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(it) Alternativa Libertaria Fano Pesaro ottobre 2014

Date Thu, 20 Nov 2014 13:12:31 +0200


FOGLIO TELEMATICO DELLA FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI ---- Beni comuni, ancora ---- Gli storici riconoscono nella privatizzazione e la conseguente recinzione delle terre comuni o comunitarie, i cosiddetti commons, avvenuta nel XVII secolo in Inghilterra uno dei processi fondamentali all'innesco della rivoluzione industriale. Così le terre che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali, recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione, e servirono specialmente all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era la materia prima della nascente industria tessile. L'ondata di povertà conseguente è durata qualche secolo. ---- Tuttavia le terre di uso comune non sono
del tutto scomparse. Ad oggi resistono ancora porzioni di territorio utilizzate collettivamente: terre, pascoli, foreste, sorgenti d'acqua, fiumi, laghi e mari; risorse collettive che forniscono materie prime e seconde essenziali alla sopravvivenza umana.

Ed anche la lotta attorno ai beni comu-
ni non è scomparsa così come la spinta
a privatizzarli. Anzi nell'attuale periodo
di incrudimento liberista la tendenza alla
"recinzione" si è accentuata. E questa ten-
denza ha inoltre allargato la battaglia non
solo a terre o risorse naturali, ma anche
ad un'amplissima gamma di beni e servizi
necessari alla sussistenza degli umani e al
loro benessere collettivo.

Ad oggi possiamo distinguere l'insieme
dei beni collettivi in tre categorie:
quei beni collettivi che oltre ad essere
quantizzabili materialmente, forniscono
gli elementi essenziali alla nostra sopravvi-
venza fisica: l'acqua, l'elemento essenziale
alla vita biologica di ogni specie vivente;
le foreste, come fonte energetica e di ma-
teria prima di vari prodotti; mari, fiumi e
laghi per la pesca e la navigazione. A que-
sta categoria di beni comuni appartengo-
no anche i saperi locali, i semi selezionati
nei secoli dalle popolazioni locali, il patri-
monio genetico dell'umanità e di tutte le
specie vegetali e animali, la biodiversità.
Anche se questi beni possono essere com-
prati e venduti essi non sono merci, e
l'accesso e il diritto a goderne in base alle
proprie necessità è in realtà un
diritto indisponibile per ogni individuo.
Occorre lottare contro le pretese del ca-
pitale di ulteriore accaparramento e pri-
vatizzazione di questi beni, combattere i
tentativi di biopirateria e di brevettazione
a danno delle comunità locali, rivendicare
il diritto di ogni essere umano a non essere
espropriato dell'accesso alle risorse naturali
che gli permetterebbero una vita dignitosa.
Occorre difendere ed estendere il diritto
all'autoproduzione, fattore di integrazione
di reddito ma anche di salvaguardia e di-
fesa dall'omologazione e dall'asservimento
consumistico.

Una seconda categoria di beni comuni
comprende i beni comuni globali, non
quantizzabili in unità di risorse: l'atmosfe-
ra, il clima, la salubrità dell'ambiente, gli
oceani, il bagaglio di conoscenza umana
e tutti quei beni, come Internet, che sono
frutto della creazione collettiva.

Questi beni non possono essere comprati
o venduti, ma la rapacità del capitalismo
è responsabile del loro progressivo deperi-
mento, e dal capitalismo essi vanno difesi
lottando contro l'esternalizzazione dei costi
ambientali e sociali dal capitalismo prodot-
ti.

Una terza categoria di beni comuni è quella
che possiamo definire dei servizi pubblici,
variabili storicamente e risultato dello svi-
luppo economico e della lotta delle classi,
che fanno capo ai bisogni essenziali dei cit-
tadini. Si tratta di servizi quali: erogazione
dell'acqua, della luce, il sistema dei traspor-
ti, la sanità, l'istruzione, la sicurezza socia-
le e tutto ciò che va sotto la definizione di
welfare.

