, che giorno dopo giorno approfondisce i suoi effetti laceranti:
le situazioni di lotta, grandi e piccole, nuove e vecchie, si dimostrano
incapaci di riconquistare un punto di vista generale, collettivo - oltre il
localismo, il settorialismo, lo scadenzismo -, incapaci di aprire la
discussione, finalmente, sul proprio ruolo, le proprie ragioni complessive,
il proprio
futuro. Come vittime di una recessione di identita', di una paralisi
progressiva del pensiero.

Ci siamo rassegnati, negli ultimi anni, ad affidarci alla riproduzione del
quotidiano, ad una parodia del "primato della pratica" che, senza percorso
generale, senza un impianto politico di ampio respiro, degenera in mera
agitazione.
Il "fare" non scioglie magicamente i nodi intricati di una difficilissima
fase politica di transizione: soprattutto se prima di "fare" non e' chiaro
"chi fa"
e per arrivare dove.

Vogliamo finalmente dire e dirci che c'e' una crisi "forte" che ci attraversa?
Una crisi di soggettivita', di senso della direzione di marcia? Che non
c'e' nessuna "nuova prospettiva" ad attenderci magicamente dietro l'angolo di
questo clima di smarrimento che regna sovrano dentro il tessuto del
movimento? Che non si e' mai data, nella storia della sinistra di classe,
un'occasione di ripresa e sviluppo della prospettiva rivoluzionaria che
prescindesse da scelte di linea, assunzioni di responsabilita', opzioni ferme,
iniziativa soggettiva chiara e precisa?

Certo, la nostra situazione e' particolare, contraddittoria. Noi come altri,
siamo nel pieno vortice di una crisi lacerante: ma nella nostra dimensione -
e' questo il dato sul quale riflettere - la crisi soggettiva non ha
significato risacca, perdite di energie, defezione collettiva,
ridimensionamento.
No, anzi, alla crisi dell' identita' autonoma si sono accompagnati mille
slanci militanti, una ricca moltiplicazione dei campi di intervento e delle
aree
sociali dei/delle compagni/e.
E il risultato e' visibile per tutti quelli che hanno occhi per vedere : il
meccanismo di riproduzione delle aggregazioni e dei comportamenti
antagonisti e' ricco e dinamico ma risulta politicamente inconcludente,
perche' non sedimenta alcun livello di progettualita'. Mentre lo
smembramento di quella che e' stata "l'area dell'autonomia", la sua
polverizzazione nei meandri del localismo, la sua mimetizzazione sociale, non
ha favorito la crescita del movimento: anzi, ne ha costituito,
probabilmente, il suo piu' grosso limite sul piano soggettivo.

Gli autonomi, si sa, sono sempre stati strane bestie politiche.
Come idea forza e come materialita' politica - di militanza, quadri,
risorse, carne e sangue - hanno resistito al crollo degli anni 80, ad un
volume di
repressione inaudita, ad un isolamento sistematico: e pure sono riusciti a
traghettare la propria esperienza collettiva attraverso quel decennio infame
- e non come mera residualita' di ceto politico, ma ricchezza viva, forza
invenzione di cooperazione sociale antagonista -, riuscendo finalmente ad
approdare a questi strani anni 90, e lasciandosi dietro, en passant, non
poche barricate bruciacchiate e qualche intuizione vincente.... .
Poi qualcosa si e' spezzato ed e' cominciata una lunga deriva: la
liquidazione di ogni velleita' di autonoma assunzione di direzione e di
identita'
politica.
Ricambio generazionale, mutazione genetica del corpo sociale dei compagni,
affogamento nella complessita' di un sociale inafferrabile - o piu'
semplicemente l'ultimo mattone del Muro di Berlino che alla fine, gira e
rigira, e' caduto anche in testa a noi?
Probabilmente tutto questo, e altro, insieme.
Passo dopo passo siamo scivolati: da categoria politica a categoria
sociologica, di volta in volta sottoposti al cecchinaggio ruffiano di chi ci
dipingeva come "giovani dei centri sociali", Cobas arrabbiati, potenziali
neosezioni elettorali o addirittura - demenzialita' recentemente emersa -
nuova forma-impresa "no profit"...
Sempre confinati dentro recinti di settore, di corporazione: sempre
frammento, scheggia, parzialita' minoritaria "sociale" non piu' da isolare ma da
ricondurre alle sane ragioni dell' "unita'".
Propaggini un po' ribelli di una sinistra che finalmente accettava di
integrarci sotto le sue spelacchiate ali, a patto, appunto, che
riconoscessimo noi
stessi come "articolazioni sociali ".
E cosi', come al solito, noi a lottare, a farci il culo, aprire
contraddizioni, subire repressione: altri a "parlare" di noi e per noi -
giocando sulla nostra
maledetta incapacita' di autorappresentare in forme di proposta politica
complessiva la nostra ricchezza conflittuale.

