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(it) fdca-nordest: Comprendere il dominio una conversazione con l’antropologo Stefano Boni

Date Tue, 21 Jun 2016 12:59:03 +0300


È uscito ormai da qualche anno un libro importante di Stefano Boni, Culture e poteri. In questa ricerca a tutto tondo, Boni affronta la questione del potere analizzando, con linguaggio non specialistico ma rigoroso, le innovazioni teoriche che le scienze umane hanno elaborato nel corso degli ultimi decenni. Così, il suo sguardo antropologico ci porta attraverso i passaggi essenziali dalle primitive culture egualitarie all’accentramento di potere dei moderni Stati nazionali. Di fronte alla progressiva spoliazione dei cittadini del loro potere decisionale, l’autore ci invita a diffondere sempre più in tutto il tessuto sociale quel sociopotere già individuato da Foucault, accentuandone però la spinta egualitaria. Se si parte dal proprio vissuto quotidiano, è infatti possibile sottrarsi a un dominio tanto invisibile quanto opprimente e affrancarsi dalle modalità prevalenti grazie a saperi, prassi e valori capaci di sovvertirle.

Andrea Staid: Prima di parlare del nodo centrale del libro cioè “le culture e i poteri”, volevo spendere due parole sulla tua interessante analisi delle prospettive antropologiche sulla politica, cosa intendi precisamente?
Stefano Boni: Siamo abituati, per una impostazione delle discipline accademiche, a concepire il potere come un campo, una sfera, un ambito scisso dalla società. A partire dagli anni Settanta si è definita in maniera sempre più chiara una diversa e più utile prospettiva: il potere non è localizzabile solo nello stato o in istituzioni specifiche perché è diffuso nel corpo sociale, è piuttosto la capacità di condizionare e indirizzare i comportamenti altrui. Tutti lo esercitano sebbene con intensità molto diverse.
Il potere è quindi una dimensione di ogni relazione sociale. Non solo: il risultato complessivo degli atti di potere plasma le società e le culture come le conosciamo sia per quanto riguarda quali pratiche e idee si affermano e quali invece vengono marginalizzate (la dinamica che chiamo ‘selezione culturale‘), sia per quanto riguarda lo spazio lasciato alla possibilità di non seguire le norme egemoniche (la dinamica che chiamo ‘standardizzazione’). Ogni forma culturale e sociale che si afferma storicamente, quelle egemoniche come le resistenze, è il risultato dei minuti atti di potere che subiamo e mettiamo in campo nella quotidianità della nostra esistenza.

A.S.: Sono convinto che pensiero libertario, teoria e prassi antropologica godano di molte affinità, negli ultimi anni nell’ambito dell’antropologia alcune cose stanno cambiando, vari studiosi che si sentono libertari, si sono avvicinati all’antropologia in cerca di studi specifici, sulla possibile esistenza di società senza lo stato, senza dominio, o per esempio di società senza il patriarcato, altri ricercatori hanno cercato di applicare il metodo antropologico per costruire una vera e propria etnografia dei movimenti sociali.

Con un’esperienza inversa, molti antropologi si sono avvicinati alle idee libertarie sulla base di ricerche sul campo, attraverso lo studio di culture “altre”, di sistemi e modi diversi di organizzare la vita sociale e di vivere lo spazio della politica…. che ne pensi?

S.B.: Antropologia e anarchismo si nutrono a vicenda. Da un lato l’antropologia documenta contesti in cui vengono radicalmente sovvertiti i canoni che oggi ci vengono presentati come normali e inevitabili – l’autorità dello Stato, la tecnologizzazione dell’esistenza, la passività della cittadinanza, la realizzazione nel consumo. L’esperienza antropologica di estraniamento suscitata dalla conoscenza approfondita di circuiti culturali che propongono verità distanti da quelle in cui si è cresciuti, apre enormi possibilità per ripensarsi.
Lo studio dei movimenti sociali che si dispiegano nel mondo, ad esempio, offre spunti importanti sulle varietà di forme, sugli strumenti di lotta, sulle possibilità e sulle insidie delle mobilitazioni popolari. Dall’altro lato, direi che l’anarchia diventa un approdo politico attraente per chi, de-costruite le auto-legittimazioni di chi accentra potere, crede in un mondo di eguali, realizzato coerentemente mediante la salvaguardia della diversità e dell’autonomia individuale.

A.S.: Nel suo ultimo saggio Gramsci è morto, Richard Day sociologo e filosofo politico canadese descrive il potere come una rete e secondo lui a rete deve essere anche la multiforme resistenza al dominio. Le lotte radicali della post-modernità mostrano come l’dea di una liberazione cosmopolita sotto un unico segno sia una fantasia modernista e di fatto totalitaria.
Nel tuo nuovo libro si parla anche di egemonia che ne pensi delle tesi di Richard Day sulle affinità contro le politiche egemoniche all’interno dei movimenti.