Questi beni vanno difesi dall'attacco ca-
pitalista che vede in un momento di ar-
retratezza delle lotte sociali l'occasione per
riprendersi, possibilmente con gli interessi,
quanto è stato costretto a cedere in mo-
menti più favorevoli.

Convertendo i diritti in servizi, l'erosione
dello stato sociale contribuisce a tornare ad
accrescere povertà e ricattabilità. Lottare
per difendere il diritto alla casa, alla salute,
alla mobilità, significa guadagnare non solo
reddito ma anche libertà e dignità.

Se il capitalismo ha sempre giustificato
l'espropriazione, da parte di pochi delle
risorse di tutti, con la pretesa della limi-
tatezza della risorsa stessa (i beni collettivi
avrebbero un vincolo quantitativo di frui-
bilità dovuto alla loro limitatezza; per evi-
tare l'esaurimento del bene stesso o il pro-
dursi di congestione che ridurrebbe, fino al
limite di annullare, l'utilità del bene stesso
ne va limitato l'accesso e la fruizione), alla
privatizzazione si è sempre opposta, come
modello gestionale delle risorse collettive,
la statalizzazione, ovvero la gestione diretta
delle risorse da parte dello Stato, secondo il
modello che l'esistenza di un superarbitro
esterno e al di sopra dell'interesse indivi-
duale garantirebbe un uso razionale della
risorsa, limitando i comportamenti egoisti
ed anticollettivi.

Ma la storia ci insegna che hanno torto en-
trambe.

Nel primo modello cosa c'è di differente
tra uno sfruttamento del bene comune in-
discriminato e senza regole da quello del-
la proprietà privata di un singolo o di un
gruppo d'individui? Soltanto il numero
degli egoisti, che sarebbero numerosi nel
primo caso e pochi o addirittura uno solo
nel secondo. In questo modello gestiona-
le la spinta alla conservazione della risorsa
sarebbe quella del profitto economico, la
massimizzazione scientifica dell'egoismo.
La gestione privata trasforma una risorsa
collettiva in una qualsiasi merce da trattare
nel mercato capitalista, conseguentemente
sottoposta alle leggi del profitto e ai capricci
speculativi di tale mercato.

La concentrazione finanziaria in atto in
modo determinante è all'origine delle pri-
vatizzazione delle multi-utility e toglie di
fatto dal controllo pubblico risorse e gestio-
ne di servizi essenziali quali rifiuti risorse
energetiche e idriche, un tempo a gestione
municipale, mettendo nelle mani del capi-
tale finanziario ingenti quantità di dena-
ro. Questa trasformazione sul versante del
capitale finanziario è indispensabile per la
ridefinizione degli investimenti sul riforni-
mento energetico, dei rigassificatori, delle
partecipazioni nella costruzione di nuove
centrali nucleari, passando per il grande
business dei rifiuti, con una gestione ma-
nageriale che da un lato esclude ogni tipo
di controllo politico su materie fino a poco
tempo fa ritenute pubbliche dall'al-
tro appesantisce e sfrutta la fiscalità
generale con contributi a perdere
indispensabili per la sostenibilità del-
le operazioni proposte.

E la spietata legge del mercato, con
la concorrenza tra privati, impone di
mantenere il rapporto costo/benefici il più
basso possibile.

Per la collettività questo si traduce in un
aumento dei costi da pagare sotto forma
di bollette, di tributi e/o quote sociali, a
seconda della tipologia del bene (aumento
dei benefici per il gestore privato) e in un
peggioramento del servizio (diminuzione
dei costi per il gestore privato).

Con la gestione privata dei beni comuni,
la collettività, specialmente nella sua por-
zione più disagiata economicamente, paga
un forte prezzo anche dal punto di vista del
benessere ambientale, in quanto numerosi
beni comuni, come il clima, l'atmosfera e
tutta la sfera ecologica nell'insieme, ven-
gono sottoposti a varie tipologie d'inqui-
namento, dallo sfruttamento funzionale al
profitto.

