Ezine ECN speciale - da Brescia su manifestazione 23/12

Cyber Joker (fam0393@comune.bologna.it)
Fri, 5 Jan 1996 01:25:25 +0100


Ezine ECN speciale - da Brescia su manifestazione 23/12

A NATALE SIAMO TUTTI PIU' BUONI

Pensiamo che sarebbe buona abitudine accompagnare ogni scadenza politica che
ci vede coinvolti come compagni e compagne di Brescia, con discussioni
collettive, prima sulle premesse e sui contenuti, poi su come e' stata
gestita, su come e' andata, sui risultati che produce quella scadenza
politica. Sappiamo che in proposito, per la nostra condizione attuale,
siamo sul piano del "vorrei ma non posso". Tuttavia, ci sono alcuni buoni
motivi per provare ad iniziare una discussione comune almeno a posteriori
sulla manifestazione milanese del 23 dicembre convocata dal CS Leoncavallo,
una manifestazione che se non ci ha coinvolto direttamente
nell'organizzazione e nella gestione, e' pero' stata vissuta da tutti noi
bresciani, se non altro sul piano della partecipazione emotiva, della
solidarieta' politica, della presenza numerica in piazza, come un
appuntamento molto importante. Tanto piu' che Radio Onda d'Urto ha dato uno
spazio giustamente enorme a questa vicenda, ma anch'essa limitandosi a
trasmettere il punto di vista, il tipo di gestione che veniva dato da
Milano, senza che da parte della redazione bresciana venisse espresso un
contributo proprio originale. Noi che scriviamo, facendo un bilancio della
giornata del 23 dicembre, non ci sentiamo per nulla soddisfatti di come e'
andata, e abbiamo l'impressione che anche altri compagni al ritorno da
Milano abbiano avvertito una sensazione di sfiga, di delusione,
d'insoddisfazione, di occasione perduta, come se non tutti i conti
tornassero, come se le cose non siano andate nel modo immaginato, sperato,
possibile, come se si avvertisse un certo disagio nell'identificarsi a
pieno in quello che e' stato invece descritto come un grande successo dai
responsabili dell'organizzazione milanese e non solo milanese. Si tratta
dunque anche di reagire alla sfiga, a questo senso di impotenza avvertito
individualmente almeno da una parte di noi, di trasformarlo nel suo
contrario, in motivazione positiva, in forza e chiarezza di idee,
cominciando dal confronto tra le impressioni e i giudizi di tutti i compagni
e le compagne. Pensiamo che sia utile avviare una discussione sulla
scadenza del 23 dicembre anche per tastare il polso ai compagni,
verificarne la reattivita' (che ultimamente ci sembra piuttosto appannata),
la disponibilita' a ragionare politicamente da un punto di vista autonomo,
antagonista, di classe, elaborato da noi che interveniamo in questo
territorio e facciamo lavoro politico comune qua a Brescia. Sicuramente
l'intento nostro non e' di innescare l'ennesima polemica sul nulla, su un
pretesto qualsiasi che poi finisce per essere collocato al centro
dell'attenzione come se fosse la cosa piu' importante del mondo, con tanto
di scomuniche incrociate e attacchi personalizzati, di schieramenti
precostituiti che si rinfacciano l'un l'altro di appartenere ad una
parrocchia piuttosto che a un'altra, di voler attuare chi sa quale complotto
per chi sa quale obiettivo che mette a repentaglio la nostra purezza. Queste
