Dopo aver onorato il sacro rito della citazione,
da chi legge non ho niente da esigere sul piano di
ogni possibile interpretazione al riguardo. Mi pre-
me pero' socializzare un punto di domanda che mi
porta a dare come ricetta, se quanto piu' sopra cita-
to, possa attagliarsi al dibattito in corso su queste
pagine. A maggior ragione, se si pensa che questo
dibattito, in qualche moodo, costituisce, ancora una
volta, il classico ghiotto boccone per anarchici
strenui difensori della giusta inamovibilita' dei pre-
supposti fin troppo noti e compagni inclini ad una
"straniera" concezione del possibilismo degli stessi
per trarne conforto e giustificazione per il proprio
agire.
Siamo alle prese con un fenomeno ciclico, che si
presenta tra le file degli anarchici ogni qualvolta ci sono
periodi di crisi: alcuni si propendono
per il voto. Siamo di fronte ad una mutazione genetica nello
"zoccolo" duro del pensiero anarchico?
Tutte le volte che si toccano i nervi del nostro
senso civico (perche' non va dimenticato che cio'
che piu' sembrerebbe premere in troppi pezzi del
mosaico anarchico e': creare dei bravi, buoni, citta-
dini anarchici - in tutto rispetto, voluto o meno, di
un senso giacobino delle cose e dei miti fondanti
della rivoluzione americana), le reazioni non tar-
dano a farsi sentire, anche in maniera precisa e du-
ra, come sarebbe dato di vedere anche dalle rea-
zioni suscitate dal dibattito in questione al di fuori
di queste stesse colonne. Almeno fino a questo
momento.
Ognuno dunque, e con diritto, onora i propri
dei. Ma con i non "credenti", da sponde evidente-
mente compatibili con le sensibilita' libertarie, co-
me si mette?
Certo che per quanti, in particolar modo dopo
gli eventi di questi ultimi anni, realizzano che oggi
da porsi, da punto di vista del pensiero politico ra-
dicale e della pratica/prospettiva autogestionaria-
rifacendosi all'anarchismo (sulla scorta dunque di
un presupposto ineludibilmente astensionista) -
sembrerebbero essere ben altre le questioni piu'
impellenti o quelle da affrontare perche' lasciano
intravedere una prospettiva, uno spiraglio, per
uscire dal presente, in particolar modo da questo
presente, la risposta non e' facile.
La demarcazione insorta dell'89, un "morigera-
to" esempio per tutti: segna o no un tempo ed
un'occasione di valutazione per una prospettiva di
liberazione sociale possibile? oppure in virtu' di un
camaleontico indifferentismo politico si puo' liqui-
dare la fine del "bipolarismo" che abbiamo cono-
sciuto, seguito da un bipolarismo di altro ordine
(ma comunque sempre quello stabilito da USA e
URSS nel governo del mondo e forse destinato
dietro il feticcio del nuovo ordine mondiale, ad es-
sere sostituito dall'ascesa di nuove potenze)?
E sulla chiusura degli anni '80 (che hanno costi-
tuito dai gangli del villaggio globale l'innalzamen-
to e gli incrementi di un capitalismo di cui solo
adesso incominciamo a toccare con mano le inten-
zioni, ed i presupposti del superamento del
Welfare); sul passaggio dal fordismo al postfordi-
smo; sull'Impero p.v. delle autostrade elettroniche;
il ritorno al nucleare ecc. ecc., niente da dire?
Ma, se questo ordine di problemi si e' disposti in
un modo o nell'altro ad archiviare nell'armadio
dei misfatti che il potere puntualmente e ciclica-
mente tira fuori, paradossalmente ma non troppo,
il problema dell'astensionismo si'-astensionismo
no, sembra porsi ancora oggi come questione esi-
stenziale. Non sarebbe invece il caso di chiedersi
se piu' che nell'oggi puo' costituire la questione del
XXI secolo?
Se l'introduzione del suffragio universale si e' ri-
velata piu' che una conquista destinata a favorire
una reale partecipazione dei cittadini alla gestione
delle istituzioni, un semplice filtro, per selezionare
un allargamento delle classi dirigenti, oggi, nella
parte del mondo industrializzato, la diserzione alle
urne e' diventata un dato fisiologico e al di fuori di
esso persistono ancora intere aree del pianeta, non
solo attualmente prive di ogni diritto ad esprimere
il proprio consenso o dissenso attraverso lo stru-
mento del voto, ma destinate a non avere mai nes-
suna voce in capitolo, sia all'interno che al'esterno
dei paesi che adottano il sistema della democrazia.