Nel secondo modello, proposto da molti
economisti marxisti, abbiamo molteplici
esempi in cui la gestione delle risorse collet-
tive e dei beni comuni ad opera dello Stato
o delle sue espressioni territoria produce
disservizi ed in generale una cattiva gestio-
ne delle risorse stesse.

Inoltre l'istituzione di un apparato buro-
cratico "al di sopra delle parti", gestore
della risorsa collettiva, introduce dei costi
aggiuntivi, in termini non solo monetari
(e quindi più in un senso capitalista), ma
in termini di bilancio energetico.

Ne sa qualcosa l'enorme apparato buro-
cratico del capitalismo di stato russo, im-
ploso anche sotto le pesanti spese necessa-
rie a mantenerlo.

La risposta possibile: un sistema decentra-
to di gestione delle risorse collettive che
è l'autogestione ed il controllo diretto di
tutte le risorse vitali di un territorio da
parte degli organismi locali dei produt-
tori. forme organizzative orizzontali che
esercitino un controllo e sviluppino ver-
tenzialità con enti e gestori per smasche-
rarne sprechi burocratici e metterne in
evidenza la lontananza dalle esigenze reali
dei fruitori della risorsa.

Potremo così avviare un processo speri-
mentale di competizione nella gestione
territoriale della risorsa nei confronti non
solo dell'offensiva liberista ma anche nei
confronti degli apparati burocratici isti-
tuzionali, avviando una doppia gestione
che inevitabilmente porterebbe a delle
contraddizioni in termini di conflitto di
potere.


Federazione Cremonese: fdca-cr.tracciabi.li/
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Piantiamolo

Sul versante della produzione l'idea di una
nuova contadinità in lotta per l'autodetermi-
nazione è quanto di più goloso i tempi ci possa-
no presentare per riaffrontare il problema agri-
colo. Laddove l'agroindustria ha prodotto solo
mostri da un punto di vista ambientale ed un
mondo bracciantile insindacalizzabile, bruta-
lizzato e frammentato, si ricomincia invece a
parlare dell'agricoltore come produttore di cibo
e del contadino come sua possibile forma. An-
che qui si rende necessario che questa nuova ca-
tegorìa tracci dei confini sfumati che parlino ai
contadini in termini di produzione appunto e
non di accumulazione, di collaborazione e co-
operativismo e non di rapporto di dipendenza,
di comune e non di proprietà privata. Il ru-
more delle retrovie ( la cultura ambientalista,
le bandiere del biologico e dell'economìa solida-
le) mentre veniva riassorbito dal marketing di
sistema, ha gemmato nuovamente investendo
la sfera della produzione e passando quindi in
prima linea. Questo non significa assolutamen-
te che andremo allo scontro nelle campagne ma
che stiamo ricomponendo il reddito dell'agri-
coltore al
fabbisogno
alimentare
su un tavolo
di progetta-
zione condi-
visa (prezzi,
ambiente e
quant'altro)
per cui pro-
duttore e coproduttore possono far parte della
stessa classe. Così lo scontro può partire dalle
città e non essere un fenomeno marginale.

Si può immaginare un modo di affrontare il
problema della produzione agricola in un otti-
ca di transizione. Non si tratta di creare realtà
che si illudano di fare secessione rispetto all'eco-
nomìa capitalistica. Anzi è fondamentale che
la fattoria di transizione non sia un fenomeno
residuale risparmiato alle contraddizioni del
sistema. Tuttavia è chiara l'esigenza di mettere
a punto un metodo replicabile su base territo-
riale per produrre e distribuire prodotti agricoli
che sia ancorato a criteri etici ed economici in
grado di sopravvivere alle leggi del capitale sen-
za riprodurre le tare che lo caratterizzano. Per
progettare l'agricoltura del futuro è indispen-
sabile ripartire dalla piccola scala, costruendo
comunità territoriali di supporto e cogestione
che permettano l'esistenza e la diffusione di re-
altà virtuose che, collettivizzando i terreni, se
ne occupino in prima persona con la tecnologia
delle nuove e la cura delle vecchie generazioni.
E' di estrema utilità entrare nello specifico
di quello che si muove anche se solo a titolo
di esempio: dalle comunità in lotta per
l'autodeterminazione alimentare (che seguono
e completano il ruolo impostato dai G.A.S.)
nascono i primi sistemi di certificazione par-
tecipata. L'autocertificazione è quell'ambito in
cui vediamo i produttori ridefinire gli estremi
del proprio lavoro e della comunicazione degli
stessi (intesi come valori percepiti dall'esterno
al di la del prodotto).

