(Ital) La disoccupazione 3

Mauro junior (mauro.jr@iol.it)
Thu, 15 Feb 1996 02:16:51 +0100


Le cause accessorie della disoccupazione.

Ancora per tutti gli anni '80' il terziario ha rappresentato una piccola
valvola di sfogo per la disoccupazione. Nelle fasi recessive, quando il
settore della produzione reale si contraeva sotto il peso della crisi
economica aprendo la strada a tutti i fenomeni di contorno quali la
diminuzione degli investimenti, la diminuzione della produzione, la chiusura
di imprese piccole e grandi, acquisizioni, accorpamenti e concentrazioni
piu' o meno rilevanti, una parte sia pur minima di forza lavoro in eccesso
veniva riciclata nel settore terziario in continua espansione dagli anni
sessanta e apparentemente meno vulnerabile, anche se indissolubilmente
legato all'andamento del ciclo economico. Ultimamente non e' piu' cosi'. Nel
solito periodo 90-94, mentre l'industria produceva disoccupazione a un ritmo
del 4,7% annuo il terziario, invece di creare nuova occupazione, a sua volta
espelleva forza lavoro con una media del 3,5%. La spiegazione sta nel fatto
che anche il settore terziario la rivoluzione informatica ha abbassato i
tempi e i posti di lavoro.
In settori come quello bancario e delle assicurazioni l'informatizzazione
ha cancellato decine di migliaia di posti di lavoro che sono andati a
sommarsi a quelli piu' quantitativamente consistenti dell'industria. Nelle
comunicazioni le cose non sono andate meglio, con la prospettiva
dell'utilizzazione multimediale di telefono, video e personal computer in
allacciamento satellitare e via cavo, il cosiddetto terziario avanzato,
invece di essere la fucina di nuove professioni, sara' lo strumento di
falcidia di altri posti di lavoro.
Anche nel terziario dall'attuale situazione di espulsione di forza lavoro
si potra' passare ad una fase di stabilita' occupazionale o, di una
contenuta, creazione di nuovi posti di lavoro solo a condizione che la
ripresa duri almeno quattro anni, e sia superiore al 3% annuo in termini di
Pil. Anche nelle prospettive piu' rosee, il terziario ha cessato di essere
la valvola di sfogo del sistema economico per quanto riguarda il fenomeno
della disoccupazione per allinearsi all'andamento generale del capitalismo
del duemila.
Un altro settore, che sempre piu' stentatamente riesce nei periodi di crisi
a riciclare una parte della disoccupazione, e' la piccola e media impresa.
Negli anni precedenti, grazie al lavoro nero, qualche migliaio di lavoratori
espulsi dalle grandi concentrazioni produttive, trovavano posto, per periodi
piu' o meno lunghi, all'interno di piccole imprese che, pur essendo colpite
dalla crisi, trovavano un'ancora di salvezza usufruendo proprio di quella
mano d'opera espulsa dalla grande industria, sfruttandola a dovere,
sottopagandola e, soprattutto non pagando i contributi. Paradossalmente
trattandosi di meccanismi pressoche' automatici alla conservazione del
capitalismo, piccoli segmenti di proletariato sfuggivano alle piaghe della
disoccupazione sottoponendosi al giogo del lavoro nero.
Non e' che oggi le cose non stiano piu' in questi termini o che il piccolo e
medio capitale produttivo non voglia fare piu' ricorso al lavoro nero, alla
forza lavoro sottopagata e al netto delle tasse e dei contributi, e' che nel
breve periodo, '90-94', e per quanto ci e' dato capire per il futuro, i
margini per simili pratiche e' andato e andra' assottigliandosi.
Per l'immediato, sia nel periodo della crisi che nella fase della recente
ripresa, la piccola e media impresa, quella che si e' abbondantemente
giovata della svalutazione della lira e che ha visto gonfiare i propri
profitti grazie all'esportazione, non intende reinvestire gli utili,
allargare la base produttiva, vive alla giornata con ambizioni economiche a
breve. Pochi o tanti profitti, maledetti, ma subito. Il che non ha
certamente favorito l'ulteriore allargamento dell'impiego di mano d'opera
occasionale riciclandola dall'enorme esercito di disoccupati.