Una sorta di esclusione planetaria, che dopo il piu'
urgente e tragico crescente fenomeno dei profughi
politici e di guerra e delle migrazioni di massa, co-
stituisce un dato strutturale che da' il nome piu' giu-
sto al feticcio della democrazia.
E qui una parentesi andrebbe aperta sul fatto
che qualsiasi dibattito che si apre, oggi, su qualsi-
voglia aspetto di carattere politico-ideologico ge-
nerale non puo' dimenticare l'esistenza di una di-
mensione internazionale ed internazionalista, non
solo imprescindibile ma di cui, con ogni probabi-
lita, si ha anche bisogno.
Ma, cosi' leggendo le cose, quale senso deve/puo'
avere la riproposizione propagandistica o d'esem-
pio di un astensionismo di principio, ideologica-
mente anarchico?
Questo interrogativo, a mio avviso, il dibattito
che "Rivista anarchica" ha lanciato, non puo'
eludere, prima di tutto e prima di ogni cosa. Il pas-
so, breve, ulteriore, e' poi quello della costruzione
di un discorso politico che ponga i temi forti della
democrazia politica nella fase dell'assolutismo
economico del capitalismo e di una sua critica ra-
dicale-utopica intorno alle prospettive di organiz-
zazione sociale, autogestionaria e libertaria ed alle
forme di autodeterminazione, al singolare e al plu-
rale, legate ai conflitti attuali ed ai progetti che,
eventualmente, possono definirne caratteri di
cambiamento sociale radicale. In parole povere il
problema cruciale e' quello della questione sociale
da risolvere e dello sviluppo delle lotte da favorire,
promuovere, contribuire ad organizzare.
Si tratterebbe quindi di sfuggire, per una volta,
alla trappola che il costume partecipativo polemi-
co, di inveterato vizio, vorrebbe tesa unicamente a
rimuovere gli ostacoli alla riaffermazione del pro-
prio punto di vista, per arrivare a definire una pro-
pria vlsione sovrapposta o di fatto distante anni lu-
ce dagli eventi che si producono o che vengono
prodotti al di fuori della propria soggettivita' politi-
ca. E che prenderebbero la parola, a prescindere.
La parola dell'autoritarismo.
Forse pochi potevano immaginare che proprio
dopo l'89, la rivolta del Chiapas avrebbe rispolve-
rato l'idea di rivolta (mentre quella di Los Angeles
viene, da molti presa ad esempio delle rivolte che
il potere riesce a contenere, mentre quella di rivo-
luzione d'altra parte ancora si rispolvera nel fanta-
sma della rivoluzione spagnola: Ken Loach utopia-
rivoluzione), candidandosi a durare nel tempo,
proprio per la sua "anacronistica" realta' nel mon-
do moderno, e dunque ad arrivare a prefigurare
problemi che potrebbero attraversare i decenni a
venire, e che sembravano ormai essere dati per
morti e sepolti.
Ma proprio l'esempio del Chiapas ci da', forse
e a prescindere dal merito, i termini per un altro
discorso: la misura di come contenuti, forme e lin-
guaggi viaggino contemporaneamente nella storia,
a seconda non soltanto di quello che si vuole ma di
quello che si da', nel senso dei rapporti materiali di
classe esistenti o che si vengono a determinare: e'
immancabile dunque il riferimento ad una qualche
forma di contestualizzazione di qualsiasi discorso
o principio.
Perche' in effetti cio' che conta, alla fine, e' il reale
rapporto di forza con il potere, il metodo che si
adotta, le prospettive che si esprimono e si voglio-
no realizzare.