Questo è innan zi tutto indicativo del bisogno
rivendicato o inespresso di darsi regole nuove
perchè quelle stabilite dalle agenzie private pre-
poste non sono compatibili con le energìe ed i
costi che si è disposti a sostenere e non hanno at-
tinenza con le caratteristiche della realtà nello
specifico. Si fa incontrare questa esigenza con il
fruitore che necessita di garanzie reali riguardo
a prezzo, qualità, salubrità, eticità della filie-
ra etc... e si costruisce una nuova certificazione
partecipata senza professionisti, basata sulla co-
noscenza diretta e la rotazione degli incarichi.
Qui un interesse di categorìa di un associazione
di agricoltori che disobbedisce ad un pacchetto
di norme funzionali alle grandi imprese ed ai
profitti di enti-parassita, si fonde sul piano della
sperimentazione con gli interessi del coprodut-
tore costituendo un fronte unico propositivo.

Un'altro esempio importante è costituito dalla
questione delle sementi. Anche in questo caso
la violenza ed i monopoli dei centri di accu-
mulazione capitalistica hanno sottratto con il
controllo delle multinazionali il diritto natu-
rale dei popoli a poter disporre delle sementi
necessarie a riprodurre le colture per il proprio
fabbisogno alimentare. La critica a questo fur-
to alla collettività e la proposta della modifica
delle normative in materia si sta anche con-
cretizzando in circuiti di produzione, difesa e
distribuzione dei semi delle varietà antiche/tra-
dizionali e altamente germinative (es.rete semi
rurali). Associazioni, coltivatori, coproduttori e
mondo della ricerca compiono un operazione
di disobbedienza civile.

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Irriducibilità

Irriducibilità al capi-
talismo significa la-
vorare in termini di
partecipazione. Per
questo quelli che per-
cepiamo come fronti
secondari, apparen-
temente interclassisti
e che elaborano il conflitto giocando prin-
cipalmente sul piano culturale, in realtà as-
sumono importanza centrale in termini di
ricomposizione perchè riempiono il vuoto
storico lasciato dalla classe del proletariato
con le contraddizioni (vecchie e nuove) di
un potere popolare che acquista coscienza
di se sulla base delle piccole rivendicazio-
ni quotidiane finalizzate ad emancipare se
stesso dal giogo dello sfruttamento e del
profitto capitalista nelle sue varie forme;
che difende le proprie conquiste ed utilizza
gli strumenti assembleari del federalismo
libertario per costruire alternative.
I movimenti creano massa critica che ge-
nera potere popolare. Il potere popolare
risolve il problema della ridefinizione dei
confini della classe. Infatti lui stesso, po-
nendosi come soggetto attivo, sviluppa
vertenzialità (o contropotere) verso ogni
sistema di sfruttamento perchè è costituito
dall'impeto autogestionario ed antiautori-
tario. Il passo successivo è quello di fissare
le conquiste e creare una visione di insieme
direzionata verso la consapevolezza che sia-
mo tutti proletari. Lo siamo in tutti i casi
vi sia estrazione di plusvalore e lo tocchia-
mo ogni giorno con mano quando l'insuf-
ficienza del reddito e la mancanza di un
salario differito costringe fette sempre più
larghe di popolazione alla decrescita forzata
e all'indebitamento anche per i bisogni pri-
mari. Lo sono anche i padroncini che, nella
speranza di un innalzamento del tenore di
vita, mettono in atto sistemi di autosfrutta-
mento ed indebitamento per garantirsi la
proprietà di quei mezzi e strutture necessa-
rie ad alimentare il ricircolo della propria
filiera, sottraendo continuamente tempo
e libertà alla propria esistenza come valore
di scambio per arginare l'impoverimento.
Questo accade giornalmente all'agricoltura
che produce cibo (diversamente da quella
che ha come unico obiettivo produrre pro-
fitti) e sancisce l'impotenza del settore di
dimostrare che l'unico futuro sostenibile è
l'agricoltura biologica.