cose, gia' viste, non ci interessano, se devono ripetersi rinunciamo
dall'inizio, perche' rappresentano nient'altro che il colmo della nostra
miseria, la compensazione idiota della nostra incapacita'/non volonta' di
leggere la realta' sociale e le sue enormi trasformazioni, di individuare
in esse le questioni politiche sostanziali. Tendiamo a scazzarci tra di
noi, ad implodere sul niente, appunto perche' non produciamo quasi nulla in
termini di lotte, di conflitto, di illegalita', ed e' questo l'unico vero
problema che riguarda tutti i compagni e le compagne, che tutti devono
affrontare e farsi carico di risolvere. Alla fin fine il problema e' anche
personale, ma nel senso che ognuno di noi deve fare i conti con se stesso,
cioe' decidere -molto semplicemente- che cosa fare della propria vita. E' a
questo che, in fondo, dopo una o mille discussioni collettive, mentre si
individua cosa fare e come, ognuno di noi arriva e ritorna, al che cosa
fare della propria vita, al decidere se essere un compagno (autonomo,
comunista, rivoluzionario...) significa fare quello che ha fatto finora,
significa lottare, spendersi e rischiare (e divertirsi!) in prima persona,
essere disposto a questo oppure a qualcos'altro. In realta', per tornare
sui binari del discorso iniziale, pensiamo che sia utile discutere della
manifestazione del 23 dicembre non semplicemente perche' ne siamo restati
insoddisfatti, ma anche perche' essa ha finito per rappresentare
l'esemplificazione di nodi politici importanti ed evidenti, che varrebbe la
pena affrontare anche qua, perche' riguardano non solo Milano ma tutta
Italia, anche la nostra soggettivita' politica bresciana, tutti i compagni
e le compagne che la compongono. Il problema a questo proposito non e'
stabilire chi e' piu' duro o audace. Il problema e' individuare delle scelte
politiche, discuterle, condividerle oppure no, applicarle oppure no.
Nella manifestazione del 23 dicembre l'alternativa non era tra il provocare
scontri che mettessero a soqquadro la citta' e il non provocarli.
L'alternativa era tra il comunicare ai compagni militanti, a tutti i
manifestanti, a chi non c'era, ai nostri nemici che hanno il potere, un
messaggio di distensione oppure di combattivita', di forza conflittuale e
di insubordinazione dopo che, il martedi' precedente, le squadracce di
stato avevano devastato il Leoncavallo -crediamo- senza nemmeno attribuire
al gesto un significato di particolare importanza, senza stare a
pianificarlo piu' di tanto, l'hanno fatto perche' avevano la forza per
farlo, perche' hanno pensato che comunque la reazione dei compagni non
avrebbe provocato particolari problemi concreti, al di la' dei comunicati,
della manifestazione piu' o meno partecipata, delle democratiche
lamentazioni di qualche personalita' illuminata (non molte). Le autorita'
politiche della citta' e dello stato, la polizia e i carabinieri, la
magistratura, hanno in effetti avuto che l'ordine, la loro piu' grande
preoccupazione, non e' stato in alcun modo messo in discussione, e' stato
anzi rafforzato dalla sproporzione tra la concreta violenza dell'attacco
portato e la risposta data, "democratica e pacifica", assolutamente sterile
in termini di antagonismo persino sul piano della rappresentazione verbale.
