(Ital)La disoccupazione fra decadenza del capitalismo e

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Sat, 10 Feb 1996 20:15:00 +0100


Compagni
Nell'ambito della discussione su disoccupazione nel post-fordismo e
prospettive riproduco in due o tre mess. il lavoro dal titolo "La
disoccupazione fra decadenza del capitalismo e illusioni del riformismo"
apparso su Prometeo 9 (giugno 1995). Autore Fabio Damen.
Chi volesse ricevere l'intero file, mi contatti direttamente.
Sono nuovo nella lista e ho visto poche cose, alcune inoltratemi da compagni
americani. Fra queste il "sunto" dell'intervento di Sergio Bologna presso
Rifondazione. A chi l'ha inoltrato faccio osservare che cio' che ha detto
Bologna e' qualcosa di piu' di una "interessante provocazione".
Implicherebbe proprio la denuncia delle sciocchezze riformiste-ultra' di
Rif.Com. come illusioni date ancora in pasto al proletariato.

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LA DISOCCUPAZIONE OPERAIA TRA LA DECADENZA DEL CAPITALISMO E LE ILLUSIONI
CONSERVATRICI DEL RIFORMISMO

Sembrera' paradossale, ma a lanciare il grido di allarme e' la stessa
borghesia: troppi disoccupati, troppi espulsi dai processi produttivi,
troppo poche le occasioni di nuovi posti di lavoro anche in presenza di una
ripresa forte e duratura. Certamente a tempi lunghi, almeno quattro anni, e
con una intensita' di rilancio della attivita' produttiva che non sia
inferiore ad un incremento del Pil del 3% annuo, si ridurra' l'attuale tasso
di disoccupazione, ma non di molto, di qualche unita' percentuale. Il
fenomeno verra' ridotto ma non risolto, la disoccupazione e' destinata, nel
futuro della societa' capitalistica a rimanere una costante con il rischio
di aggravarsi ad ogni futura recessione. Lo dice la stessa borghesia per
bocca dei suoi rappresentanti politici, dei suoi economisti piu' accorti,
degli imprenditori e dei sindacati, ultimi arrivati sul terreno della
conservazione capitalistica, ma forse per questo, ancora piu' sensibili e
responsabili sulle alterne vicende delle crisi economiche, sulle condizioni
favorevoli ai meccanismi della ripresa, sempre e comunque rispettosi delle
compatibilita' del capitale.
Non e' un caso che da parte proletaria il problema disoccupazione venga
piuttosto subi'to quasi passivamente che denunciato o combattuto. La scarsa
combattivita' e l'appiattimento nei confronti delle compatibilita' del
sistema economico, fatte salve alcune eccezioni locali tanto sporadiche
quanto estemporanee e mai significative di un incipiente movimento di massa,
ha due lontane origini. La prima risiede nel fatto che da decenni il
proletariato non ha a disposizione una avanguardia politica sufficientemente
forte ed organizzata nel mondo del lavoro in grado di omogeneizzare,
canalizzare, far crescere e politicizzare tutte quelle istanze rivendicative
e di lotta agli attacchi della borghesia che ormai quotidianamente nascono
nell'ambiente della fabbrica e che nella fabbrica stessa si consumano e
annichiliscono. La seconda, tanto piu' possibile quanto maggiore e' il vuoto
politico e di combattivita' creato dalla prima, consiste nella facilita' con
la quale la borghesia, attraverso i suoi strumenti di condizionamento
politico e ideologico, riesce a trascinare enormi masse di lavoratori dietro
il carro dei suoi interessi, imponendo di tutto, dalla sterilizzazione della
scala mobile al blocco dei contratti, dalla ristrutturazione del costo del
lavoro alla flessibilita' del posto di lavoro, dalle pensioni alla
disoccupazione giunta a livelli storici, senza che la pace sociale venga
messa in discussione, senza che dalle schiere proletarie si alzi un sia pur
timido grido di guerra. Politici, economisti, sindacalisti hanno il tempo e
il modo di discutere e di confrontarsi sulle migliori metodologie di
applicazione delle stangate sulle spalle degli operai senza che una schiena
si levi in segno di sfida.
Nonostante questo la borghesia si pone il problema del controllo. Un simile
esercito di disoccupati non puo' accamparsi all'infinito ai margini della
societa' senza rivendicare prima o poi il diritto di rientrare. E a questo
problema la borghesia deve trovare una risposta, non di come eliminarlo - il
problema e' capitalisticamente irrisolvibile - ma di come amministrarlo e,
se possibile entro certi limiti, trarne dei vantaggi sul terreno della
contrazione dei salari e sulla flessibilita' del rapporto tra capitale e lavoro.
