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(it) Comunicato FdCA: Libia: la morsa della dittatura e le bombe dell'imperialismo

Date Mon, 28 Mar 2011 22:33:25 +0200


Comunicato FdCA: Libia: la morsa della dittatura e le bombe dell'imperialismo
I popoli arabi, il proletariato arabo sembrano essersi affacciati
finalmente alla post-modernità. Dopo secoli di dominazione e di
violenza esercitati dall'Impero Turco prima, dal colonialismo poi ed
infine dalle dittature che si sono perpetuate dalla seconda metà del
secolo scorso, questi popoli, questo proletariato escono dalla loro
solitudine e sfidano il potere che li opprime e che nega loro tanto la
libertà quanto la dignità nella vita di tutti i giorni.
La coscienza di essere sfruttati, di essere esclusi dalla ricchezza
dei loro dittatori e dei loro clan, di vivere nella mancanza di
libertà e di diritti si è trasformata rapidamente in coscienza di
poter contare sulle proprie forze, di potersi auto-organizzare in
comitati popolari espressione dell'ascolto e del contributo di tutti,
di poter sfidare le polizie e gli eserciti, di poter far cadere i
dittatori e creare non pochi problemi alle potenze imperialiste che li
appoggiavano. A dispetto di tutti coloro che, per razzismo più o meno
consapevole o per malafede, descrivevano o hanno cercato di
rappresentarci questi popoli come "costituzionalmente" incapaci di
distinguere tra religione e politica.

Ormai sono lotte di mesi partite da Tunisia ed in Egitto, e diffusesi
in tutto il mondo arabo, anche dove l'imperialismo occidentale
riteneva salde le proprie roccaforti, e non aveva nessun bisogno di
cambiare cavallo. Dopo anni di dure lotte sindacali represse nel
sangue, e ignorate dai media quando non era possibile ricondurle a
sussulti integralisti, le istanze di libertà e modernità vengono
gridate a gran voce, cadono gli alibi dei nemici esterni, le piazze
smettono di bruciare bandiere amerciane e gridare al nemico sionista e
cominciano a contestare le proprie gerarchie, le borghesie nazionali
che in questi decenni si sono arricchite succhiando sangue alle classi
lavoratrici, le monarchie più o meno illuminate ma sempre
eterodirette, senza cedere però alle sirene panarabiste e
fondamentaliste. Difficile la rincorsa normalizzatrice, anche se
sappiamo bene le capacità trasformiste dei quadri dirigenti, sempre
pronti ad autorigenerarsi: checché
se ne dica le lotte proseguono.

In ogni paese arabo del Medio Oriente e del Nord Africa la tensione è
altissima, la soggettività popolare finalmente si esprime e questa
sfida ai regimi scatena la loro più dura repressione.

Che in questo contesto di instabilità generale, per la prima volta
causato dalle ribellione popolare e non solo dalle male arti
mediatiche, qualche Stato europeo approfitti per pestare nel mortaio e
portare acqua al proprio mulino, per cercare di recuperare in Medio
Oriente sfere di influenza messe a a rischio da improvvidi tentativi
di sostegno a regimi ormai arrivati alla frutta, spiega
l'interventismo francese nel caso della Libia, che nonostante si fosse
ritagliata un ruolo di tutto rispetto nello scacchiere diplomatico
mediterrano accollandosi il ruolo di gendarme a difesa delle coste
europee, rimaneva difficilmente gestibile per le capacità del Rais di
presentarsi come rappresentante dell'Unione Africana e ultimo paladino
del terzomondismo, forte anche delle grandi capacità finanziarie.

E così ben vengano strumentalizzazioni e manovre da grande gioco tra
le varie fazioni libiche, è facile trovare generali disposti a passare
dalla parte degli insorti in cambio della promessa di un posto al sole
in Cirenaica. E così facendo, se qualcuno si toglie di mezzo una delle
pedine meno gestibili dell'area (che per di più si è scelto alleati
inaffidabili e poco credibili come il governo italiano), tutto
l'Occidente può mettere una pesante ipoteca sui futuri assetti
dell'area, delegittimando la rivolta popolare da un lato e dando
contemporaneamente una prova di forza dall'altro. Questo spiega il
balletto indecoroso sul comando dell'operazione, tra NATO e Alleanza
dei Volenterosi, il tentativo italiano di barcamentarsi in
un'operazione in cui diventa giocoforza barattare i grandi interessi
italiani in Libia (gas e petrolio fondamentalmente sotto controllo
ENI) con la parziale messa in sicurezza delle sponde per arginare gli
sbarchi dei
disperati finora trattenuti da Gheddafi e dal rais utilizzati come
potente mezzo di ricatto e di sopravvivenza.

In questo contesto di movimentazione e tentativi di salvaguardia e
ridefinizione di grandi interessi (tra risorse naturali, finanziarie e
di controllo dei flussi migratori) queste rivolte aprono una crepa
negli assetti imperialistici dell'area per come si erano costruiti
finora.

A noi attivisti rivoluzionari interessano le potenzialità di rivolta e
di autorganizzazione espressa da popolazioni che escono dalla
rivendicazione identitaria clerico-fondamentalista per rivendicare
l'accesso ai diritti fondamentali e alla redistribuzione delle
ricchezze. Crollato lo spauracchio dell'integralismo, finora ultizzato
per mantenere il controllo politico sociale, la potenze occidentali
sono costrette a ricorrere all'intervento armato a tutela non dei
rivoltosi, come vorrebbero apparire, ma delle fazioni concorrenti alla
gestione, per conto dell'Occidente, delle risorse rimaste scoperte.
Dopo un decennio di guerre contrabbandate come iniezioni di
democrazia, che hanno invece rafforzato interessi occidentali e
potentati locali fondamentalisti, ora che maggiori spazi di democrazia
e laicità vengono conquistati con la lotta in questi paesi, gli aerei
che partono dalle nostre basi e le navi che partono dai nostri porti
portano un atroce carico
di morte e un tragico monito: la libertà e la giustizia sociale non
sono negli orizzonti del capitalismo.

Sta nelle lotte, da quella e da questa sponda del Mediterraneo,
l'unica possibilità di costruire una società più giusta e più libera.

Per questo il nostro sostegno ai comitati popolari e ai compagni e
alle compagne che a costo della propria vita e della loro libertà
lottano nelle piazze e nelle strade di Bengasi, della Siria, del
Bahrain, dell'Arabia Saudita e di tutto il Medio Oriente e il Nord
Africa.

Per questo il nostro irriducibile no alla guerra e all'intervento
militare con il suo ineludibile seguito di devastazione e di
immiserimento in Libia, e alla crudele repressione normalizzatrice in
corso negli altri paesi.


FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

28 marzo 2011


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