In prospettiva, quando la nuova normativa del lavoro interinale giungera' a
regime, favorendo la nascita di agenzie di affitto della forza lavoro,
imponendo contratti a brevissima scadenza a salari bassi, bassissimi come
mai si era visto nella recente storia del capitalismo, facendo del mercato
del lavoro una sorta di usa e getta, non solo si restringeranno i margini
per simili operazioni di sfruttamento, ma per la classe operaia il lavoro
nero sembrera' una condizione da rimpiangere. Sta di fatto che quando la
precarieta' verra' istituzionalizzata, e con essa regolamentato il flusso in
uscita ed in entrata della forza lavoro in nome della flessibilita' e
dell'andamento economico dell'impresa, per buona parte del proletariato la
disoccupazione e lipersfruttamento temporaneo, quindicinale, settimanale, o
addirittura giornaliero, saranno assolutamente reali e senza possibilita' di
scampo. Ad aggravare l'attuale situazione occupazionale, da parte del
capitale si fa sempre piu' ricorso al lavoro straordinario, spremendo al
massimo chi e' all'interno dei meccanismi produttivi e lasciando poche
possibilita' di lavoro a chi ne e' rimasto fuori. Le ragioni sono le solite,
insolita e' invece l'arroganza con la quale il mondo dell'imprenditoria
impone, a volte fuori e contro gli stessi contratti, un numero di ore
straordinarie confacenti alle esigenze delle imprese , pena il licenziamento.
Per il capitale l'ora straordinaria costa mediamente il 60% in meno di
un'ora aggiuntiva nuova. Ne consegue che, nei momenti in cui il mercato tira
sulla base di una domanda sostenuta, il capitale preferisce far ricorso agli
straordinari che non assumere nuova mano d'opera. Secondo i recenti dati
trimestrali dell'Istat, dal gennaio '94' al gennaio '95', cioe' in piena
ripresa economica, l'occupazione non soltanto non e' aumentata ma ha visto
una ulteriore flessione con una perdita di 322 mila posti di lavoro. Piu'
precisamente dall'ottobre 94 al gennaio 95, si sono persi 307 mila posti di
lavoro mentre la produzione industriale e' salita mediamente dell'8%, con
una punta del 12,3% nel gennaio di quest'anno. Il fenomeno si spiega non
soltanto con il ricorso agli straordinari tradizionali, allungamento della
giornata lavorativa, ma anche con la costrizione dei sabati lavorativi. I
recenti accordi tra i Sindacati e la Fiat li hanno istituzionalizzati
includendoli nel contratto in nome della flessibilita', delle
imprescindibili necessita' della ripresa economica e del tasso di
competitivita' delle imprese sia sul mercato interno che su quello
internazionale. Dopo gli accordi di Termoli e della Teksid di Carmagnola,
anche alla Piaggio di Pontedera e alla Fiat auto di Mirafiori, Rivalta e
Termoli si sono introdotti i 18 turni e i Sabati strutturali. Stesso
discorso al sud negli stabilimenti di Melfi e di Pratola Serra. Cosi' si e'
avuto che, mentre hanno ripreso a marciare i meccanismi di valorizzazione
del capitale con una espansione della produzione industriale, si e'
allungato il periodo medio lavorativo per addetto del 2,8% con un incremento
della disoccupazione del 5% che ha portato i disoccupati al tasso del 12,2
della forza lavoro. Un record, come quello di 35 milioni di disoccupati
nella sola area dei paesi Ocse. Ma il dato piu' preoccupante e' fornito dal
fatto che nel futuro del capitalismo il ricorso all'allungamento della
giornata lavorativa, ovvero il tentativo di rincorrere i guasti della caduta
del saggio medio del profitto, sommando al plus valore relativo quote
derivanti anche dal plus valore assoluto, e' diventato una impellente
necessita' dalla quale il capitale intende derogare sempre di meno. Il che,
come e' ovvio, non potra' che aggravare il fenomeno della cosiddetta
disoccupazione tecnologica che tante vittime ha gia' mietuto tra i
prestatori di forza lavoro, contribuendo a rendere il fenomeno della
disoccupazione un elemento fisiologico del capitalismo, e non, come avveniva
nei decenni precedenti, un accidente di percorso legato all'andamento del
ciclo economico. Per avere una idea del fenomeno in chiave prospettica e'
sufficiente guardare all'esperienza giapponese. Nel paese del miracolo
economico post bellico, una delle componenti che lo possono spiegare,
accanto all'aumento dell'estorsione del plus valore relativo dovuto all'alta
produttivita' del lavoro sociale e alla politica dei bassi salari, e' quella
dell'allungamento della giornata lavorativa.