L'insorgenza irriducibilmente sovversiva di una identita', lo spettro
dell'autonomia, finanche la parola, doveva autoliquidarsi - per "permettere
l'apertura di nuovi e piu' ampi scenari" - o forse, chissa', perche' anche
gli extraparlamentari, dentro la crisi della prima Repubblica, dovevano
sfogare fregole nuoviste.
Sembrava quasi che la persistenza di una soggettivita' autonoma, fosse la
condizione da rimuovere per assistere a chissa' quali "ricomposizioni piu'
alte" - mentre tutt'intorno fiorivano, invece, le piu' basse operazioni di
mala politica, dai nuovi sindacatini alla degenerazione di molti centri sociali,
all'entrismo organizzato in Rifondazione

Il risultato e' inequivocabile: siamo ormai su un crinale critico e o
reinvertiamo la marcia, ricominciando a "produrre" politica collettivamente,
ricollocandoci su un punto di vista alto, al di la' delle campagne o delle
appartenenze di settore - oppure subiamo il ruolo di semplice, inoffensiva
"socialita' ribelle" che ci hanno ormai cucito addosso, accettando fino in
fondo il processo di neutralizzazione e destrutturazione dell'ultima identita'
rivoluzionaria presente sulla scena politica del paese.

Davanti ad un'analisi cosi' cruda, sgomberiamo il campo da ogni equivoco:
non abbiamo nostalgie di nessun tipo, siamo fortemente autocritici
rispetto alla nostra storia passata, riteniamo morte e non resuscitabili
esperienze tipo "Coordinamento anti anti", prodotti di altri tempi e altre
esigenze politiche.
Nessuna tentazione continuista ci appartiene.

Ma sul piano dei contenuti, mettendoci all'altezza delle contraddizioni
attuali, sentiamo con forza quanto le nostre ragioni siano legittimate dal
presente e affondino nel futuro: le dimensioni, i contenuti, le tematiche,
la ricchezza programmatica e politica del rifiuto del lavoro, della lotta a
morte contro i Moloch dello statalismo e del lavorismo dentro e fuori il
movimento operaio, la pratica dell'azione diretta e del contendere
testardamente e puntualmente allo Stato il monopolio della forza, parlano al
nostro passato o al nostro futuro?
Sono schegge di memoria o scommessa politica per il ventunesimo secolo?

I connotati piu' vivi e caratterizzanti della nostra esperienza e del nostro
patrimonio, quelle straordinarie eresie teoriche e politiche su cui abbiamo
costruito vent'anni di assalto al cielo, non sono oggi una ricchezza diffusa
e circolante dentro la sinistra (sia pure annacquate, "compatibilizzate")
anche tra chi, solo qualche anno fa, ci guardava come pazzi o criminali
irragionevoli?

E allora? Sulle grandi questioni della modificazione epocale della
composizione di classe e delle forme del comando e dell'organizzazione sociale
capitalistica, del salario sociale come emergenza strategica,
dell'emancipazione dal lavoro - su tutto questo gli "autonomi" avevano ragione o
avevano torto ?
E se avevano tutte queste ragioni perche' si autoescludono, come
soggettivita', intelligenza collettiva, vettore complessivo, dalla scena
politica?

Dobbiamo riprendere la parola, in forme forti, chiare: non nella sciocca
presunzione che da soli, autarchicamente potremo arrivare a sciogliere tutti i
nodi del rompicapo liberazione, ma nella certezza che ogni tentativo di
riprendere il dibattito politico sui nodi forti dell'identita' e del
percorso, non
puo' che rappresentare un'arricchimento dentro la stasi di idee che
affiacchisce il movimento.

Del resto ipotesi alternative, per il momento non se ne vedono: rinculi
istituzionali, neo sindacalismi di serie B - niente approssima, sia pur
lontanamente, una soluzione alla crisi di idee e di progetti in cui siamo
immersi. Abbiamo voglia a definirci "l'opposizione sociale": i proletari,
quando devono decidere da che parte andare, a tutto prestano attenzione
fuorche' alle nostre voci deboli, atomizzate, frammentarie.
Chi siamo per loro, qual'e' il Soggetto che parla e si autorappresenta, la
nostra parzialita' quanto pesa realmente? Chi gestisce politicamente le
contraddizioni che apriamo?

C'e' un'altra sinistra a cui dare voce: una sinistra che, anche
inconsapevolmente, per prezioso intuito di classe, tende a rimanere sul
terreno storico
dell'autonomia, il terreno dello scontro, della separatezza, della tendenza
al contropotere, dello sforzo di assunzione delle complesse determinazioni
progettuaii della transizione verso un'alternativa societaria globale e
antagonista rispetto al modo di produzione capitalistico - un processo che ci
ostiniamo a definire comunismo.
Una sinistra che non cessa di pensare a se stessa come tensione continua
alla forzatura degli orizzonti dati: dentro la pratica e sul piano della teoria
e dell'analisi.

