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(it) FdCA - La nuova sindrome cinese: liberismo ed autoritarismo in salsa nostrana - Doc. finale CdD-

Date Wed, 28 Sep 2011 21:55:53 +0200


Doc. finale CdD-FdCA - La nuova sindrome cinese: liberismo ed
autoritarismo in salsa nostrana
La crisi finanziaria e la crisi di accumulazione che il capitalismo
atlantico si trova ad affrontare si può far risalire, seppur
schematicamente ad una crisi di sovrapproduzione di merci e di
capitale. Questa da una parte ha determinato la crescita della
finanziarizzazione e dell'impiego di capitali a più alto tasso di
rendimento in paesi ed in luoghi che non fossero soggetti a vincoli
sociali ed ambientali, rendendo autonomia a quelle borghesie di
continenti prima assoggettate al capitale atlantico, ed oggi in grado,
come la Cina, di determinare politiche industriali e finanziarie e di
acquisire un ruolo sempre più egemone a livello mondiale.
Dall'altra parte la crisi ha comportato una progressiva perdita di
importanza economica dell'Europa come catalizzatore di flussi di
capitali e di merci, e, come nel caso della succitata Cina, la maggior
acquisizione di peso di altre aree geografiche. In Europa, la
conseguente diminuzione di crescita economica e di ricchezza prodotta,
ha comportato l'inasprimento della lotta di classe intorno alla
distribuzione del reddito. In queste fasi critiche, contrassegnate da
una diminuzione delle risorse disponibili, l'elemento determinante
nella definizione delle scelte politiche ed economiche della società
capitalista, e cioè i rapporti di forza tra le varie classi
economiche, acquisisce ancor più maggiore rilevanza.
In piena espansione della bolla finanziaria abbiamo assistito agli
Stati che corrono in soccorso del Capitale finanziario accollandosi i
cosiddetti titoli tossici, mentre i lavoratori che sono stati
ingannati dalle sirene degli investimenti e della speculazione
finanziaria sono rimasti con un palmo di mano, così come successe per
i bond argentini.

La banca europea ha concesso prestiti alle banche private a basso
costo, le quali a loro volta hanno reinvestito in forme di
finanziarizzazione degli Stati a tassi molto più elevati.

In questo modo gli Stati sono divenuti i principali debitori delle
banche private, le quali, preoccupate che questi non falliscano,
impongono - attraverso i comandamenti della BCE - loro politiche
restrittive nei confronti del welfare e della spesa pubblica.

È un circolo vizioso, in cui le politiche keynesiane, che in parte
potrebbero ritardare gli effetti della crisi, non sono all'ordine del
giorno.

Il settore dell'economia reale, da cui comunque è partita la crisi
finanziaria, ne subisce gli effetti più pesanti con un erosione delle
plusvalenze. Ma il sistema per continuare a funzionare ha bisogno di
garantire a chi investe, cioè ai capitalisti, sempre il suo margine di
profitto.

È qui che si innesca l'inevitabile conflitto tra Capitale e Lavoro, di
cui ne abbiamo un esempio in quello che è successo alla FIAT, con il
modello Marchionne che ha fatto da apripista per il nuovo corso
contenuto anche nell'ultima manovra finanziaria, a ridisegnare i
rapporti sindacali scaricando sulla pelle dei lavoratori i costi della
crisi, e con la benedizione di tutto un ceto politico, che va dal
Partito Democratico agli uomini del Governo Berlusconi e che, per
bocca di Sacconi e dei media complici, già intravedeva nel prossimo
futuro rapporti aziendali dove sia per sempre bandita la possibilità
dei lavoratori ad organizzarsi collettivamente per contrattare la
propria condizione ed il proprio salario.

Proprio dal punto di vista dei rapporti di forza, all'interno di
questo scenario, registriamo in Italia una grande debolezza delle
classi subalterne ad iniziare dalla classe lavoratrice.