In Giappone da anni, nei settori chiave della produzione, la classe operaia
lavora, straordinari compresi, dalle otto alle dieci ore al giorno, almeno
due fine settimana al mese, con ferie che mediamente non superano le due
settimane all'anno. Non illuda il basso tasso ufficiale di disoccupazione
che da anni si aggira attorno al 2-3%. In Giappone le statistiche non
tengono conto della presenza di milioni di lavoratori saltuari o interinali,
perlopiu' stranieri provenienti dall'Asia continentale, che gonfiano o
sgonfiano il sacco della produzione ma non quello delle statistiche sulla
disoccupazione. La giapponesizzazione dell'economia ha fatto scuola, ma come
vedremo non soltanto nel campo del lavoro straordinario e dell'allungamento
della giornata lavorativa.
Tra gli elementi accessori alla questione disoccupazione, uno spazio e'
occupato dal progetto di allungare l'eta' pensionabile. Anche in questo caso
siamo in presenza del modo contraddittorio, antisociale e barbarico dell'
essere della societa' capitalistica. Uno sviluppo delle forze produttive
che avesse come obiettivo il soddisfacimento delle esigenze sociali, la
migliore produzione e distribuzione della ricchezza dovrebbe creare migliori
condizioni di vita sociale, consentire agli anziani di ridurre il periodo
lavorativo da dedicare alla societa', lasciando che i giovani, l'elemento
piu' forte e piu' produttivo, li rilevi nell'atto fondamentale della produzione.
Nel capitalismo, invece, avviene esattamente il contrario. Nonostante lo
sviluppo tecnologico e la diminuzione del tempo di lavoro socialmente
necessario a produrre la ricchezza sociale, si tende ad allungare e
drasticamente l'eta' pensionabile. Si costringono i lavoratori a rimanere
all'interno dei meccanismi produttivi per trentacinque o quarant'anni con
ritmi di sfruttamento sempre piu' pesanti, mentre i giovani rimangono a casa
sopravvivendo con il salario dei genitori. La legge della massimizzazione
del profitto, resa ancora piu' imperativa dalla caduta del saggio medio del
profitto e della ossessiva concorrenza di mercato non consentono alternative
al capitalismo. I vecchi a lavorare, i giovani a spasso con il rischio di
finire, prima o poi, nelle file della mala vita organizzata. L'insanabile
contraddizione tra l'allungamento dell'eta' pensionabile e la disoccupazione
giovanile, e' un modo di essere del capitalismo decadente, di un capitalismo
cioe', che esaurita la sua spinta propulsiva, e l'ha esaurita gia' da tempo,
non riesce a fare altro che inasprire le proprie contraddizioni, mostrando
il suo aspetto antistorico e antisociale. Mentre l'allungamento di fatto
della giornata lavorativa attraverso gli straordinari e i sabati lavorativi
sembra legata all'incertezza e alla precarieta' della fase iniziale della
ripresa economica, l'allungamento dell'eta' pensionabile, la riforma
previdenziale e le loro ripercussioni sulla occupazione, mostrano di avere
un carattere necessario e duraturo.
Quali le soluzione borghesi
Il fenomeno della disoccupazione e' talmente imponente che la stessa
borghesia ha cominciato a interessarsene in modo preoccupato. Al fondo del
suo interessamento nei confronti della disoccupazione c'e' la preoccupazione
che un simile esercito di diseredati possa diventare, prima o poi, una sorta
di mina vagante la cui esplosione potrebbe avere degli effetti
destabilizzanti ed incontrollabili. L'approccio alle questione si risolve,
da una parte nel tentativo di controllare il fenomeno in modo da
disinnescarlo o di renderlo meno pericoloso, dall'altra nel trarne
economicamente tutti i vantaggi possibili sul terreno dei contratti e del
contenimento del costo della forza lavoro.
Le metodiche di controllo passano sempre dai medesimi canali. Le forze della
neo socialdemocrazia, la sinistra stalinista ed ex stalinista, l'apparato
sindacale istituzionale con la sua appendice radical riformista. Da sempre
la borghesia sa che le politiche dei sacrifici, alle quali la classe
lavoratrice periodicamente viene sottoposta, il super sfruttamento e la
disoccupazione hanno maggiore possibilita' di passare, o di registrare la
minore resistenza possibile, se proposte ed amministrate in loco dalla
cosiddetta sinistra e dal suo armamentario sindacale. E' il solito gioco con
le varianti del caso dovute alla situazione specifica e alla sua gravita',
ma proprio per questo piu' subdolo e pericoloso.
