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(it) Torino. Buttiamo a mare i padroni! Punto info sulla manovra a Porta Susa

Date Fri, 9 Sep 2011 08:44:46 +0200


Sabato 10 settembre
dalle 10 punto info
sulla manovra a Porta Susa
Di seguito il volantino distribuito in piazza in occasione dello sciopero
del 6 settembre
Tempi grami. Tempi di guerra. Tanti non ce la fanno ad arrivare alla fine
del mese, a pagare il fitto e il mutuo, a mandare i figli a scuola. Dicono
che non ci sono soldi. Mentono. I soldi per le guerre, per le armi, per le
grandi opere inutili li trovano sempre. Aumenta la spesa bellica e si
moltiplicano i tagli per ospedali, trasporti locali, scuole. La nuova
linea tra Torino e Lyon che cercano da tre mesi di imporre con la forza,
occupando militarmente il territorio, è un affare da 22 miliardi di euro.
Un centimetro di Tav costa 1.200 euro, come lo stipendio di un operaio.
Il governo ha le idee chiare. Se la crisi peggiora il conto lo devono
pagare i lavoratori, i pensionati, i ragazzi schiacciati da una vita
precaria.
Aumento dell’età pensionabile, ticket sanitari, blocco dei contratti,
tredicesima a rischio, eliminazione di ogni garanzia per chi lavora fanno
parte di un pacchetto avvelenato servito alla povera gente.
Le favole sul paese che oggi “arretra” e domani “avanza” mirano a
ingannarci, a convincerci che siamo tutti sulla stessa barca, che si vince
o si perde assieme. Peccato che quella barca sia una galera: qualcuno
incatenato ai remi, qualcun altro a battere il tempo, altri ancora a
dirigere la baracca. Sopra a tutti chi resta a terra e si limita ad
incassare.
Quando le cose vanno male i ritmi al remo aumentano e il pane viene
razionato: chi non ce la fa, chi protesta, chi cerca di spezzare le catene
viene gettato a mare. La barca deve andare avanti, costi quel che costi,
l’importante è che a pagare siano sempre i galeotti condannati a vogare
per i padroni.
Così capita che ad un inverno terribile segua un’estate d’inferno.
Lo sciopero CGIL del 6 settembre – convocato troppo presto e senza
preparazione – pare più un contentino per i tanti, troppi che ancora
guardano con speranza a questo sindacato che un segnale di lotta alla
manovra governativa.
Gli accordi per la crescita sottoscritti dalla CISL, dalla UIL e dalla
stessa CGIL il 28 giugno scorso hanno piazzato una pietra tombale sulle
poche libertà rimaste ai lavoratori. Dando mano libera ai padroni, hanno
aperto la via al definitivo affossamento dello Statuto dei lavoratori, che
resta in vigore, solo per ricordarci che l’unica legge che vale è quella
del più forte.
Siamo sicuri che tanti lavoratori il 6 hanno scelto di scioperare perché
vogliono un cambiamento che non arriva, perché sono stanchi di chinare la
testa, perché hanno dato tutto e gli chiedono ancora altro.
Ma questo sciopero arriva troppo presto e insieme troppo tardi. Dopo
Pomigliano e dopo Mirafiori, dopo la resa incondizionata del 28 giugno.
Uno sciopero di bandiera. Proclamato perché si deve ma senza reale
intenzione di dare una spallata alla manovra imposta da governo e padroni.
La CGIL fa i suo lavoro: incanalare e rendere inoffensivo il conflitto,
mantenendosi in equilibrio instabile tra concertazione e complicità.
La concertazione è il sistema di relazioni fra sindacati istituzionali,
governo e padronato che nei passati decenni ha portato ad una netta
riduzione dei salari e delle libertà, alla crescita del lavoro precario,
al taglio delle pensioni.
La concertazione ha assicurato alla burocrazia sindacale risorse e potere
in cambio dell'accettazione dei sacrifici per i lavoratori e le
lavoratrici.
La CGIL vuole mantenere i propri privilegi. Privilegi acquisiti garantendo
la pace sociale. Lo ha dimostrato negli ultimi mesi, dopo il piccolo
strappo su Mirafiori.
Ma anche la concertazione è ormai alla frutta: oggi governo e padroni
chiedono di più: vogliono il passaggio dalla concertazione alla
complicità, ossia la piena accettazione delle esigenze padronali.
Questa pretesa è la logica conseguenza dell’aver accettato l'idea che
esistano interessi comuni fra lavoratori ed imprenditori, fra sfruttati e
sfruttatori.
Possiamo fare a meno di loro. Lasciamo in eredità ai nostri figli un mondo
senza padroni, sfruttamento, guerre. C’è un solo modo di rispondere alla
manovra del governo, lottare perché la paura cambi di campo, perché siano
i padroni a temere per i loro profitti. La proprietà privata delle
fabbriche non è un diritto ma un furto.
Le fabbriche sono di chi ci lavora: prendiamocele! I lavoratori possono
fare da soli e meglio, perché mirano alla qualità della vita di tutti non
al mercato.
Cambiare la rotta, buttare e mare i padroni e spezzare le catene è
possibile. Con l’azione diretta, senza deleghe ai burocrati sindacali
complici delle scelte che stanno strangolandoci tutti. Costruendo spazi
politici non statali, abbandonando l’illusione elettorale, perché destra e
sinistra in questi anni si sono divise su tutto ma non su quello che
conta. Hanno attuato lo stesso programma: farci pagare la crisi dei
padroni finanziando le imprese e tagliando i servizi.
Facciamola finita con chi ci dice di abbassare sempre la testa.
Un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo.

Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torinese
Corso Palermo 46
Riunioni, aperte a tutti gli interessati, ogni giovedì dopo le 21
fai_to@inrete.it - 338 6594361
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