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(it) Editoriale Anarkismo.net : Sulla risposta del COSATU alla crisi: per un'impostazione ed un'alternativa anarco-sindacalista [en]

Date Fri, 11 Mar 2011 18:24:27 +0100


Editoriale Anarkismo.net : Sulla risposta del COSATU alla crisi: per
un'impostazione ed un'alternativa anarco-sindacalista [en]
I sindacati sud-africani, confederati nel COSATU (Congress of South
African Trade Unions), forte di 2 milioni di iscritti, hanno messo a
punto una visione politica coerente che rompe con il neoliberismo. Il
fatto è notevole - ma è sufficiente? Quanto vitale e desiderabile è
questa visione proprio mentre l'era neoliberista barcolla? E c'è
un'alternativa? Questa domanda viene posta in modo particolarmente
acuto proprio dalle martellate della recessione globale in atto dal
2007. Nonostante la alquanto discutibile pretesa che il Sud Africa non
ne sia colpito (vedi Trevor Manuel), il paese ne è tutt'altro che
immune.
Il 2009 ha visto la crescita economica mondiale calare di oltre l'1%,
del 2% è stato il calo dei commerci, con 50 milioni di posti di lavoro
perduti a livello mondiale (di cui 2 milioni in Sud Africa) e 200
milioni di persone precipitate nella miseria nera. In Sud Africa, il
settore manifatturiero ha perso il 22,1% nei tre mesi del 2009, il
settore minerario il 32,8% e quello agricolo il 2,9%. Nel 2008 c'era
stata una crescita del 75% dei fallimenti. Da gennaio a settembre
2009, sono andati in fumo 770.000 posti di lavoro [1]. Questo quadro è
del tutto all'opposto di quanto promesso da Zuma e dall'ANC e cioè che
avrebbero creato rapidamente mezzo milione di posti di lavoro.
Il contesto
A differenza di altri movimenti sindacali nel mondo, quello
sudafricano è entrato negli anni '90 con una chiara visione di
cambiamento sociale. Una visione che aveva poco del socialismo - era
piuttosto centrata sulla nozione del compromesso di classe "vinci
tu-vinco io" tra lavoratori e padroni - ma che respingeva ogni cieca
fiducia nella forza dei mercati. Tuttavia, come vedremo, questo
modello concede molto al neoliberismo -ed anche quando non lo fa
restano delle crepe - e piuttosto che creare le basi costitutive di un
socialismo democratico, come sperano gli iscritti, è probabile che
farà deragliare il movimento dei lavoratori.

Questo modello è stato proposto nel documento "Reconstruction and
Development Programme"
(http://www.nelsonmandela.org/omalley/index.php/site/q/03lv02039/04lv02103/05lv02120/06lv02126.htm),
nuovamente espresso da "Social Equity and Job Creation"
(http://www.africafocus.org/docs96/saf9605.ec1.php), documento del
1996 del Labour Caucus del National Economic Development and Labor
Council (NEDLAC)[2], nel "Sector Job Summits" dei primi anni 2000 ed
ancor più recentemente negli interventi del COSATU nei vertici
presidenziali sulla crisi. Se da un lato il COSATU si fa carico di
queste politiche, dall'altro le altre maggiori confederazioni
sindacali - specialmente NACTU [3] e FEDUSA [4] - tendono ad
accodarsi.

L'approccio sindacale proposto viene definito come "sindacalismo
strategico". A tal fine i sindacati usano un combinato di azione di
massa e di partecipazione ai tavoli politici (soprattutto il
trilaterale NEDLAC). In altri paesi, come l'Australia, questa idea
viene spesso definita come "alternativa progressista competitiva". Il
COSATU vede il tavolo del NEDLAC e di altre strutture corporative,
compreso l'ANC, come "spazi" dove imporre la sua visione.


La visione del COSATU

Al cuore di questa visione ci sono parecchie idee chiave, alcune delle
quali del tutto contraddittorie.

* In primo luogo, questa visione prevede un aumento del controllo dei
lavoratori sull'economia, tramite 3 passaggi: un maggiore
coinvolgimento sul luoghi di lavoro dei lavoratori nelle decisioni
sulla produzione, la presenza dei sindacati nei consigli di
amministrazione delle compagnie, la partecipazione dei sindacati ai
tavoli come il NEDLAC. Collegato a ciò, si prevede che il
rafforzamento dei lavoratori porterà ad un maggiore incremento delle
professionalità.

* In secondo luogo, si prevede che questa "democratizzazione"
assicurerà che le decisioni di gestione e quelle finanziarie siano
buone: essenzialmente, l'idea di fondo è che "l'economia è troppo
importante per lasciarla nelle mani dei managers".