Nulla di nuovo, se non la vastita' e la drammaticita' di un problema che di
crisi in crisi diventa sempre piu' ingovernabile. Niente di nuovo anche sul
piano della prassi del coinvolgimento delle masse agli interessi del
capitale che di ciclo di accumulazione in ciclo di accumulazione diventa
sempre piu' vorace di plusvalore. Il discorso e' sempre lo stesso: siamo
tutti nella stessa barca, occorrono sacrifici e senso di responsabilita'. E'
vero che siamo tutti sulla stessa barche, ma e' anche vero che c'e' chi rema
e chi batte il tempo, chi produce plusvalore e chi se ne appropria.
Il punto da cui partire per comprendere il fenomeno della disoccupazione e
le relative politiche anti operaie che ne discendono e' nelle leggi che
regolano i meccanismi di accumulazione del capitale, la concorrenza tra
capitali e la rincorsa al plus valore relativo, ovvero a quella quota di
plus valore che si ottiene dalle innovazioni tecnologiche.
Per il capitale l'innovazione tecnologica ha come obiettivo l'abbattimento
dei costi di produzione attraverso la diminuzione del tempo di lavoro
necessario, quindi attraverso la espulsione di forza lavoro che si trova in
eccedenza rispetto alla fase precedente la ristrutturazione. In altri
termini piu' produttivita' significa maggiore sfruttamento per chi rimane
all'interno dei meccanismi produttivi e disoccupazione per chi non trova
piu' posto all'interno della produzione. In termini ancora piu' semplici si
puo' dire che l'effetto di una ristrutturazione tecnologica e' che con un
minor numero di operai si possono ottenere gli stessi quantitativi di merci
e servizi o addirittura un quantitativo superiore. Ovviamente un simile
fenomeno e' sempre esistito, il capitalismo, dopo una fase originaria in cui
ha rincorso il plus valore assoluto derivante dall'allungamento della
giornata lavorativa, ha imboccato la strada della ricerca tecnologica,
ovvero del plus valore relativo.
Con la " rivoluzione" informatica, la robotizzazione, l'uso delle fibre
ottiche ecc.. nella produzione di merci e di servizi, il fenomeno si e'
ingigantito sino al punto di abbattere drasticamente i tempi di lavoro
necessari rendendo masse di lavoratori sempre piu' inconciliabili con lo
sviluppo dei mezzi di produzione in termini che per intensita' ed estensione
non ha paragoni nella recente storia del capitalismo.
Capovolgendo l'assioma si potrebbe dire che la disoccupazione e
l'inoccupazione ( cioe' l'espulsione di forza lavoro dai meccanismi
produttivi, cosi' come l'impossibilita' per moltissimi giovani di avere
accesso alla produzione per la prima volta) sono le condizioni sociali
attraverso le quali si esprime la ristrutturazione tecnologica. In termini
di capitale variabile, cioe' di redditi da lavoro dipendente, significa che
con un uguale monte salari si producono piu' merci e servizi, o che le
stesse quantita' di merci e servizi, o addirittura un numero superiore,
vengono prodotte con una massa salariale inferiore. Ne consegue che nei
meccanismi di valorizzazione del capitale, la diminuzione del tempo di
lavoro necessario non puo' conciliarsi con una diminuzione dell'orario
lavorativo a parita' di salario pena un diminuito tasso di valorizzazione
del capitale, una diminuita competitivita' produttiva sul mercato interno ed
internazionale, cioe' conseguenze limitative della massa dei profitti che
sono palesemente in contraddizione con gli obiettivi della ristrutturazione
tecnologica.
Chi pensasse che lo slogan " Lavorare tutti lavorare meno a parita' di
salario" abbia una minima possibilita' di attuazione, fermi restando i
modelli economici capitalistici, e' un idealista che non conosce i
meccanismi di valorizzazione del capitale e ingenuamente crede che
attraverso il riformismo economico si possano pesantemente intaccare i
rapporti con la forza lavoro, sino al punto da mettere in dubbio i
meccanismi di creazione del plus valore, o di realizzare conquiste che solo
nella fase socialista e' possibile attuare.
Al capitale o si impongono in termini rivoluzionari i tempi della sua
estinzione in quanto categoria economica capitalistica, oppure le sue leggi
dominano incontrastate alla faccia di qualsiasi riformismo piu' o meno
velleitario, che oltre ad essere inconcludente sul terreno concreto della
lotta rivendicativa contribuisce a svirilizzare la lotta di classe. Sarebbe
come tentare di convincere la classe operaia che sul piano rivendicativo sia
possibile chiedere un salario pari alla quantita' di forza lavoro
effettivamente erogata, o che i profitti vengano equamente distribuiti tra
imprenditori e lavoratori. Sarebbe come pretendere di immettere elementi di
produzione e di distribuzione socialisti senza toccare i rapporti di
produzione capitalistici, sarebbe cioe' l'utopia del riformismo e la fine
dell'antagonismo di classe.