Sono caduti uno ad uno i pilastri della sicurezza sociale che nel
secolo scorso ed in decenni di lotta la classe proletaria era riuscita
a darsi ed a costruire negli anni, dai partiti di massa alle
organizzazioni sindacali, che, trasformandosi nel tempo hanno
garantito, soprattutto all'interno dei propri stati nazione un
contratto sociale che permetteva una redistribuzione della ricchezza a
favore delle classi popolari, e dove le borghesie nazionali, in un
periodo di espansione capitalista, accettavano che le conquiste della
classe operaia smussassero ogni antagonismo rivoluzionario. Ma ora,
ridotti i margini delle plusvalenze, tutto ciò non è più possibile. La
lotta per la distribuzione delle ricchezze prodotte si inasprisce e
chi è più debole soccombe.

Anche grazie alla debolezza e all'inadeguatezza delle storiche
rappresentanze politiche e sindacali di classe, dal completo
asservimento dei sindacati di servizio CISL, UIL e UGL, alla completa
subalternità della CGIL, il cui gruppo dirigente, Camusso in testa, è
impegnato a comprimere la spinta alla generalizzazione del conflitto
che viene non solo dalla classe operaia, ma anche da altri settori
della società reale, del lavoro e del non lavoro. Una subalternità che
trova linfa nei riti che puntano alla salvaguardia della burocrazia
sindacale e nello squallido legame tra buona parte di questa e il
Partito Democratico.

Ma anche all'interno della parte più conflittuale della CGIL, la FIOM,
ci sono resistenze alla generalizzazione del conflitto, nonostante
l'importante ruolo svolto come catalizzatore del fronte sociale.

D'altra parte pezzi di sindacalismo di base, nel tentativo di
acquisire visibilità, sono spesso bloccati da sterili operazioni di
salvaguardia delle proprie sigle di appartenenza, dimenticando troppo
spesso che il primo fine sarebbe quello di unificare le lotte dei
lavoratori che loro stessi rappresentano e, mettendo per prima la
rappresentanza rispetto ai rappresentati, finiscono spesso nel non
riuscire a catalizzare le espressioni di conflitto che provengono
dalla naturale lotta delle classi.

Tutto questo mentre nella società reale la crisi sta producendo ondate
di indignazione e di lotta in tutti i paesi del mondo, dove giovani e
non solo, al di fuori delle classiche forme organizzative, stanno
riscoprendo in una dimensione collettiva la propria capacità di lotta.

Un conflitto attualmente ancorato ad un rapporto politico-
istituzionale, ma che presto si renderà conto dell'impossibilità di un
percorso istituzionale, non perché le oligarchie al potere ne
osteggeranno l'avanzamento, ma perché è appunto impossibile ridefinire
ruoli di trattativa con un capitale che deve salvare se stesso. E se
il pericolo è che le lotte espresse in questo periodo e quelle che
verranno siano dirottate dai vertici burocratici, in vista di una
probabile futura crisi politica, verso le viscide e sterili paludi
dell'elettoralismo, e che tutta questa espressione del conflitto
diventi linfa per le future beghe elettorali di ciò che rimane della
sinistra, perché questa è la fine a cui abbiamo assistito troppe volte
negli ultimi tempi, il movimento che sta emergendo sembra avere in
nuce assorbito l'ossatura pratico-teorica di nuove forme organizzative
autogestionarie all'interno della società reale. Nonostante
l'elitarismo e la
debolezza politica di buona parte della galassia anarchica incapace
di influenzare questi moti spontanei, e di renderla cosciente della
sua componente libertaria e di classe, di cui questo movimento sembra
raccogliere prassi sedimentate. Nelle parole d'ordine e nelle pratiche
che dovranno essere capaci di contrastare, all'interno di ogni paese,
la nuova tendenza del capitalismo mondiale, permeata su una sintesi
tra liberismo economico e autoritarismo politico, con il modello di
sviluppo cinese a fare scuola col suo cocktail di centralismo politico
e liberismo economico, e dove sono i grandi investitori finanziari e
le banche centrali a determinare le scelte politiche degli Stati.

Infatti l'orientamento delle oligarchie politiche è quello che,
all'interno delle mura statali, restringe progressivamente gli spazi
democratici concentrando il potere politico, applica politiche
antisociali erodendo le risorse prima destinate alle classi più
povere, smantella i beni comuni svendendoli al capitale privato. Così
come in Italia, dove una classe politica legata alla parte più
corrotta e parassitaria del capitalismo, oltre a blindare i privilegi
dei faccendieri finanziari e degli evasori plurirecidivi, nel
tentativo di riacquistare la fiducia dei partner europei e degli
investitori esteri, ma ovviamente incapace di generare scelte che
andrebbero contro i loro stessi interessi, partorisce una manovra che
colpisce direttamente le classi sociali più povere, una manovra
oltretutto depressiva anche dal punto di vista della crescita
capitalista perché riduce la capacità di consumo della società.