Per fare un esempio, i richiami dell'EZLN alla
democrazia non hanno lo stesso senso che possia-
mo dargli in altri contesti: altrettanto la questione
della terra (che non assume certamente i caratteri
cruenti dell'appartenenza etnica e dell'esaspera-
zione identitaria). Il problema dunque non e' solo
di carattere dei rapporti materiaii esistenti fra le
classi, ma anche di forme e linguaggi che, in ogni
caso, richiamano al VALORE che si da' alle cose e
che nei fatti si esprime. E dunque quale puo' essere
il VALORE dell'astensionismo elettorale anarchi-
co? A maggior ragione OGGI? Da questo punto
di vista la questione si ribalta: dall'astensionismo
ideologico si puo' anche passare alla considerazio-
ne che, soprattutto il voto non serve alla causa
dell'emancipazione. A costo di sembrare dogmati-
ci qui le considerazioni da fare non vanno oltre il
fatto che storicamente attraverso il voto nessun
cambiamento sociale in senso egualitario e di con-
quista delle liberta', nessuna rivoluzione soprattut-
to nei termini in cui gli anarchici la intendono, e'
stata mai realizzata e portata a compimento.
Ma d'altra parte, neanche il marxismo storica-
mente, attraverso la dittatura del proletariato e le
sue nomenklature, e' arrivato a cambiare la societa'
come neanche la democrazia, nel tempo presente
rinvigorita nella sua proposizione storico-concet-
tuale, e' in grado di offrire altro che prospettive
chimeriche fino a riconfermarsi in toto quale senso
dell'utopia negativa: pace giustizia e liberta'... la
storia come inganno e tradimento, presente come
futuro tirannico e vieppiu' peggiorativo della esi-
stenza frustrante...: siamo dunque di fronte ad una
"scienza" sull'orlo del fallimento o a dei simulacri
di un futuro di gia' prevedibile nelle sue gabbie?
Un futuro che muove ad apprezzare le necessita'
di una sua sopravvivenza senza soluzione di conti-
nuita' con il passato.
Nella leggenda si vuole: non di rado un tempo o,
per meglio dire, nella dimensione della stragrande
maggioranza delle comunita', qualsiasi cosa od
evento che sfuggiva alla esperienza diretta portava
a guardare con sospetto tutto cio' che non proveni-
va dal proprio mondo. Era difficile immaginare
l'esistenza di un mondo a piu' dimensioni o di piu'
"mondi".
Questo stato di cose e' stato stravolto soltanto
negli ultimi tre secoli ed in un lasso di tempo cosi'
breve, in rapporto alla storia dell'"umanita'", dai
processi politici ed economici della societa', che le
conseguenze di un passaggio cosi' repentino, da
una condizione di passaparola a quella del villag-
gio globale, sono senz'altro sfuggite nella genera-
lita' dei casi alla consapevolezza diffusa e colletti-
va. Cionondimeno alcuni passaggi, pur nella loro
velocita', non sono sfuggiti agli osservatori attenti e
critici, che con la "forza" delle idee e dei tentativi
di cambiamento hanno tentato, in contemporanea,
di indicare altre rotte, alternative al vuoto che si
andava delineando.
In pratica si manifestavano almeno due esigenze
che correvano su binari paralleli: superare la soglia
di isolamento materiale e culturale, sempre e co-
munque preludente a conflitti di ogni ordine e rap-
presentata dalla conoscenza del mondo soltanto
attraverso l'esperienza diretta, di quell'esperienza
diretta; e il ribaltamento dei modelli di organizza-
zione sociale e della quotidianita' egemonizzati
dalle "rivoluzioni" introdotte in particolare dal ca-
pitalismo e dalla formazione dello Stato. Cio' non
fu dovuto tutto o comunque al caso, ma fu anche il
prodotto dell'insorgere del valore della soggettivita'
unlana. Una soggettivita' di carattere universalisti-
co che puo' implodere, con un ritorno al passato
anche se sotto altre forme.
E' questa una questione che si potra' anche risol-
vere ideologicamente ma varrebbe la pena, intan-
to, di ritornare a considerare che quel che modifi-
ca l'esistente non e' tanto - e per l'appunto - il vo-
to, ma i FATTI.
Se tale questione puo' essere ancora presa in
considerazione allora varrebbe la pena di superare
la falsa, per certi versi, alternativa, fornitaci dal
potere sull'importanza del voto e della sua sacra-
lita' - per restituire invece alla proposta astensioni-
sta la sua intima connessione originaria basilare in
un'epoca in cui nella maggior parte delle democra-
zie occidentali la partecipazione alle tornate elet-
torali e' inversamente proporzionale al consumi-
smo dei beni e delle merci: non ammettere l'esi-
stenza dell'opzione elettoralistica (assumendola
come contraddizione tra le contraddizioni, facen-
do dei conti di interlocuzione e con interlocutori
che votano) significa dargli un valore assoluto, tal-
mente preponderante rispetto alle reali possibilita'
che il potere ha di controllare e manipolare il con-
senso (non ultimo l'esempio della fallacia dei son-
daggi elettorali) da contribuire a farlo assumere
come dato genetico, a dargli una sacralita' che non
ha.