Inoltre il capitale ha già ritagliato uno spazio
anche per la sopravvivenza dei pionieri della
nuova civiltà contadina ma solo all'interno
di mercati di nicchia, protetti e radicalchic,
che determinano di nuovo la spaccatura
contrappontra poveri e si gono ad una massa "incon-
vertibile" che si nutre nei centri commercia-
li e discount. Per questo l'unica possibilità è
andare a costituire insieme delle comunità
miste che sostengano la produzione agrico-
la che riassorbano e ridistribuiscano i co-
sti che le aziende hanno incamerato e che
costruiscano sussidiarietà orizzontale attra-
verso lo scambio di beni e servizi, banche
del tempo, accesso al credito con banchi
di mutuo aiuto . La questione alimentare
in questa fase è un elemento quanto mai
unificante e lascia spazio al contributo di
tutti. Inizialmente è necessario sostenere
ogni iniziativa di autoproduzione sia come
fenomeno di sostegno al reddito e creazio-
ne di valore reale di scambio che sempli-
cemente come volano di partecipazione.
Successivamente, però, le comunità terri-
toriali devono strutturarsi in modo da col-
legare una parte sempre crescente di beni
ed accogliere il maggior numero possibile
di settori della produzione creando anche
occupazione all'interno di circuiti virtuosi
con regole condivise. Questo è quello che
passa normalmente con l'accezione di "eco-
nomia alternativa" non perchè costituisca
effettivamente un'alternativa all'economia
del capitale ma perchè si pone come labo-
ratorio di sperimentazione di strategìe di
resistenza e progettazione delle strutture e
del substrato per la rivoluzione sociale.

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Stampato in proprio
c/o piazza Capuana 4 61032 Fano
per contattare la redazione
www.fdca.it
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Antifaschistische Action

Tuttavia solo concretizzare questo
impegno in un movimento di contadi-
ni in lotta restituisce valenza di classe alla
tutela della biodiversità.

Come il seme anche la terra è di chi la lavora.
Occorre sostenere ogni iniziativa di occupazione
di terreni con un progetto di coltivazione privi-
legiando progetti di collettivizzazione dove sia
presente una pianificazione condivisa da più
soggetti del territorio (podere al popolo, movi-
mento terra terra, campagna genuino clande-
stino). Questi piani di coltivazione dovrebbero
stimolare la nascita di vere cooperative agricole
che, affiancandosi all'agricoltura familiare,
creino la sostanza economica per l'allargamento
dell'orizzonte politico. I mercati autogestiti che
spuntano come funghi infestando città, provin-
cia e campagna sono i luoghi della relazione e
convivialità dove avviene l'incontro delle varie
componenti ed il passaggio delle informazioni
finalizzate ad elaborare i progetti futuri.

In questi casi come ogni volta che, lottando per
difendere i beni comuni ed il prodotto in ter-
mini sociali della collettività, si tenta la strada
della gestione diretta, entriamo inevitabilmen-
te nei termini del conflitto di potere.

Per questo è utile avviare laboratori per una ge-
stione alternativa che generi competizione con
gli interessi privati del liberismo e si sperimenti
concretamente con gli strumenti dell'anarchi-
smo di classe in un processo di liquidazione
territoriale dello stato.


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anarchici
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