L'altro aspetto e' ancora peggiore, vigliacco e premeditato. Consiste nel
gabellare come soluzioni alla disoccupazione, in modo particolare a quella
giovanile, il piu' feroce attacco alla classe lavoratrice mai praticato
dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, usufruendo dell' enorme
esercito di riserva di forza lavoro che mai si e' dato a vedere nella storia
del capitalismo moderno. Di fronte a questo scenario, da parte del capitale
e con il solito supporto dei Sindacati, si sono proposte, legislativamente
ottenute e adesso praticate tutte le formule possibili, dai salari
d'ingresso al lavoro interinale, passando sporadicamente dai contratti di
solidarieta', atte a fare della disoccupazione e della contrapposizione
occupati-disoccupati il trampolino di lancio per l'aggressione ai salari e
al livello di contrattualita' della forza lavoro.
Un primo approccio lo si e' avuto con i contratti di formazione e i salari
d'ingresso. L'obbiettivo dichiarato e' quello di contenere la sempre
crescente disoccupazione tra i giovani, che rappresenta circa il 30% della
disoccupazione generale con punte del 55% nel sud, l'obiettivo reale e'
quello di avere a disposizione, per la medesime mansioni produttive, una
mano d'opera il cui costo e' inferiore del 40% con picchi di riduzione del
salario che arrivano al 55-60% a seconda del settore e della durata
dell'impiego.
Anche la borghesia francese ha praticato in un recentissimo passato, la
medesima strada. In terra di Francia il capitale ha imposto i salari
d'ingresso nelle grandi concentrazioni industriali con una decurtazione
retributiva che mediamente e' arrivata al 40-50% con punte del 70%, ben al
di sotto dei salari minimi stabiliti per legge. Per fortuna la risposta del
proletariato giovanile non si e' fatta attendere e le piazze di Parigi e di
Nantes si sono riempite di giovani proletari inferociti, che pur nella piu'
assoluta mancanza di punti di riferimenti politici ed organizzativi
classisti, completamente isolati dal resto del mondo del lavoro francese e
fatalmente ancorati alla mera rivendicazione economica, hanno pur tuttavia
dato vita a uno dei pochi episodi di lotta contro l'arroganza del
capitalismo in tutto il continente europeo.
In Italia, anche sulla scorta di quella esperienza, i salari d'ingresso, pur
continuando a esistere e ad essere considerati come uno dei mezzi piu'
efficaci per attingere al serbatoio della disoccupazione giovanile, non si
sono moltiplicati a dismisura e non hanno toccato i vertici salariali
negativi che hanno innescato gli episodi di piazza francesi.
Altra grossolana mistificazione nei confronti della disoccupazione giovanile
e' il contratto di apprendistato. Il contratto si rivolge ai giovani tra i
15 e i 20 anni, cioe' dalla fine della scuola dell'obbligo per i cinque anni
successivi. Nel testo della legge si dice che e' facolta' dell'impresa
rinnovare il contratto o licenziare a seconda delle necessita' e delle
aspettative dell'impresa stessa. Nessuna garanzia per il giovane lavoratore
la cui prestazione non solo e' di assoluta precarieta', ma molto spesso, in
contraddizione con la stessa normativa che disciplina l'orario di lavoro
alle otto ore e non oltre, e' costretto ad accettare gli straordinari, pena
l'immediato licenziamento. Il salario, naturalmente, e' inferiore a quello
percepito da un normale operaio del 55% come minimo, sino a un massimo
dell'80%. Con simili gabelle di tipo contrattuale e salariale sembra di
essere tornati agli albori del capitalismo quando a salari di mera
sussistenza corrispondeva una giornata lavorativa lunga e senza margini di
garanzie sul posto di lavoro che non fossero quelli ottenuti dal duro e
quotidiano scontro di classe.