Ma paradossalmente, a questo punto, voglio in-
trodurre un elemento discordante con il discorso
sinora portato avanti: per un attimo ragioniamo in
senso rovesciato: per un attimo occorrerebbe de-
contestualizzare la questione astensionismo si-
astensionismo no. A ben vedere, all'astensionismo
tout court non corrisponde una volonta' anarchica
di emancipazione sociale e volendo andare oltre
parafrasando, si potrebbe dire che: se tutti gli
anarchici si presuppone siano astensionisti, nessu-
no si sognerebbe di pensare che tutti gli astensio-
nisti siano anarchici. Troppo facile. Scontato.
Perche' le motivazioni originarie dell'astensioni-
smo anarchico sono ben presenti, ma la questione
primaria - politica - e' ben altra: e' la questione del
senso dei valori e delle gerarchie, la questione del-
la rappresentanza e del rapporto tra maggioranza
e minoranza, minoranze e maggioranza non solo
come esclusivo problema dell'ambito istituzionale,
ma della vita sociale in genere, anche della contro-
societa' e dei movimenti antagonisti e di opposizio-
ne sociale e di rivolta, dell'associazione rivoluzio-
naria, delle stesse organizzazioni anarchiche e li-
bertarie. Queste mi sembrano le "bombe" che bi-
sognerebbe far esplodere, per un'azione che superi
il semplice dato del clamore, suscitato o meno.
Sara' dunque il caso di continuare a destruttura-
re i luoghi del potere; far toccare con mano, per
quanto si rende possibile, ad altri il suo non-essere
luogo, che puo' diventare tale unicamente in consi-
derazione del fatto che e' perche' non lo vogliamo
scegliere in quanto luogo; lasciare intravedere ad
altri le nostre costruzioni che superano l'imminen-
te per un bisogno di affermazione profonda; la-
sciare intravedere la nostra indisponibilit=E0 ad esse-
re intruppati in alcuna istituzione che pieghi la co-
scienza di se' e dell'alterita' od incanali l'indicibile
che non e' dicibile.
E anche per questo che non ho mai votato. E in
nessun caso. Ma non e' quello che puo' importare.
Cio' che importa e' non dimenticare il senso e la va-
lenza di una pratica dell'azione diretta e l'esempio
che da essa ne consegue per una rivoluzione
dell'immaginario individuale e collettivo: oltre cio'
non resta che l'occultismo per rimanere "al di qua
della soglia tra il Bene e il Male". Oppure una vol-
ta di pensiero autoreferenziale su cui inciampa il
piede dell'azione, in uno sventurato percorso in
cui ne' l'affinamento professionistico della critica
anarchica ne' l'attitudine ad elevarsi al di sopra
della vita degli uomini e delle donne, possono sal-
vare/salvarci dall'alienazione del/dal mondo.
Ma a chi, in particolare in questa fase dovesse
sforzarsi dl leggere con un minimo di disincanto gli
eventi del presente, di questo presente, bisogna
fornire contenuti, motivare ancora e meglio le ra-
gioni di una proposta condivisibile, coincidente
con la risoluzione comune dei problemi individuali
e collettivi, chiedere di comprendere che le laconi-
che affermazioni astensioniste e la liquidazione
delle questioni individuali e sociali in maniera cosi'
laconica, a cui non riusciamo a sfuggire, costitui-
scono un problema comune.
E' evidente che sul piano dei contenuti, da me-
glio motivare, ci si riferisce a tutto quel movimen-
to di pensiero, azione, di tentativi e momenti di
rottura rivoluzionaria: sconvolgimenti politici e
culturali, di arti, espressioni, pratiche e comporta-
menti che hanno costituito il crogiuolo di quanto
negli ultimi secoli, decenni, si era mosso in direzio-
ne in ogni caso alternativa ad un modello di orga-
nizzazione sociale dato. Al punto da costituire, per
tante (e quante?) generazioni che si sono sussegui-
te, l'humus in cui poter trovare come gia' data nelle
forme, nei comportamenti, nei linguaggi una di-
versa esperienza diretta del mondo. E questa
UNA rivoluzione.