Una manovra che dà la svolta definitiva alla cancellazione del
contratto nazionale del lavoro, che dà via libera alla libertà di
licenziamento, all'impossibilità di opporsi, anche per via
legislativa, al peggioramento delle condizioni di lavoro e di salario,
che taglia le pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici e ne innalza
l'età di accesso e che in definitiva spazzerà via diritti e tutele
conquistati in decenni di lotte operaie.

All'esterno la tendenza neoautoritaria del capitale a livello
internazionale, con la lotta per la spartizione delle risorse
energetiche ed economiche produce conflitti armati a bassa intensità.

E, in una sorta di perenne riproduzione dell'appropriazione
originaria, ne fanno le spese le popolazioni dei paesi più poveri,
rapinati delle loro risorse naturali, usati come discarica dei paesi
ricchi, privati delle loro libertà decisionali.

E nella ridefinizione delle aree d'influenza, il capitale, nella sua
perenne guerra ha trasformato in miti soldati i ceti popolari dei
paesi più ricchi, ridottisi a difendere il proprio capitale e quindi
la propria borghesia.

In questo scenario è estremamente probabile che in Europa il conflitto
tra lavoratori, disoccupati e diseredati da una parte e il capitale e
lo Stato dall'altra aumenterà progressivamente, come d'altronde hanno
dimostrato non solo il variegato movimento degli "indignati", ma anche
le forme meno politiche come la risposta dei senza potere inglesi, al
dominio del mercato ed alla mercificazione delle proprie vite, che
peraltro valgono sempre meno.

Molto probabilmente questo sarà lo scenario diffuso nell'Europa dei
prossimi mesi, ed in particolare in Italia, dove la compressione
sociale sta raggiungendo limiti insopportabili.

Dall'altra parte ci immaginiamo già giornalai di corte e sociologi
prezzolati ad accorrere in soccorso del potere tanto bistrattato,
schiere di politicanti mafiosi e venduti, sindacati complici che hanno
scelto di stare dall'altra parte della barricata, ed hanno scelto la
criminalizzazione di ogni risposta di classe prima ancora che questa
si manifesti.

In questo scenario di ridefinizione dei rapporti sociali a tutto
vantaggio del capitale, ogni pratica democratico parlamentare è del
tutto insufficiente perché serve a perpetuare il grande inganno. Ogni
strada che un tempo si sarebbe detta riformista ci è preclusa. Di
fronte ad un capitale ed un potere statale che mai come oggi si fanno
così minacciosi servono risposte di lotta a livello territoriale e sui
posti di lavoro, serve un fronte unico del sindacalismo conflittuale,
che sappia promuovere ed unire la lotta dei lavoratori e delle
lavoratrici su una piattaforma di richieste semplici e chiare in
difesa delle libertà sindacali e dei diritti economici. Serve una
unione di tutto il sindacalismo conflittuale con un'azione coordinata
dal basso, e non spezzettata nei mille rivoli delle rappresentanze
verticistiche. Serve un coordinamento tra il sindacalismo conflittuale
e i comitati territoriali cittadini che difendono l'ambiente, le
periferie e gli
spazi liberi dall'aggressione degradante del capitale e un
coordinamento con tutte le forme associative territoriali o di
categoria anticapitaliste.

Ed è fondamentale inoltre favorire tutti quei coordinamenti
anticapitalisti che oltrepassino i confini dei singoli paesi e diano
un respiro internazionale all'organizzazione del conflitto.

In questo scenario è fondamentale che si confrontino e si impegnino i
militanti anarchici e libertari, a partire dalla definizione delle
linee di intervento politico, nel produrre analisi e materiali in un
dibattito allargato interno ed esterno all'ambito libertario, ma che
sappia individuare nella crescente risposta internazionale alla crisi
la necessità della critica anarchica, valorizzandone i contenuti, per
arrivare alla partecipazione militante e organizzata nelle lotte del
proletariato europeo.


Consiglio dei Delegati
FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

Fano, 10 aprile 2011

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