Ma e' la stessa societa' capitalistica che si incarica di dare a ogni cosa
il suo posto e il suo significato. All'attuale disoccupazione le sue cause
tecnologiche, al superamento di queste la prassi rivoluzionaria e non il
velleitarismo radical riformista.
Un esempio su tutti quello della Fiat. In quattro anni dal '90 al 93', il
gruppo e' passato dai 303.238 dipendenti a 260.951. Nel 94 nel solo settore
auto, grazie alla robotizzazione di alcuni reparti o di alcune linee di
produzione ( la Punto) si sono persi migliaia di posti di lavoro: Dagli anni
ottanta ad oggi si e' passati dai 175 mila a 80 mila. A Melfi con un
organico di 7000 unita' si producono 450.000 auto all'anno, quando a
Mirafiori, prima di essere dismessa, per produrre 500.000 autovetture
occorrevano 30.000 operai, con una produttivita' per addetto che e' passata
da 45 auto a quasi 80, con una proporzionale perdita di posti di lavoro.
La beffa nella beffa e' che a Melfi, oltre ad un aumento " giapponese" della
produttivita' si sono decurtati i salari del 30%, ovvero si e' assistito al
massimo della ristrutturazione capitalistica dove, alla diminuzione del
tempo di lavoro necessario si e' aggiunta una consistente diminuzione dei
posti di lavoro senza la decurtazione della settimana lavorativa e con
salari ridotti del 30% e con l'obbligo di due Sabati lavorativi al mese.
Nella " grande" Germania, alla Volkswagen la settimana lavorativa per
100.000 dipendenti, a partire dall'aprile del 94, e' si' scesa a 29 ore
settimanali ma con una decurtazione dei salari del 15%. In piu' i sindacati
Dgb che raccolgono circa 10 milioni di lavoratori si sono dichiarati
disponibili ad allargare l'esperimento della settimana corta con l'aggiunta
della decurtazione dei salari e dei sabati lavorativi per vedere di
salvaguardare l'occupazione nel rispetto della produttivita' e della
efficienza degli impianti, quando sino a pochi giorni prima sembravano
irremovibili sulla rivendicazione del lavorare tutti, lavorare meno a
parita' di salario. Anche in una situazione di ripresa economica nel settore
industriale, nel breve periodo, l'occupazione continua ad essere una chimera
difficilmente raggiungibile. Gli stessi analisti borghesi, quelli piu'
accorti, ritengono che solo in presenza di una ripresa che duri almeno tre o
quattro anni, con un tasso di crescita non inferiore al 3%, la
disoccupazione riguadagnera' soltanto qualche punto percentuale lasciando
pressoche' inalterato il problema di fondo.
Il futuro del capitalismo e' questo. L'ingresso dell'informatica nella
ristrutturazione produttiva, l'utilizzo della robotizzazione, delle
trasmissioni via cavo e della componentistica hanno reso piu' evidenti le
contraddizioni insuperabili del sistema economico capitalistico. Da un lato
l'enorme avanzamento delle capacita' produttive riducendo il tempo di lavoro
socialmente necessario alla produzione di merci e di servizi invece di
liberare tempo sociale ed individuale, crea disoccupazione e miseria.
Dall'altro l'innovazione tecnologica elevando la differenza tra la quota di
capitale investita in macchinari e tecnologia e quella investita in salari
innesca la diminuzione del saggio medio del profitto, ovvero pone in essere
un perverso meccanismo economico in base al quale il capitale
complessivamente investito, nonostante il progresso tecnologico anzi a causa
di esso, trova sempre maggiori difficolta' a valorizzarsi.
Perdurando il capitalismo, anche la tecnologia e la progressiva maggiore
capacita' di produrre, si trasformano in impoverimento di larghe
stratificazioni popolari e nell'imbarbarimento sociale. La pauperizzazione,
l'ingrossarsi dell'esercito dei diseredati sociali, quelli che sopravvivono
al di sotto dei redditi considerati di minima sussistenza (40 milioni negli
USA e 7 milioni in Italia) e i fenomeni della disoccupazione e della
inoccupazione giovanile sono le uniche certezze che il capitalismo del
duemila e' in grado di garantire.
(continua)
Mauro Junior
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