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(it) Poligono di Quirra. Il punto su una strage di Stato dopo l’inquisizione di generali ed esperti

Date Thu, 29 Mar 2012 07:59:48 +0200


Poligono di Quirra. Il punto su una strage di Stato dopo l’inquisizione di
generali ed esperti
L’inchiesta sulla strage che da molti anni colpisce le popolazioni che
vivono nella zona del Poligono di Quirra è giunta ad una prima
conclusione. Nel registro degli indagati sono finiti in venti: gli ex
comandanti del poligono sperimentale di Perdasdefogu e del distaccamento
di Capo San Lorenzo, ma anche i responsabili sanitari del comando
militare, alcuni professori universitari e i membri di un commissione
nominata dal Ministero della Difesa che avrebbero dovuto studiare gli
effetti della contaminazione dell’uranio.
Nell’elenco dei primi venti indagati è finito anche il sindaco di
Perdasdefogu, uno dei paesi su cui ricade la gigantesca base militare
sarda. Walter Mura, insieme al medico competente del poligono, è accusato
di aver ostacolato l’inchiesta sul disastro.
Nelle ossa di dodici cadaveri riesumati per ordine del magistrato ci sono
tracce del micidiale torio. Le persone stroncate dal nemico radioattivo
potrebbero essere non meno di centosessanta.
La diffusione dei tumori e delle leucemie tra gli abitanti della zona
dimostrano come le sostanze tossiche e radioattive abbiano contaminato il
suolo, le falde acquifere che alimentano diversi paesi e persino
l'atmosfera. Gli effetti, oltre alla morte di militari e dei pastori che
hanno allevato le loro greggi dentro il poligono, sono dimostrati dalla
nascita di bambini e agnelli malformati. Ora c’è la prova, quella che non
hanno mai riscontrato le commissioni nominate per far luce su una strage
contro la quale si battevano da anni ambientalisti e antimilitaristi.

Secondo Francesco, attivista antimilitarista di Villaputzu, l’inchiesta
sarebbe stata aperta per bloccare una possibile insorgenza popolare,
ridare fiducia nelle stesse istituzioni che per decenni hanno coperto la
strage, perché gli affari potessero andare avanti.
Purtroppo in molti casi le stesse vittime diventano complici. I pastori,
che, quando non ci sono esercitazioni, pascolano le pecore nella
vastissima area del poligono, non hanno purtroppo interesse a far rilevare
che i loro animali vivono in un territorio pesantemente inquinato.
La stessa proposta di riconversione dal militare al civile del Poligono
non modificherebbe la situazione, poiché le ditte private che già oggi
sperimentano a Quirra, producono danni equivalenti se non superiori a
quelli dei militari. Solo la chiusura definitiva del Poligono aprirebbe
qualche prospettiva per la salute delle persone e per un diverso futuro
del territorio ogliastrino.

Ascolta l’intervista a Francesco per Radio Blackout:

http://anarresinfo.noblogs.org/2012/03/27/poligono-di-quirra-il-punto-su-una-strage-di-stato-dopo-linquisizione-di-generali-ed-esperti/

Di seguito una scheda sul poligono del Salto di Quirra.
È la base militare sperimentale più grande d'Europa, costruita intorno al
1954 ed estesa su circa13.500 ettari a terra, con una ulteriore superficie
che si estende a mare fino a superare l'intera superficie dell'isola di
Sardegna (quasi 29 mila Kmq).
In quanto base militare viene utilizzata dall'esercito italiano e da
eserciti stranieri (NATO, ma non solo) per esercitazioni e addestramento.
In quanto sito di sperimentazione, la base è attrezzata ed utilizzata per
la prova di prototipi di armamenti e come mercato dimostrativo dove i
produttori di armi possono esporre ai potenziali acquirenti il
funzionamento e l’efficacia dei dispositivi proposti. Questa funzione
rende il PISQ molto particolare: esistono al mondo solo altri tre poligoni
che possono essere noleggiati da eserciti stranieri e industrie private.
Il costo medio è di circa 50 mila euro l'ora.
Le attrezzature del Poligono sono usate anche per il test di tecnologie
militari applicate ad usi civili (se ha senso tale distinzione): si tratta
di esperimenti pericolosi ed esplodenti, come quelli sulla tenuta degli
oleodotti o sui motori dei razzi per satelliti, che richiedono le stesse
strutture usate per la prova di armamenti. Attualmente sono questi gli usi
con le ricadute più pesanti in termini di inquinamento.