* In terzo luogo (e mettendo da parte il forte richiamo del COSATU al
marxismo), si tratta di una visione fondamentalmente
social-democratica: il capitalismo dovrebbe essere riformato a
beneficio di tutti "gli stakeholders" (gli interessati); il problema
in Sud Africa non sarebbe dunque il capitalismo in quanto tale, ma una
sua inefficienza caratterizzata da bassi livelli di investimento,
monopoli e collusioni sui prezzi insieme ad una pessima politica del
governo.

* Di conseguenza, in quarto luogo, questa visione si muove verso la
proposizione di misure keynesiane (espandere la domanda dei lavoratori
tramite salario indiretto e lavori pubblici allo scopo di far crescere
i profitti e quindi anche le compagnie) e di un nazionalismo economico
(protezionismo dei settori deboli verso l'economia globale).

* Infine, questa visione abbraccia la nozione di un Sud Africa
industriale e globalmente competitivo, che possa reggere la
concorrenza sui mercati aperti. (L'enfasi su una crescita guidata
dalle esportazioni quale scopo ultimo - insieme all'ossessione per i
mali dei monopoli e dei cartelli sui prezzi - indica una evidente
fiducia neoliberista che stride con gli appelli alla partecipazione
nelle decisioni, col keynesismo e con il protezionismo).


Strada panoramica, strada dritta

L'approccio complessivo, dunque, risulta, un po' confuso. Il COSATU,
che nel suo ultimo congresso del 2009 aveva riaffermato il suo impegno
nella "costruzione del marxismo" (e persino di voler imparare dall'
"anarchismo")[5], fa sua, ciononostante, una visione di compromesso di
classe mediata dallo Stato per incrementare i profitti e
contemporaneamente sviluppare il welfare. La situazione del
capitalismo sudafricano, in altre parole, viene ricondotta a problemi
che possono essere risolti da scelte politiche - più competizione,
migliore supporto statale, maggiore impulso sindacale - piuttosto che
a problemi inerenti ad un'economia capitalista semi-industriale in
declino, non competitiva ed esposta alla crisi.

In problema, in breve, sarebbe quello di un "cattivo" capitalismo e la
soluzione sarebbe un approccio social-democratico: riformare il
capitalismo per farlo funzionare meglio per tutti. L'idea di base è
quella che per competere nell'economia globale ci sia bisogno di una
"strada panoramica" fatto di alti salari, lavoro sicuro, ruolo
fondante del sindacato, alte professionalità, democrazia, sviluppo
della competitività basato sul compromesso di classe "vinci tu-vinco
io" (più profitti, più salario). Questa visione contrasta,
implicitamente, con quella "strada dritta" alla cinese, fatto di
autoritaria attività anti-sindacale, di salari da fame, di
sfruttamento pesante.


Strada sbagliata

Il capitalismo e lo Stato sono, con tutta evidenza, direttamente
responsabili delle miserevoli condizioni dei lavoratori neri (ed anche
di alcuni settori di lavoratori bianchi) - come viene detto persino
nelle analisi del "Social Equity and Job Creation". Tuttavia, la
visione di "strada panoramica" viene comunque avanzata sulla base
della convinzione che il sistema sudafricano malato e sull'orlo della
crisi possa improvvisamente funzionare in modo favorevole ai
lavoratori e diventare competitivo a livello globale.


Politiche contraddittorie

I metodi previsti per raggiungere questo obiettivo poggiano su un mix
di teorie economiche contraddittorie e su scopi contraddittori:

* In primo luogo, si crede che migliori condizioni per i lavoratori
siano collegati strettamente all'aumento della produttività grazie al
miglioramento delle professionalità, alla ridefinizione del processo
lavorativo e alla partecipazione operaia tramite il concetto di
stakeholding. Tuttavia, il mercato interno in Sud Africa rimane
statico, data la grande povertà di massa, ed il paese non ha nessuna
prospettiva di un aumento massiccio delle esportazioni, soprattutto
nell'attuale contesto di crisi economica globale. In una tale
situazione, lo scopo insito nella visione del COSATU di far crescere
la produttività vorrà semplicemente dire che ancor meno lavoratori
potranno mantenere il lavoro esistente - con una sicura perdita di
posti di lavoro e di iscritti al sindacato.

* In secondo luogo, le politiche keynesiane di espansione della
domanda delle classi lavoratrici non funzionano: perché sono adatte
per le economie avanzate (non è il caso nostro), con un alto livello
di regolamentazione e di contribuzione fiscale (entrambi carenti in
Sud Africa) e per un'economia chiusa. Quest'ultima è necessaria in un
modello keynesiano, perché solo se le entrate trasferite ai lavoratori
sotto forma di salario indiretto e di lavori pubblici vengono spese
primariamente in prodotti locali si ha una crescita dell'economia
nazionale, e perciò si creano più posti di lavoro e più contribuzione
fiscale. Altrimenti le entrate si spostano all'estero. Tuttavia la
visione del COSATU prevede anche una crescita trainata dalle
esportazioni che non richiede una gestione della domanda di tipo
keynesiano e che invece prevede un'economia sempre più aperta.


