La disoccupazione (2)

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Mon, 12 Feb 1996 03:46:20 +0100


Segue dal messaggio precedente.

Le cause della disoccupazione

Secondo i dati della Nomisma, in un secolo, in Italia, il PIL e' aumentato
di 13 volte con una diminuzione del 20% delle ore lavorate. Nel 1884 per
ottenere il PIL (x) si sono lavorate 45 miliardi di ore, cento anni dopo,
nel 1994, pur ottenendo un PIL di tredici volte superiore a (x) si sono
lavorate soltanto 34 miliardi di ore. Sempre secondo i dati Nomisma, tra
dieci anni, si raggiungera' un incremento del PIL del 25% con le stesse ore
lavorate nel 1990. Questi dati non sono particolarmente interessanti perche'
non nuovi e forse errati per difetto, ne' la proiezione al 2005 attendibile.
Quello che gli analisti di Nomisma non tengono in debito conto e' che da un
paio di decenni a questa parte, le societa' capitalistiche avanzate (
Usa-Giappone-Europa), fatta eccezione per i paesi di nuova
industrializzazione, hanno visto diminuire il loro saggio di incremento del
PIL, per cui sarebbe errato calcolare l'ammontare presunto del PIL al 2005
con i tassi di incremento annui di quindici o venti anni fa. Ciononostante i
dati statistici relativi al rapporto tra la massa di merci e servizi
prodotti e il numero di ore lavorative socialmente necessario per produrle,
ci consentono una prima riflessione.
Se alle ore in meno lavorate sostituiamo il relativo numero di lavoratori
espulsi dai meccanismi produttivi, pur tenendo conto dell'allargamento della
base produttiva e del teorico aumento degli addetti alla produzione
complessiva, e che il fenomeno della innovazione tecnologica ha subito in
questo ultimo ventennio una spinta "storica " per intensita' e modalita'
d'impiego, ne consegue che l'uso della tecnologia rende superflua una
massa sempre crescente di lavoratori.
Analogamente, riducendo la base da cui estrarre la massa di plus valore, e
investendo proporzionalmente piu' in beni strumentali che in forza lavoro,
si innescano due fenomeni irreversibili, anche se nel breve periodo possono
manifestarsi fenomeni di contro tendenza, che sono destinati ad accompagnare
la vita del capitalismo da oggi in avanti. Il primo, una sorta di cancro
economico destinato a mettere sempre piu' in risalto la contraddizione tra
il capitale e le sue necessita' di valorizzazione, e' la caduta tendenziale
del saggio medio del profitto, l'altro e' la disoccupazione.
Del primo problema non tratteremo, nemmeno in via subordinata data la
vastita' e la complessita' del fenomeno, del secondo cercheremo di
inquadrare le cause specifiche e quelle occasionali.
A prima vista e in modo del tutto superficiale, come e' tipico
dell'approccio borghese alla questione, puo' sembrare che la responsabilita'
prima della disoccupazione e della inoccupazione, risieda nello sviluppo
tecnologico, nella crescente capacita' del sistema produttivo ad abbassare
il tempo di lavoro socialmente necessario a produrre merci e servizi con il
conseguente esubero di mano d'opera.
Proseguendo nella ipotesi, si troverebbe conferma in un ulteriore e
disaggregato dato statistico, attinto sempre da Nomisma, e da una verifica
pratica, questa volta osservata sul campo. Il dato si riferisce al numero di
lavoratori, un milione e mezzo, espulso dai rapporti di produzione nell'arco
della recessione 90-93. Riferendo il dato disoccupazionale ai due PIL,
quello del 90 e a quello del 94 si ha che, solo alla fine del 94, dopo circa
un anno di ripresa economica, si e' raggiunta la stessa massa di merci e
servizi del 90, inizio della recessione, o se si preferisce, fine della fase
di espansione precedente, ma con un milione e mezzo di lavoratori in mano.
Grazie alla ristrutturazione che ha accompagnato la ripresa economica in
alcuni settori trainanti dell'economia italiana, si e' riusciti a
raggiungere il PIL di cinque anni prima con il "risparmio" di ben 1.500.000
unita' lavorative. In questo caso l'equazione : maggiore produttivita'
uguale a maggiore disoccupazione sembrerebbe verificata appieno.
Stessa cosa per l'altro esempio, quello verificato direttamente sul campo:
la FIAT di Melfi. Con l'introduzione della robotizzazione, e nemmeno in
tutte le fasi della lavorazione, da due anni a questa parte, al decentrato
insediamento FIAT, sette mila operai producono 450.000 autovetture, con una
produttivita' di 69 autovetture per addetto, quando negli stabilimenti di
Mirafiori, negli anni ottanta, pre ristrutturazione robottizzata, trenta
mila operai non superavano le 500.000 autovetture, con una produttivita' per
addetto di circa 18 autovetture all'anno. Senza dimenticare il "dettaglio"
di salari inferiori del 30% e con l'obbligo di due Sabati lavorativi al mese.
Melfi a parte, nel biennio 93-94, alla cuspide tra la fine della recessione