Su questa linea, sopra questa fecondissima frontiera da spostare sempre piu'
avanti, c'e' da accumulare energie, risorse, idee: una prospettiva che
vede l'antagonismo coagulare le sue proposte, la circolazione delle sue
lotte, i suoi livelli di discussione e di organizzazione, che sedimenta
percorso, struttura un soggetto in costruzione - non una mera successione di
iniziative e slogan

Compagni/e: le istanze plurali dell'antagonismo, dell'incompatibilita',
delle figure conflittuali dell' autorganizzazione non vanno solo evocate o
contemplate: ma "attraversate" da una soggettivita' che non si definisce per
la sua caratterizzazione di gruppo o di settore, ma per la sua capacita' di
assumere a sua cartina di tornasole un impianto complessivo , ricompositivo,
non schiacciato dentro il rivendicazionismo contingente, che sappia
cogliere e sviluppare le potenzialita' anticapitalistiche che le dinamiche
dell'autorganizzazione sociale manifestano.

Dobbiamo ricreare un Luogo nuovo dell'agire politico rivoluzionario, che
vada al di la' dei settorialismi o del semplice "coordinamento funzionale":
uno spazio politico nazionale in cui ricominciare a parlare, uno "snodo"
verso cui convogliare - e da cui dipartano- mille linee di stimolo al
dibattito,
alla ripresa di una funzione di cervello collettivo da rimettere in moto. Un
Luogo da riempire e attraversare, per riprendere la sana abitudine di
"pensare" e progettare insieme.

Se questa e' un'esigenza reale, essa puo' concretizzarsi in tante differenti
proposte per dimensioni e profondita': ma l'esigenza, il nodo da sciogliere,
la domanda politica incompiuta, resta e va riempita.

Uscire dalla crisi, dall' improvvisazione e dall' isolamento: questo e'
l'imperativo politico della fase.
Perche', compagni/e, non e' tanto che abbiamo "una memoria da difendere"
(anche se quella e' importante e non sopporta revisionismi di nessun
tipo): e' piuttosto che abbiamo un futuro da difendere, e dobbiamo fermarci
un attimo per articolare i passaggi di analisi e di materialita' politica che
consentiranno di arrivarci nel modo migliore.

Su queste tematiche - la ricerca di un autonomia possibile, di un terreno
nuovo da conquistare sul quale ritrovare il gusto di misurare la nostra
attualita' di lotte e conflitto sulla sfida comunista dell' utopia e del
progetto - vorremmo convocare un'assemblea nazionale. Una due giorni di
dibattito aperto, trasversale, a cui invitare compagni/e e realta'
collettive di tutta Italia, da tenersi in una sede da definirsi, in una data
che potrebbe
collocarsi entro il mese di marzo

Raccoglieremo progressivamente adesioni di collettivi, centri sociali,
radio, giornali - e le firme si aggiungeranno in progress, naturalmente: ma
attenzione, non vogliamo rimanere ingessati dalla logica dell'adesione e non
sara' la quantita' delle firme a condizionare la qualita' della discussione.

Le situazioni che stanno facendo circolare questa lettera-appello, vogliono
ovviamente arrivare alla costituzione di questa assemblea nazionale in
forme quanto piu' collettive e plurali possibili. Per questa comprensibile
ragione "l' ordine del giorno" dei lavori verra' messo a fuoco e definito
durante il percorso di preparazione verso questo appuntamento: un percorso
che si snodera' attraverso uno o piu' appuntamenti nazionali preliminari
ed, eventualmente, se richieste, riunioni nelle diverse sedi sui territori,
citta' per citta'.

Con queste poche righe abbiamo solo voluto manifestare un'esigenza forte di
rottura dell'empasse, un segnale di movimento: abbiamo, piu' che
altro, rimarcato delle contraddizioni e posto all' attenzione dei compagni
delle emergenze tematiche.

Adesso sta alle diverse realta' nazionali raccogliere l'invito alla
discussione, se lo si ritiene produttivo, e contribuire ad una piu' precisa
definizione
del percorso di ripresa del dibattito, attraverso l'adesione costruttiva, la
critica, o anche la semplice interlocuzione.

Abbiamo gia' raccolto alcuni materiali "preparatori" e speriamo di riceverne
molti altri.
Ci rendiamo conto che il percorso non e' completamente ortodosso, ma non e'
tanto il metodo "politically correct" che ci interessa: quanto la rottura
del clima di stasi che alligna nel movimento - e, naturalmente, lo spessore
degli argomenti di chi vorra' contribuire alla discussione.

Cerchiamo di esserci, in molti.
Vorremmo parlare del nostro futuro.

Proponiamo a tutti i compagni e a tutte le compagne la diffusione e la
circolazione di questo appello in tutte le situazioni e durante le scadenze
nazionali di movimento.
Per la segnalazione di eventuali adesioni o chiarimenti: Centro di
Comunicazione Autonomo, Bologna - tel/fax 051/260556

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