Corporativismo e co-determinazione?

L'enfasi sulla partecipazione operaia alla gestione del capitalismo,
allo scopo di "co-determinare" la sua evoluzione, non tiene conto
affatto dei pericoli insiti nella cooptazione all'interno della
gestione capitalistica, nella condivisione delle responsabilità nella
governance capitalistica.

* In primo luogo, una seria politica di coinvolgimento a tavoli come
il NEDLAC genera necessariamente all'interno dei sindacati un ceto di
tecnocrati ad alta formazione (per sviluppare le politiche) ed un ceto
di dirigenti sindacali a tempo pieno (per presenziare ai tavoli). La
burocrazia non è inevitabile nei sindacati: è una conseguenza di certe
strategie sindacali, e non esiste strategia che produce così tanta
burocrazia sindacale come quella del corporativismo.

* In secondo luogo, a questo si associa un cambiamento nello stile del
lavoro sindacale. L'accento si sposta dalla lotta militante (di base)
agli incontri tecnici condotti dai tecnocrati e dai dirigenti
sindacali... ovviamente insieme ai loro equivalenti di rappresentanza
padronale e statale. Questo pericolo viene in genere sottovalutato
nella visione del "sindacalismo strategico", che prevede un
"equilibrio" tra "azione" politica, "coinvolgimento" ed "azione di
massa" - e non coglie la profonda contraddizione tra i primi due
termini ed il terzo. Come scrive Rudolph Rocker in "Anarchism and
Anarcho-Syndicalism: "Il centralismo, quello schema artificiale che
opera dall'alto verso il basso e consegna la gestione amministrativa
nelle mani di una piccola minoranza, è il luogo dell'immutabile
ufficialità della dirigenza; fa scempio delle convinzioni individuali,
uccide ogni iniziativa personale tramite una fredda disciplina ed una
burocrazia ossificata",
una "maledizione" per la classe lavoratrice. [6]

* In terzo luogo, la necessaria risultante di questa visione sindacale
è quella di divenire corresponsabili nella gestione del sistema. Molto
più concretamente significa gestire la produttività: in cambio di una
crescita della produzione e con la speranza di miglioramenti salariali
e nella sicurezza, il sindacato si impegna a non indire scioperi. Il
problema è che il sistema è per forza di cose strutturato per essere
contro la classe lavoratrice. Quando scoppiano gli scioperi, il
sindacato da un lato non può garantire il compromesso di classe (e
quindi la sua visione viene meno), oppure si schiera contro i
lavoratori (e però si divide). Più generalmente, nel far propria la
logica del sistema - nazionalismo/"Compra sudafricano",
competizione/il più debole deve chiudere, salario/sfruttamento,
distribuzione tramite i consumi/esclusione - il sindacato deve
abbracciare quello stesso sistema che voleva combattere e che aveva
promesso di voler abolire.


Una strada nordica?

La "prova" della sostenibilità del "sindacalismo strategico" viene in
genere presa dai cosiddetti esempi dei sistemi socialdemocratici
scandinavi degli anni 1930-1970. La Svezia ed i suoi vicini hanno
senza dubbio sviluppato, tramite il keynesiano welfare state (KWS) i
regimi capitalisti più socialmente giusti ed egalitari ad oggi. Se
l'URSS era l'esempio dell'economia marxista pianificata e
centralizzata, la Svezia è stata l'esempio del meglio e del peggio di
un sistema socialdemocratico. Per i sostenitori del "sindacalismo
strategico", le conquiste del KWS nordico - la quasi zero
disoccupazione, un welfare estremamente generoso con istruzione
gratis, ecc. - sono fondamentalmente il risultato di buone politiche
più il corporativismo più i sindacati che sostenevano i partiti
politici giusti.

Il problema è che le condizioni che portarono in breve al modello
nordico non esistono più in nessun posto della Terra e certamente non
in Sud Africa.

Il KWS, in generale, si è affermato in una congiuntura storica unica:

* In primo luogo, alti livelli di lotta di classe, con la reale
possibilità di un innesco rivoluzionario in tutta Europa, costrinsero
le classi dominanti ad introdurre un welfare su larga scala e ad
includere i sindacati nel corporativismo allo scopo di controllarli.
La Guerra Fredda, durante la quale una parte rilevante del mondo del
lavoro sosteneva l'URSS, diede ulteriore spinta a questa situazione.