Ma e' proprio questa dimensione, che senza che
ancora ce ne rendiamo pienamento conto, e' anda-
ta in crisi (virtuale o di immaginario?) fino a ritro-
varla letteralmente in frantumi a partire dalla ca-
duta del muro di Berlino, o forse, ancora prima
con la sconfitta della Rivoluzione Spagnola.
Non c'e' lo spazio in questa sede per ragionare,
con cognizione di causa, a quando questa crisi, nel-
la sua interezza e nelle sue interfacce, si puo' intan-
to datare o far risalire, ne' basta registrare quanto,
negli ambiti piu' vari, si annaspi nel tentare di man-
tenere cio' che di positivo si e' finora espresso e di
ridefinire nuove idee concetti del mutamento, di
nuove soggettivita'.
Storicamente l'attitudine critica del pensiero e
dell'azione riusciva a rendere pregnante la possibi-
lita' del cambiamento grazie alla attenzione che si
riversava sui mutamenti anche, se non soprattutto
culturali dell'epoca, con i suoi indubbi risultati di
contaminazione reciproca e di relazione che arric-
chivano, arricchivano... Oggi non solo questa atti-
tudine pare sia venuta meno, ma addirittura troppi
sono i segnali di oscillazione tra un tentativo di ri-
definizione pragmatica o idealistica dell'esistenza
(sotto l'egemonia delle culture ancora dominanti
sia di "destra" che di "sinistra") o di prospettare
una - neanche tanto - impacciata prospettiva fon-
data sulle "verita'". A quest'ultimo caso mi pare
non sfuggano neanche tutti coloro che si propon-
gono in molte delle proprie espressioni ancora in
una versione duale rispetto alla realta', mentre da
auspicare sarebbe forse un rapporto invece plurale
nei confronti delle realta'.
Comprovante, anche nel caso del dibattito in
questione sull'astensionismo, l'attitudine prevalen-
te ad intervenire motivando le proprie ragioni,
quali che siano se a favore o contro, partendo da
una ben consolidata concezione dell'anarchismo
per ritornare a proporla in un ragionamento che -
inteso a senso unico - si pone infine il solo proble-
ma di definire l'anarchismo stesso a seconda della
propria visione anziche', ribaltare dialetticamente
il ragionamento partendo dal fatto che la questio-
ne in se', come ogni questione, se si pone puo' sot-
tolineare dei problemi che in quanto tali si posso-
no affrontare nella loro dinamicita', potendo anche
mettere in discussione gli assunti da cui partiamo
od arrichirli o quant'altro.
Neanche queste lunghe note saranno riuscite a
sfuggire all'equivoco in atto (ma si potrebbe fare
di peggio). Sul piano, pero', ancora induttivo mi
premerebbe poi dire, prima di arrivare alle consi-
derazioni di ordine "politico", che la questione
dell'astensionismo per come ancora oggi continua
a riproporsi all'interno del movimento anarchico,
a mio avviso rinvia comunque a dei nodi irrisolti, e
forse irrisolvibili, che l'anarchismo storicamente si
porta dietro non solo riguardo alla questione
astensionista in se' ma anche riguardo ad altre que-
stioni che da sempre costituiscono motivo di dibat-
tito e scontri accesi ad esempio anche sul piano
delle alleanze politiche e sociali, dell'organizzazio-
ne anarchica, del sindacalismo e dello sperimenta-
lismo nel campo dell'autogestione, nella proposta
dell'autogoverno come prospettiva nel qui ed ora
ecc..
E, pcr quanto aspri toni e roventi polemiche tut-
to cio' da sempre susciti, al contrario, forse e' un
bene che tali nodi non si diano risolti una volta per
tutte.
Ma per l'azione trasformatrice, presunzione
vuole che occorra ben altro. Bisognera' organizzare
le proprie differenze, e quelle altrui, a partire da
ora. Con quanti non intendono e non vogliono
governare il mondo, tantomeno un cielo da sco-
prire appena dietro l'angolo.
Antonio De Rose
(Cosenza)
FREEDOM PRESS
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