Ma al capitalismo moderno tutto cio' non e' sufficiente. Nella sua fase di
decadenza, caratterizzata tra l'altro dalla necessita' di contrapporsi alla
caduta del saggio del profitto, i tradizionali metodi di contenimento del
costo del lavoro devono non solo intensificarsi, ma anche adeguarsi alle
impellenti necessita' di un capitale che mostra di avere sempre maggiori
problemi nei suoi meccanismi di valorizzazione. Quando il capitalismo vede
il suo obiettivo economico primario, il profitto, sempre piu' difficilmente
realizzabile in termini di massa che di saggio, deve allora assolutamente
trovare qualcosa che vada a rivoluzionare il tradizionale rapporto con la
forza lavoro in modo da rendere il prelievo di plus valore piu' facile,
automatico e soprattutto il piu' possibile sganciato dai lacci e laccioli
dei vecchi contratti definiti eccessivamente garantisti sia sul piano
salariale che su quello del mantenimento del posto di lavoro. Questo
qualcosa di nuovo ha un nome, si chiama lavoro interinale o lavoro in affitto.
La sua genesi e' recente, anzi recentissima. La sua entrata sulla scena del
mondo del lavoro e' stata preceduta da una serie di atti preliminari che ne
hanno spianato la strada. Artefici, tra gli altri, i Sindacati. Dallo
storico accordo del luglio '93' in poi gli attacchi alla classe lavoratrice
si sono susseguiti ad un ritmo impressionante. Cancellata la scala mobile,
ovvero depurato il salario da qualsiasi possibilita' di difesa
dall'inflazione, riportati i livelli salariali al potere d'acquisto degli
anni '70' ( un recente studio del Economist pone l'Italia tra i paesi ad
alta industrializzazione con il costo del lavoro piu' basso, nel 1993 in
Germania il salario orario medio si aggirava sui 25 dollari, mentre in
Italia era solo a 15 dollari ) si e' avuta una pioggia di contratti capestro
che hanno inchiodato la classe operaia a livelli di subordinazione al
capitale come mai era successo negli ultimi cinquant'anni. I contratti di
apprendistato, di formazione lavoro, a tempo determinato, la precarieta' e
la flessibilita' del lavoro e del rapporto di lavoro non sono stati altro
che l'anticamera del lavoro in affitto, l'ultimo e piu' grave attacco alla
classe operaia.
La prima legge sul contratto di lavoro interinale risale al 1994, ministro
del lavoro Giugni, poi nuove proposte migliorative sono state aggiunte dal
governo Berlusconi, sino ad arrivare a quelle piu' complete, e per il
capitale piu' funzionali e meno dispendiose, del governo Dini, appoggiato
dai Sindacati e dal Pds.
Il lavoro interinale o lavoro in affitto si basa su di un nuovo rapporto tra
il capitale e la forza lavoro e l'eventuale loro contrattazione. Chi
gestisce direttamente la forza lavoro, chi la colloca in fabbrica e chi la
ritira sono le Agenzie private di collocamento. Queste centrali del
caporalato industriale, a cui la societa' capitalistica ha conferito il
ruolo di drenaggio nel mare della miseria e della disoccupazione, gestiscono
una mano d'opera usa e getta, senza che tra capitale e lavoro intervengano
altri fattori che non siano quelli relativi al mero sfruttamento. Affittano
alle imprese gli operai necessari per il tempo necessario, che puo' variare
dalla singola giornata lavorativa a qualche mese, poi il prestatore d'opera
ritorna all'Agenzia che lo puo' ricollocare da qualche altra parte, a
condizione che ci sia richiesta, altrimenti ritorna al suo stato normale di
disoccupato, senza problemi, interferenze di tipo sindacalistico o di
vertenze con la controparte. In questo senso il lavoro interinale e'
l'ideale strumento di arruolamento e di sfruttamento della forza lavoro. Per
le imprese non c'e' che da prendere, sfruttare e gettare, a seconda delle
necessita' economiche, dell'andamento del mercato commerciale, del contrarsi
o del dilatarsi della domanda, ovvero la massima flessibilita' possibile a
costi molto piu' bassi di prima.
Per il lavoratore, ovviamente, il lavoro interinale presenta solo svantaggi
e condizioni di sfruttamento inusitate, non soltanto per la novita' quanto
per la crudezza e l'intensita'. Innanzitutto il lavoratore in affitto non ha
nessuna garanzia del suo posto di lavoro, che per definizione e' saltuario,
occasionale e precario. Analogamente non ha nessuna garanzia sulla
continuita' salariale. Se lavora percepisce un salario, altrimenti non ha
nessuna forma di reddito sino alla prossima chiamata da parte dell'Agenzia,
sempre che ci sia necessita' in qualche altra impresa. Il lavoratore puo'
essere licenziato in qualsiasi momento senza la clausola della "giusta
causa" e a completa discrezione del datore di lavoro che lo puo' allontanare
per scarso rendimento o per disaffezione al lavoro offertogli.