Chi ha organizzato e gestito la risposta alla devastazione del centro
sociale ha in tutta evidenza sottovalutato questo elemento politico
essenziale, ha affidato lo spostamento dei rapporti di forza in direzione
piu' favorevole, a qualcosa di assolutamente inadatto a questo scopo: il
fare appello alle prese di posizione opinionistiche (inconsistenti) delle
forze politiche e dei "cittadini democratici", offrendo in cambio non
soltanto garanzie sul carattere tranquillo della manifestazione, ma anche e
soprattutto dando di se stessi un'immagine di affidabilita' democratica, di
indignata moderazione, che e' esattamente l'opposto di un messaggio di
antagonismo e dell'essere, al di la' di cio' che e' possibile fare
concretamente in determinate circostanze, radicalmente altro rispetto a
questo stato, ai suoi attori, a questa societa', ai suoi valori e alle sue
leggi. Ci siamo preoccupati di quello che avrebbe detto la "gente" vedendo
i soliti teppisti autonomi, ma la gente in realta' noi crediamo che non
esista, se non per chi si preoccupa di conquistare consensi elettorali. Chi
si preoccupa di questo deve per forza avere programmi e comportamenti
moderati. E' una regola matematica elementare: ottiene i consensi
elettorali piu' ampi chi piu' riesce a collocarsi al centro, a mostrarsi
moderato, affidabile continuatore/modernizzatore dell'ordine e della
stabilita', perche' la "gente", le maggioranze silenziose, le maggioranze
d'opinione, le maggioranze passive, chi ti guarda nemmeno con odio, ma con
indifferenza, chi ogni volta dice "non non me ne frega un cazzo perche'
tanto la gente e' stronza", i cambiamenti radicali non li vuole o non gli
interessano, il problema, semmai e' fargleli apprezzare quando
qualcun'altro li' ha gia' determinati. E' esattamente per questo motivo che
una rivoluzione, per via insurrezionale o con un processo di lunga durata,
non e' mai stata fatta e non si fara' mai conquistando la maggioranza della
"gente", bensi', contro di essa o in sua assenza. La maggioranza che a noi
interessa e' un'altra e non corrisponde affatto alla totalita' della
"gente": e' la maggioranza sociale, quella che si costituisce in movimenti
reali che vogliono e sono in grado di determinare grandi cambiamenti: cio'
che noi dobbiamo contribuire a creare e rendere visibile. Come? Dovremmo
sicuramente adeguare le nostre categorie di lettura della realta', i nostri
linguaggi, le nostre forme organizzative, davvero tutto, ad una societa'
che e' profondamente cambiata. Ma una cosa e' certa gia' ora: una
maggioranza sociale antagonista (o anche una minoranza sociale, comunque di
massa) non nascera' mai lanciando messaggi che non sono radicali. I
messaggi e i comportamenti radicali spesso non colgono nel segno, ma se non
sono radicali e' sicuro che non colgono nel segno, dal nostro punto di
vista. Ci siamo indignati perche' certa stampa ("Il corriere", "Il
giornale", altri) dopo la manifestazione ha detto che avevamo espropriato
supermercati, creato tensione e disordine. Ma secondo noi che scriviamo il
problema non e' che i giornali ci hanno infamato lanciando accuse non vere,
il problema e' che reagiamo in questo modo, sulla difensiva, il problema e'
proprio che quelle accuse sono infondate, che quelle cose non le abbiamo
fatte veramente! Non sarebbe stato positivo se, senza casini e confusione,
in modo pulito e organizzato, qualche gruppo di compagni fosse entrato in
qualche supermercato e avesse portato fuori un po' di quelle merci che in
questi giorni natalizi milioni di persone vedono luccicare nelle vetrine
senza poterle avere? Questa noi e tanti compagni la chiamiamo
riappropriazione di ricchezza che e' nostra, uno dei molti modi, certo non
il piu' importante, ma sicuramente giusto e -in quella manifestazione-
possibile, di praticare sovversione concreta, di lanciare messaggi
antagonisti. Ma il servizio d'ordine era molto attento ad applicare le
disposizioni: "evitare provocazioni", mentre dalla testa del corteo si
levavano slogan molto duri e tutti i compagni erano attrezzati per
respingere eventuali attacchi dei fascisti (soprattutto in piazza S.