che cosa comporta il PISQ
Il Sarrabus-Gerrei è una delle zone a minor densità abitativa in Europa,
ma non per questo nel 1954 ci si sarebbe privati del territorio oggi
occupato dal Poligono; quelle aree avevano una loro vocazione alla
viticoltura ed all’allevamento e, verosimilmente, se oggi non ci fosse la
base, si sarebbero sviluppati anche altri settori: turismo, pesca,
agrumeti, serricoltura, ortalizie, apicoltura, ecc...
La base è nata da esigenze estranee a quelle delle popolazioni ed ha
trasformato il rapporto con il territorio creando delle condizioni che
oggi vengono percepite come uno stato di fatto immutabile:

• sottrazione di sovranità: le popolazioni subiscono decisioni prese
completamente al di fuori del proprio controllo, estranee ai propri
interessi, senza avere alcuna voce in capitolo, anzi spesso volutamente
disinformate dalle autorità;
• cristallizzazione economica (se non arretramento): la popolazione
complessiva attorno al PISQ, è diminuita tra il 1971 ed il 2009 di 4.580
unità ovvero del 12% (dati ISTAT). Una realtà demografica cui fa riscontro
il reddito medio per abitante che per il 2008 è di appena 6.857,00 €,
contro una media italiana di 18.900,00
• distruzione del patrimonio archeologico e naturalistico: vale per
tutti il caso del complesso carsico di S’Ingutidroxa, denunciato
all’opinione pubblica da realtà autonome che operano nel territorio contro
il poligono militare;
• inquinamento dell'intera area tanto da causare modificazioni
genetiche negli organismi vegetali ed animali e diffusione di alcune
patologie (aumento dei malati di diabete fino al 300%, disturbi alla
tiroide, ecc...), linfomi e cancri di vario genere, aborti e malformazioni
negli animali e nell’uomo.

Il territorio e le popolazioni che "ospitano" il PISQ appaiono essere le
prime vittime del Poligono e ne subiscono le conseguenze immediate, ma
deve essere ben presente che gli ordigni sviluppati all’interno della base
trovano utilizzo nei teatri di guerra di tutto il mondo come nuovi e più
efficaci sistemi di distruzione e morte.
La nocività del Poligono si estende ben oltre i confini dell’isola ed è
difficile giustificare l’esistenza di una tale struttura nei termini dei
posti di lavoro che sarebbe in grado di garantire, senza considerare che -
oltre ai costi sanitari, sociali, economici e politici che pagano le
popolazioni locali - i frutti del “lavoro” svolto nel Poligono ricadono
sui morti e sui profughi nelle guerre dell’Africa e del Medioriente e sono
un mezzo per il mantenimento di oppressione e sottosviluppo.
Tutto ciò è potuto accadere anche perché le stesse genti che subiscono la
presenza della base militare hanno permesso questa situazione.
I motivi di ciò sono, tutto sommato, spiegabili:
• fiducia verso istituzioni statali, a cui si affida lo sviluppo del
territorio, la creazione di opportunità economiche, la tutela della salute
ed il rispetto delle leggi;
• penetrazione dell’economia militare, per cui tutti hanno un parente,
un amico, un vicino a qualche titolo coinvolto nell’attività bellica;
pertanto una presa di posizione contraria al poligono comporta una
frattura nella comunità e questo è forse il principale motivo per cui il
territorio esprime una opposizione debole e disorganizzata, pronta a
delegare a terzi (partiti, stampa, magistratura, ecc.) l’onere di una
lotta di cui nessuno sembra volersi veramente fare carico;
• sentimento di isolamento e di debolezza nei confronti di interessi
che appaiono essere troppo più grandi rispetto a quelli delle popolazioni
locali;
• fondo di fatalismo e di cinismo, per cui si spera sempre che quanto
succede agli altri non succeda a noi e si cerca di vivere la propria vita
senza porsi troppi problemi.