S.B.: L’egemonia prevede un concentramento del potere in chi dirige e gestisce le dinamiche di potere. Il paradigma marxiano prevedeva la sostituzione della egemonia capitalista con quella dell’avanguardia del partito. Finalmente è chiaro a tutti che questo modo di intendere la politica è sepolto tra i rimasugli del socialismo reale (sempre più capitalista) e l’attaccamento alle poltrone di figure sinistre (sempre più indistinguibili dai partiti neo-liberisti). L’esaurirsi della prospettiva marxista da un lato ha reso vulnerabile le categorie più deboli, dall’altro apre rinnovate possibilità di lotte radicali. Dagli studenti universitari ai NoTAV, da alcuni comitati cittadini agli immigrati si diffonde l’azione diretta, dopo decenni di inefficacia delle mobilitazioni dal basso.

La sfida per tutti quelli che si trovano a subire un invadente potere istituzionale, imprenditoriale, poliziesco è di passare dalla costruzione di immaginari sovversivi alla diffusione di ambiti sempre più significativi di prassi autogestite e a potere diffuso. Il primo passo, ma è un passaggio difficile e cruciale, consiste nel riuscire a (ri)costituirsi come soggetti collettivi autonomi e capaci di raggiungere obbiettivi concreti per sconfiggere i due principali ostacoli all’esercizio diretto del potere, l’individualismo esistenziale e il senso di impotenza.
Sono convinto che il passaggio dalla solitudine alla collettività creativa e dalla sfiducia all’efficacia delle lotte, può generare, anche in tempi relativamente brevi, prospettive ora inimmaginabili. Credo, come Day, che si devono costruire comunità organizzate in maniera coerentemente orizzontale nella presa delle decisioni, aperte a ibridazioni identitarie, eclettiche nelle modalità di lotta. In pratica, gruppi di affinità sufficientemente stabili per agire in maniera efficace, sufficientemente dinamici per non sclerotizzarsi.

A.S.: Molto interessante anche la parte di analisi del dominio un nodo di riflessione fondamentale per capire le diverse declinazioni del potere. Centrali sono i rapporti che i soggetti all’interno di un corpo sociale intrattengono tra di loro e con le cose. Dal mio punto di vista sono tali rapporti e la loro sedimentazione che contribuiscono alla costituzione dei soggetti e delle strutture sociali e determinano il senso che gli individui e la società assegnano alla realtà….

S.B.: Se il potere è concepito come capacità di condizionamento, risiede nella forma dei rapporti ed è costitutivo delle soggettività. Chi gestisce i centri del potere contemporaneo (media, stato, finanze e imprese), in apparenza, garantisce uguaglianza mediante le istituzioni ‘democratiche’, in realtà, concentra la capacità di condizionare e plasmare i gusti, le credenze, la vita delle soggettività e pretende di allargare sempre più le sfere che vengono regolate, inibendo la diversità individuale.
Rispetto alla odierna concentrazione esponenziale del potere pensiamo al passaggio dalla comunicazione faccia a faccia, caratterizzata da piccoli gruppi in cui tutti parlavano e ascoltavano, a quella mediatica, messaggi irradiati su scala nazionale, globale, senza possibilità di replica.

Rispetto all’allargamento delle sfere regolamentate mediante meccanismi repressivi mercantili, burocratici e giuridici, nel libro c’è un elenco sterminato di deliri normativi promossi dalle varie istituzioni e pensabili solo nell’Occidente contemporaneo. C’è da rallegrarsi che il corpo sociale nell’ultimo decennio stia progressivamente mettendo a fuoco l’ipocrisia della finzione democratica. Focolai di riaffermazione di potere immediato, non diretti da avanguardie o politici, si stanno dispiegando, nella forma di decise proteste di strada, in diverse aree del Sud America e, ultimamente del Mediterraneo. In Italia si diffonde la disillusione rispetto alle istituzioni e si moltiplicano embrionali e minute resistenze territoriali nella forma dei comitati che in alcuni casi riescono a bloccare le decisioni istituzionali mentre si radicalizza la rabbia di settori colpiti dalla dismissione dei servizi sociali, dalla criminalizzazione e dalla arroganza imprenditoriale.