Babila, come ci informavano dal microfono del furgone) o della polizia,
distante ma sempre minacciosa... L'appello per una grande manifestazione
"pacifica, democratica e di massa" e' stato rivolto ai cittadini e alle
associazioni della "Milano democratica" e ai loro rappresentanti politici,
senza che si avesse la forza di una soggettivita' politica antagonista
ampiamente radicata nella societa' (con un'area sociale di riferimento gia'
consolidata) quindi senza essere in grado di imporre, ammesso che sia
possibile, a questi interlocutori politici della "sinistra" progressista
(PDS) o tardo-socialdemocratica (Rifondazione) i propri contenuti. In fondo
al corteo c'era uno spezzone di 1000-1500 rifondati, davanti a loro un
gruppo di verdi. Aggiungi due o tre bandiere del PDS, qualche "personalita'
della cultura" milanese, Manconi e qualche altro assimilabile, una presenza
assolutamente minoritaria di "popolo della sinistra" che viene con noi solo
quando s'indigna per le bastonate che pigliamo (abbiamo ragione solo quando
le pigliamo): questa e' la "Milano democratica" alla manifestazione del 23
dicembre fatta su misura per lei. La manifestazione era di circa 30mila
persone, una partecipazione che non abbiamo e non avremo tutti i giorni. La
composizione prevalente nel corteo era di giovani militanti e frequentatori
dei centri sociali milanesi e di molte parti d'Italia. C'era anche una
massa notevole, ma frammentata, di giovani, che evidentemente non vivono
bene, che non si riconoscono in questa societa', ma che s'identificano solo
in parte con noi, nemmeno in noi trovano messaggi e risposte convincenti,
se e' vero (ed e' vero) che questi soggetti non militanti diventano
visibili in iniziative politiche soltanto nelle grandi occasioni.
L'impressione che ci ha dato il corteo e' che fosse del tutto prevalente la
ricettivita' verso discorsi radicali, probabilmente anche verso pratiche
radicali (e se non provi, con intelligenza e metodo, non lo saprai mai se e'
davvero cosi'). Per chiarire in termini realistici, evitiamo di dire che i
manifestanti fremevano per fare chissa' quale rivolta di piazza. Sostenere
una cosa del genere sarebbe ridicolo. Diciamo pero' realisticamente che
-come accade spessissimo, ma in particolare in questo caso- su cosa sarebbe
successo, su cosa dire, fare e comunicare era determinante la soggettivita'
politica organizzata, cioe' il ruolo degli organizzatori: erano loro ad
avere la possibilita' di decidere ed anche di chiarire le idee agli stessi
manifestanti (che non sono immediatamente "nostri"), di rispecchiarne nel
modo migliore il sentire e le aspettative, di liberarne la rabbia o, come
si dice, la gioia di lottare. In sostanza diciamo che questa
manifestazione di 30mila persone nel centro di Milano presentava
caratteristiche (anche "tecniche" e logistiche: numero di partecipanti, loro
individuabilita' da parte della polizia, rapporti di forza con la polizia,
ampiezza e dispersivita' dell'ambiente, presenza di negozi di lusso e
grandi magazzini) tali da consentire, anche senza sfociare in scontri,
l'espressione di una maggiore carica conflittuale (e tra l'altro quelle
caratteristiche possono essere determinate molto piu' facilmente in una
metropoli come Milano che in una cittadina come Brescia). Ma cio' che
riteniamo importante e' soprattutto il presupposto che determina e che da'
senso a cio' che succede o non succede in piazza: la presentazione e la
gestione politica dell'iniziativa, i messaggi, anche soltanto parlati, che
si lanciano. L'insistere sul carattere pacifico e democratico della grande
manifestazione di massa, sulla necessita' di "vigilare contro le
provocazioni"; l'insistere sul pericolo di attacchi fascisti; l'invitare
alla calma (a meno che non ci si debba difendere); il predisporre un
servizio d'ordine di tutto rispetto che svolge di fatto, oltre che un ruolo
di difesa del corteo, una palese funzione di contenimento dei manifestanti e
che -insieme alle scritte e agli slogan durissimi, addirittura grotteschi
in rapporto al tono reale della manifestazione- funge involontariamente da
simulatore della radicalita', da valvola di sfogo della tensione avvertita;
l'affidare la presentazione della manifestazione e i rapporti con la stampa