Se oggi va maturando la consapevolezza della necessità di riappropriarsi
del territorio e chiudere la struttura del Poligono, è evidente che è
necessario superare la passività ed intraprendere un percorso di lotta.

situazione attuale
L’esistenza di una situazione sanitaria anomala è stata oggetto negli anni
di molte denunce e ricerche. Oggi non è più necessario dimostrare
l’esistenza o la consistenza della “sindrome di Quirra”, così come ci sono
chiare evidenze di quelle che ne potrebbero essere le cause, tutte
riconducibili alle attività del Poligono.
Fin dai primi anni ’80 tra le specie viventi (flora e fauna, inclusi gli
umani) si son verificate molteplici anomalie che per gli abitanti della
zona sono fatti noti: morìa ed aborti in bestie ed esseri umani,
malformazioni nei feti e nei nati vivi, fino al caso di Escalaplano dove,
a cavallo del 1988, su 25 nuovi nati, 14 risultarono affetti da
malformazioni più o meno gravi.
Nel 2001 un oncologo ed un medico di base di Villaputzu denunciavano una
anomala quantità di tumori emolinfatici.
Nel 2004 l’Istituto Superiore di Sanità raccomandava indagini
epidemiologiche settoriali nell’intorno del Poligono.
Nel 2006 lo screening sullo stato di salute della Regione Sardegna
riscontrava percentuali di malattie paragonabili a quelle delle zone
industriali.
Nel 2008 il Comitato Scientifico di Base, organismo indipendente, agendo
su incarico di associazioni locali attive nella lotta contro il PISQ,
pubblicava uno studio in cui denunciava l’inquinamento elettromagnetico
prodotto dalle apparecchiature in uso al Poligono.
Nel 2009 lo stesso Comitato Scientifico di Base denunciava una percentuale
abnorme di leucemie tra i lavoratori ed i residenti nell’intorno della
base e tra i lavoratori civili del Poligono.
È di oggi, infine, la denuncia dei veterinari della zona, che riscontra,
tra gli allevatori operanti nella zona del Poligono, una percentuale di
malati di leucemie pari al 65% dei residenti, oltre a dati inquietanti
relativi allo stato di salute del bestiame.
Nei primi anni del 2000 ci si è concentrati sull’uranio impoverito, che
potrebbe essere una con-causa, ma è stato dimostrato non essere il
principale responsabile della situazione. Nonostante ciò sia noto da
allora, ancora si svolgono inutili e costose indagini per la ricerca di
agenti radioattivi non significativi, e ciò non può che destare allarme.
E’ poi appena il caso di ricordare il tentativo di depistaggio che
attribuiva la diffusione di leucemie alle vecchie miniere di arsenico, che
è pure un agente patogeno, ma per tutt’altro tipo di tumori, peraltro poco
presenti nel territorio. Tuttavia ancora c’è chi sostiene questa tesi!
Gli studi indipendenti e quelli svolti dalle diverse commissioni hanno
invece evidenziato la presenza di nanoparticelle di metalli pesanti,
generate negli impatti, nelle esplosioni e nelle combustioni dei
propellenti usati dai missili; la presenza di inquinanti chimici
(idrazina, tungsteno, ecc.) utilizzati nei combustibili dei missili e in
alcuni dispositivi militari; la presenza di intensissimi campi
elettromagnetici dovuti ai radar di controllo, segnalazione ed
inseguimento, oltre ai dispositivi di guerra elettronica utilizzati e
sperimentati nelle esercitazioni