A.S.: Non possiamo non affrontare le tue conclusioni, cosa intendi per diffondere il potere…come ho scritto nel numero 358 di A sono convinto che, come ci ricorda Michel Foucault il potere non occupa un luogo unico privilegiato, né dipende da un unico soggetto identificabile una volta per tutte. Lo stato, le leggi, le egemonie sociali sono soltanto effetti e manifestazioni sul piano istituzionale di rapporti e strategie di potere. Il potere è, invece, anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, “non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”.
Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza, che variamente si intrecciano e si contrappongono. È una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere. Quindi essendo il potere qualcosa di disperso in tanti rapporti, a livello personale e politico, teorico e materiale dobbiamo capire “solamente “ come distribuirlo per abbattere invece il dominio che è quel sitema in cui l’accesso al potere è monopolio di una parte della società, ossia in cui è avvenuta una espropriazione della funzione regolativa sociale.

S.B.: Mi pare che ci sia una crescente convergenza, non solo in ambiente anarchico, su un programma semplice e chiaro, riassumibile in concrete azioni quotidiane: disertare, sabotare, abbattere, evadere dai contesti in cui il potere è concentrato ed invasivo; costruire ambienti e modalità rispettosi della autonomia individuale e in cui ciascuno esercita un potere della stessa intensità di quello che subisce.
Questo progetto prevede la diffusione di autonomie, ovvero di luoghi, contesti, saperi, gruppi relativamente poco influenzabili dal mercato, dallo stato, dai media. Credo che il rafforzamento dell’autonomia richieda un drastico vaglio critico dell’apparato tecnologico che ci viene propinato come necessario, con l’obbiettivo di eliminare l’inutile e auto-gestire, per quanto possibile, gli artifici che ora ci paiono indispensabili. Non so, se e quando si affermerà una società a potere diffuso, senza concentrazioni di potere. Se succederà non so che forma prenderà perché sarà il risultato di molteplici soggettività che apporteranno contributi sicuramente diversificati e probabilmente incoerenti, ora comunque imprevedibili.
Quello che so è che ciascuno potrà avere un ruolo attivo nel plasmare il contesto che la/o circonda, mentre ora siamo condizionati da agenzie che esercitano un potere di una intensità infinitamente superiore a quella che riusciamo a generare. L’odierna esclusione della popolazione dalle capacità decisionali in ambiti collettivi oltre ad alienarci, ha consentito un vorace appetito produttivo che si è dimostrato decisamente nefasto.

A.S.: Concordo con te, anche se mi piacerebbe capire il famoso “che fare?” mi rendo conto che non esiste una ricetta per diffondere il potere, per contrastare il dominio.
Sicuramente ricopre un’importanza fondamentale partire dal proprio vissuto quotidiano, ribaltare le relazioni egemoniche per contribuire qui e ora al processo di mutazione culturale verso una società più libera ed egualitaria.

Andrea Staid(le illustrazioni sono di Erik Dooker)
Che cos’è il sociopotere?

“Il sociopotere non è quindi né un tipo, né un ambito della politica, riguarda piuttosto l’insieme dei meccanismi di dispiegamento sociale e culturale del potere, trasversale alle diverse tipologie politiche. È, se ha senso distinguerli, la causa e l’effetto dei singoli atti di potere, la loro intensità e la loro forma, la regolarità di vissuti che generano, come la loro trasformazione storica.
Il potere attiva sia meccanismi (la sanzione), sia i risultati (la produzione di una certa condotta), che risultano analoghi a quelli del processo di socializzazione. La differenza è nei dispositivi: mentre il potere è, in genere, identificato in momenti specifici, il sociopotere è olistico, pervasivo e onnipresente, attivo nell’organizzazione delle cognizioni e nella regolamentazione delle prassi (…)
L’esercizio del potere
Per comprendere l’esercizio del potere in Italia oggi è utile partire da un ripensamento delle delimitazioni e delle caratteristiche del campo del «politico», ovvero dello spazio concettuale e simbolico, dove riconosciamo l’esercizio del potere, distinguendo due accezioni.
Chiamo la prima, politica-retorica: è il campo discorsivo ufficiale, rispecchiato dal senso comune e contenente la produzione di immaginari concernenti la delimitazione, caratterizzazione e legittimazione pubblica del potere istituzionale. La politica-retorica non rappresenta – anzi mira a occultare – le reali azioni di sociopotere messe in campo. Queste costituiscono il secondo ambito «politico», spesso misconosciuto, quello sociopolitico che si dispiega nelle vite dei cittadini con effetti concreti. Occorre quindi ripensare criticamente l’intero apparato discorsivo della politica-retorica mettendone in discussione la terminologia, gli assunti, la veridicità, nonché i limiti che assegna al campo del politico. La critica alla politica-retorica consente di esaminare l’utilizzo del sociopotere nel suo dispiegarsi quotidiano e di ri- conoscere la struttura, le motivazioni, l’ampiezza e la capillarità dell’intervento di condizionamento e di repressione”.
Stefano Boni

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