a soggetti che auspicano non si ripeta il 10 settembre '94. Questi elementi
e contenuti, dominanti nella manifestazione del movimento antagonista del
23 dicembre, richiamano alla memoria logiche, orizzonti politici,
prospettive strategiche che abbiamo sempre combattuto e che tanto piu' oggi
non ci piacciono. Fanno pensare ad un'impostazione di fondo che proietta
l'agire politico in una sfera separata e superiore, fatta di rapporti di
mediazione e alleanza, con tempi e dinamiche di sviluppo propri, che
subordinano il conflitto sociale e ne depotenziano i percorsi, le pratiche
radicali concrete, di azione diretta, di protagonismo dal basso, di
autodeterminazione dei soggetti sociali, per esempio trasformando le
manifestazioni in grandi sfilate di autorappresentazione pacifica. Fanno
pensare alla proccupazione di mostrarsi affidabili per gli interlocutori
politici, fanno pensare alla velleita' di proporsi come i veri garanti
della democrazia in rapporto ai governanti "reazionari" e alla polizia
(definita "forze del disordine"), di presentarsi come i difensori del
"diritto al lavoro" piu' volte invocato nei comizi volanti, come i veri
rappresentanti di un senso comune e di una volonta' generale che
rileggittimi nel cielo della politica il "popolo lavoratore tradito" dalle
vecchie forze della sinistra storica e riempia il vuoto lasciato da quei
partiti nel panorama politico nazionale. Fanno pensare ad una soggettivita'
abbarbicata ad utopie, ad assiomi ideologici e a progetti politici che non
hanno piu' le basi materiali sulle quali poggiare perche' sono riferiti a
soggetti sociali e a bisogni che non esistono piu' o hanno perso l'antica
centralita' con il delinearsi di quella svolta epocale, di quel salto di
paradigma produttivo e sociale - nello sviluppo del sistema di comando e
sfruttamento capitalistico- che chiamiamo genericamente "postfordismo" e
con il quale tutti dobbiamo iniziare a fare i conti fino in fondo, pena il
ripetere, come degli autistici, gesti e formulette che non comunicano e non
creano piu' niente, oltre alla nostra misera autogratificazione. In questo
contesto, lo stesso botto che dopo piu' di un anno di minacce, ricatti e
provocazioni fatte dai trenta idioti del "comitato delle tre torri" ha
divelto il portone del condominio dove abita il presidente di quel
comitato, anche questo atto dovuto e da salutare con un brindisi, rimane
decisamente al margine, o addirittura serve a compensare in modo del tutto
insufficiente, anzi deleterio, una gestione complessiva della risposta alla
devastazione del Leoncavallo assai diversa per tenore e contenuto. Le
osservazioni e i giudizi qui espressi non crediamo possano essere liquidati
attribuendo il tipo di gestione dato alla manifestazione del 23 dicembre
esclusivamente ad errori, al pressapochismo degli organizzatori, a loro
leggerezze, alla casualita'. Quel tipo di gestione e' stato scelto, ha dei
precedenti, si colloca in un contesto di travaglio, di ricerca della
direzione da prendere che attraversa tutta l'Italia ed anche Brescia,
producendo anche contrasti dai risvolti non di rado piuttosto squallidi.
Se le cose che proponiamo alla riflessione dei compagni dovessero rivelarsi
infondate, tanto meglio davvero. Si tratta di discuterne serenamente sul
piano politico, finalmente, e si tratta anche di essere il piu' possibile
conseguenti nell'agire concreto. Sia chiaro che non ci interessa discutere
dei milanesi, creare sterili schieramenti su questo. Non devono essere i
milanesi al centro della discussione sul 23 dicembre. Il vero argomento di
discussione siamo noi, quello che pensiamo e che facciamo noi.
L'alternativa e' nota: fare finta di niente. Escludere la politica ragionata
e fatta in prima persona, o meglio delegarla ai pochissimi eroici compagni
che da molti anni fanno tutto per noi. Essere circolo di amiconi, sempre
piu' pochi ma eteogenei, che personalmente c'hanno le loro sane idee
politiche da comunisti, e che tornati da Milano, non si sa se perche'
felici o delusi, consumano il rito comunitario dei canti di lotta intorno
alle bocce di vino.

DICEMBRE 1995. ALCUNI/E COMPAGNI/E DI RADIO ONDA D'URTO, DEL CSA MAGAZZINO
47, DELLA LIBRERIA CONTESTO

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