I tassi di sfruttamento saranno certamente superiori a quelli medi, sia
perche' il lavoro in affitto andra' a soddisfare i periodi di eccezionale
produzione nei settori della media e grande industria ad alto contenuto
tecnologico, sia nelle piccole e medie imprese industriali e agricole,
sostituendo i lavoro in nero, quello stagionale e il cottimo. Di questo
supersfruttamento trarranno vantaggio non soltanto le imprese affittuarie
ma anche le stesse Agenzie, le quali non potranno fare altro per alimentare
il loro parassitismo, camuffato da servizio sociale contro la disoccupazione
in generale e contro la disoccupazione giovanile, che spartirsi le quote di
plus valore derivanti dallo sfruttamento intensivo ed estensivo del lavoro
interinale.
Secondo una indagine del Ministero del lavoro francese, su di un valore base
di 230 lire che l'imprenditore deve sborsare per ogni singolo addetto, solo
100 vanno in tasca al lavoratore, mentre le restanti 130 si scompongono tra
contributi e profitti della Azienda. Il lavoro interinale e' stato
fortemente voluto da tutti i settori dell'imprenditoria, Confindustria in
testa, dai futuri gestori delle Agenzie di collocamento, cioe' dal capitale
da investimento e da quello speculativo, che dalla nuova formula
regolamentatrice il rapporto tra capitale e lavoro, si aspettano soltanto
vantaggi economici, flessibilita', sgravi fiscali, e soprattutto quella
tanto invocata mobilita' della forza lavoro che dovrebbe rappresentare il
futuro della moderna societa' capitalistica.
Come e' gia' stato ampiamente sperimentato in Giappone e negli Stati Uniti,
anche in Europa, a tempi ormai brevissimi, si andra' configurando un mercato
del lavoro completamente nuovo. Da un lato una classe operaia, in qualche
modo garantita per quanto concerne il posto di lavoro e il salario, anche se
basso, il piu' basso possibile rispetto alle necessita' di valorizzazione
del capitale, dall'altro una massa di diseredati destinata ad aumentare, o
a stazionare su livelli percentuali enormi attorno al 10%. In mezzo una
massa fluttuante di forza lavoro che saltuariamente , in sintonia con i
cicli economici e con i ritmi del processo di accumulazione del capitale.
Una sorta di magma sociale che, per periodi brevi, a volte brevissimi,
assurge al ruolo di sfruttato e che per il resto della propria esistenza
ricade nella disperata condizione di diseredato sociale alla merce' di
qualsiasi soluzione alternativa che sia in grado di assicurargli la
sopravvivenza.
Oggi in Italia il fenomeno e' agli inizi e per molti versi si presenta
ancora sotto una veste sperimentale. Negli Stati Uniti il lavoro interinale,
ha gia' mosso i primi passi, ha gia' prodotto numerose Aziende tra cui la
Sintex e la Manpower che agiscono su di uno spettro di mercato
internazionale. La Manpower, per esempio, ha 2000 filiali e oltre 4 miliardi
di dollari di fatturato, movimentando decine di milioni di lavoratori. Ma
il nuovo rapporto tra il capitale e la forza lavoro nei termini del usa e
getta, non va visto con gli occhi di oggi rispetto all'attuale situazione
del capitalismo italiano e internazionale. Per capire la enorme portata del
lavoro in affitto, dei suoi devastanti riflessi sul proletariato e piu' in
generale nei confronti della societa', occorre spostare l'indagine in una
scenario futuro. E' sufficiente proiettare lo sguardo in avanti di 10-15
anni, ovvero dopo un altro paio di recessioni con relative ristrutturazioni
ad alto contenuto tecnologico per avere una idea di quale dimensione sara'
il problema della disoccupazione, e con quale tenacia il capitale
continuera', migliorandolo ulteriormente, ad amministrare il suo rapporto
con la forza lavoro, grazie alla istituzionalizzazione del lavoro in affitto.
Mauro Junior
mauro.jr@iol.it
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