e l'inizio della ripresa, con un 4,2% di ore lavorate in piu' si e' avuta
una contrazione dell'occupazione del 4,7%. E il discorso sembra essere
sempre lo stesso: piu' tecnologia, piu' produttivita' e piu' disoccupazione,
come se sempre e comunque la prima fosse la condizione inevitabile della
seconda e che la seconda, al di la' degli andamenti ciclici del mercato, non
avesse che nella prima la sua base di determinazione.
In realta' lo sviluppo tecnologico in se non e' la causa della
disoccupazione, anzi in quanto capace di abbassare il tempo socialmente
necessario alla produzione di merci e servizi, dovrebbe essere la salvezza
dell'umanita'; dovrebbe in teoria produrre tempo libero da dedicare ad altri
bisogni o servizi sociali. In ogni caso l'aumento della capacita'
produttiva, il risparmio di tempo per la produzione, dovrebbero trasferirsi
in un aumento della ricchezza sociale, nel miglioramento delle condizioni di
vita dei lavoratori, in una maggiore cura e disponibilita' verso l'ambiente
interno ( fabbriche e luoghi di lavoro in generale) ed esterno come la
natura e il rapporto tra essa e l'uomo. Invece no. Il capitalismo, le ferree
leggi economiche che lo regolano, l'affannosa ricerca del profitto, il
soggiacimento di tutta l'organizzazione sociale (
produzione-consumo-sfruttamento delle materie prime-ambiente) hanno
trasformato lo sviluppo tecnologico nel suo contrario. In una crescita della
miseria, in disoccupazione e nel degrado ambientale e sociale.
Una delle caratteristiche del capitalismo moderno e' quella di sommare ad
una capacita' produttiva senza precedenti nella storia la prerogativa di
creare al proprio interno masse di diseredati sempre crescenti. Ad una
potenzialita' enorme di elevamento delle condizioni di vita fa riscontro il
piu' preoccupante degrado sociale. Negli Stati Uniti su di una popolazione
di 250 milioni di abitanti almeno 40 milioni sopravvivono sotto la soglia di
sussistenza. Nove milioni in Italia su di una popolazione di 58 milioni, e
le stesse proporzioni le troviamo in Francia ed in Inghilterra per non
parlare degli ex paesi dell'Est, Russia compresa, vittime della medesima
decadenza capitalistica, anche se a livello di capitalismo di stato.
Negli ultimi venti anni circa, dalla profonda crisi degli inizi degli anni
settanta in poi, la classica divaricazione a forbice tra la concentrazione
della ricchezza in poche mani e l'allargarsi della sfere della poverta', ha
raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo i dati recentemente forniti dagli
stessi organismi statistici borghesi l'80% della ricchezza mondiale e' nelle
mani del 20% della grande borghesia e all'interno di questo 20% si ha una
ulteriore distribuzione in base alla quale il 5% ne detiene il 75%.
Il fatto e' che, nella fase di decadenza della societa' capitalistica,
l'esasperarsi della contraddittorieta' della sua base produttiva, mostra in
tutta evidenza come lo sviluppo tecnologico segua gli schemi delle leggi del
capitale e come queste siano inconciliabili con la piena occupazione, con
una consistente riduzione della giornata lavorativa e con il miglioramento
delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Anzi si verifica
esattamente il contrario. Il potere d'acquisto dei salari si e' notevolmente
ridotto sino ad essere ricondotto ai livelli degli anni settanta. La
precarieta' del posto di lavoro sta diventando una normale acquisizione
della societa' capitalistica "post industriale". Aumentano i disoccupati e
gli inuccupati senza che si vedano concrete prospettive di riassorbimento se
non in termini quantitativi estremamente limitati e per periodi brevi e a
condizioni salariali e contrattuali inimmaginabili sino a qualche anno fa.
La giornata di lavoro, invece di diminuire, si allunga in virtu' degli
straordinari obbligatori e dei sabati lavorati che ormai sono diventati un
punto fermo nella progettazione dei nuovi contratti. Il rapporto capitale
-lavoro invece di dilatarsi in favore della classe subalterna, pur
all'interno della compatibilita' del sistema capitalistico, si comprime al
punto da restringere all'osso i margini di sussistenza per la stragrande
maggioranza dei lavoratori. E, soprattutto la disoccupazione, da fattore
episodico, legata all'andamento del ciclo economico, sta diventando
strutturale e con dimensioni quantitative impressionanti da far scomparire i
dati relativi della grande depressione del '29-33'. Ma se la gestione
capitalistica della tecnologia e del progresso produttivo in generale e'
alla base del devastante fenomeno economico e sociale della disoccupazione,
nel decorso contraddittorio del capitalismo moderno, altri elementi
contribuiscono a renderlo ancora piu' grave e di difficile gestione.

(continua)

Mauro Junior
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