responsabili e responsabilità
I responsabili diretti di quanto sta accadendo al territorio ed alle
popolazioni attorno al Poligono Interforze del Salto di Quirra sono i
governi, i militari e le industrie di armi e munizionamenti. Costoro hanno
voluto il Poligono, lo hanno realizzato ed usato sulla base esclusiva dei
propri interessi economici, politici, strategici, lucrando sulla vita e la
salute delle popolazioni, senza metterle al corrente né dei rischi, né di
eventuali misure protettive, negando, tacendo e falsificando anche di
fronte all'evidenza. Le istituzioni politiche hanno agito in continuità
con gli interessi militari ed industriali, senza mai ricredersi sulle
scelte operate in passato e reiterando (ancora oggi) l'intoccabilità del
Poligono e delle sue attività.
Per non aver svolto il proprio ruolo di controllo e tutela sono
responsabili: le istituzioni regionali e provinciali che si sono alternate
dal 1954 fino ad oggi; i sindaci e le amministrazioni comunali, in
particolare quelli di Perdasdefogu, Escalaplano e Villaputzu; le ASL
competenti e l’ARPAS. Enti che avrebbero dovuto prevenire, controllare ed
impedire lo scempio e che invece hanno sempre negato l'evidenza. Enti che
insistono tutt'ora nel richiedere non solo il mantenimento della base
militare ma finanche l'intensificazione delle sue attività.
Per aver taciuto i rischi ed occultato informazioni allarmanti sono
responsabili: tutte le imprese - pubbliche e private - che collaborano con
il PISQ e che avrebbero potuto divulgare notizie relative alla
pericolosità delle attività svolte nel Poligono; i sindacati, che - per
tutelare pochi posti di lavoro (dai quali andrebbero sottratti quei
pastori, agricoltori, pescatori, impiegati in attività civili, decimati
dalla pandemia militarista) - difendono l'esproprio di un territorio
vastissimo, accreditando il mestiere di militare come un “lavoro come gli
altri”. Si trovano così vittime della contraddizione di tutelare la busta
paga piuttosto che la persona.
Una responsabilità nell'occultamento della verità e nel mantenimento della
"pace sociale" deve essere attribuita anche alle istituzioni della chiesa
cattolica che hanno mediato e diffuso l’ignoranza su quanto avveniva nella
base. Vale su tutto la dichiarazione di mons. Mani, arcivescovo di
Cagliari e generale di corpo d'armata, in quanto ex-capellano militare,
che assicura personalmente «che nelle basi in Sardegna non viene
utilizzato uranio impoverito».

una prima conclusione
Nessuno dei responsabili dell’accaduto vuole in realtà porre fine alle
malattie, all’impoverimento economico, alla distruzione dell’ambiente che
hanno imposto per oltre mezzo secolo alle comunità locali, ne' sarà
disposto a permettere un controllo sulle attività belliche, che - in
verità - non sarebbero neanche possibili se non fossero occultate dal
segreto militare. E’ evidente, quindi, che non ci può essere incontro tra
gli interessi di chi guadagna dalle attività del Poligono e di quanti vi
perdono la vita, come singoli, come comunità e come vittime della guerra.

Attendersi che l'intera popolazione si sollevi all'unisono e pretenda la
chiusura del PISQ è una prospettiva irreale, sia perché parte della
popolazione stessa è portatrice di interesse, sia perché l’atteggiamento
prevalente è di indifferenza e cinismo. È’ necessario partire da questa
realtà ed effettuare una scelta di campo: chi vuole mantenere il Poligono
già lo manifesta; chi ne vorrebbe la chiusura deve prendere coscienza di
questa divergenza di interessi. Non solo: l'esperienza di oltre mezzo
secolo e le posizioni espresse quotidianamente dai responsabili mostrano
che non si può fare affidamento su istituzioni che - a tutti i livelli -
hanno dato copertura ai militari.

Delegare e, dunque, affidare la vita, la salute, il territorio in cui
viviamo in mani altrui, senza poter esercitare alcun controllo, è il
meccanismo che ha portato alla condizione attuale. È necessaria, pertanto,
una mobilitazione di base, in prima persona, in autonomia dalle
organizzazioni istituzionali e tale da poter agire in modo diretto ed
organizzato.

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