* In secondo luogo, dalla fine degli anni '40 agli inizi degli anni
'70, il capitalismo ha visto il più grande sviluppo della sua storia,
ha visto le maggiori economie raddoppiare e persino triplicare la loro
forza, generando posti di lavoro sufficienti a limitare i costi del
welfare (per esempio nessuna disoccupazione di massa), e al tempo
stesso generare un sistema fiscale finalizzato al mantenimento del KWS
(crescita della pressione fiscale insieme ad una rapida crescita della
produzione e dei profitti).

* In terzo luogo, la produttività dei lavoratori crebbe in modo così
drammatico da poter ottenere un tasso di sfruttamento sempre più alto
al contempo di forti aumenti dei salariali reali. Per la classe
dominante fu possibile fare concessioni sul versante dei redditi della
classe lavoratrice, ma senza cedere nulla sul versante del controllo.
Poiché le politiche keynesiane erano parte integrante del boom, l'alta
pressione fiscale ed un pesante intervento statale erano ben accetti
da parte di tutte le classi sociali.

* In quarto luogo, non si deve dimenticare che i paesi nordici
all'interno dell'Europa del Nord erano vicini ad uno dei centri più
altamente industrializzati dell'economia mondiale.

Neanche una di queste condizioni sussiste in Sud Africa, per cui
l'esempio nordico non ha alcuna rilevanza. Ma quelle stesse condizioni
non sussistono più nella stessa Europa del Nord, perché siamo in
un'epoca di neoliberismo e non di nazional-capitalismo.[7]


Dal basso!

Per concludere, una politica sindacale più saggia ed un sindacalismo
più sinceramente "strategico" dovrebbero respingere le visioni
socialdemocratiche e corporative, a favore di una strategia di
contro-potere fondata su:

* Azione diretta ed astensione militante invece della co-gestione del
capitalismo. In generale, l'azione militante di classe avrà più
successo se si costruisce coscienza ed organizzazione per vincere e
difendere le conquiste piuttosto che un "impegno" dall'alto o per via
legislativa. Nell'inseguire i tavoli del NEDLAC o con l'ANC il
sindacato si aggroviglia nel meccanismo di un sistema che la classe
lavoratrice non controlla, e mina la sua stessa forza come sindacato
proprio lì dove essa ne trae la fonte, nei punti di produzione.

* Democrazia diretta e "politiche dal basso": il che non significa
ignorare quelle politiche che portano cambiamenti seri per la classe
lavoratrice, come le leggi sul welfare. Il punto non è se bisogna
occuparsi di queste cose, ma il come. Al posto di un intervento
dall'alto di tecnici (per cui la massa degli iscritti al sindacato
viene mobilitata per sostenere le politiche dei loro dirigenti al
tavolo del NEDLAC), gli anarchici possono invece proporre un modello
di "politiche dal basso". Si possono lanciare campagne intorno alle
politiche di cambiamento: campagne che formano e che servano a
costruire militanza sindacale e strutture democratiche, campagne per
mobilitare la base del sindacato, campagne per dare voce alle
rivendicazioni dei semplici lavoratori, campagne che diano forza dal
basso a queste rivendicazioni, a questa visione politica.[8]

* Occupazioni, e rifiuto ad essere espulsi dal lavoro: oggi una delle
tattiche più importanti usate dalla classe lavoratrice è
l'occupazione. Questo modello si è visto in modo spettacolare in lotte
recenti: le azioni eroiche in Argentina, dove per parecchi anni quasi
200 fabbriche sono state occupate e gestite dai lavoratori;
occupazioni di massa nel 2009 alla Daewoo in Corea del Sud, finite
solo quando sono stati garantiti tutti i posti di lavoro minacciati;
azioni simili sono state fatte in Francia, in USA ed altrove. [9]


Prendere, tenere

Queste forme non sono la soluzione - trattandosi di azioni di tenuta e
di tirocinio in vista dell'obiettivo chiave di prendere e tenere le
fabbriche - ma sono assolutamente vitali.

Infatti lo scopo ultimo dei lavoratori deve essere quello di
autogestire i luoghi di lavoro, di abolire il sistema salariale e di
creare una nuova società basata sulla distribuzione in base ai
bisogni, mettendo fine alla competizione. Invece dei "tentativi
socialdemocratici di portare le masse alla partecipazione del loro
proprio sfruttamento", Pyotr Kropotkin aveva detto che il fine doveva
essere che "l'emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei
lavoratori stessi." [10]

E quale forza può meglio creare questa società se non i sindacati
rivoluzionari? Come disse Mikhail Bakunin, fondatore dell'anarchismo,
a proposito dei sindacati, "la vera, finale e completa liberazione dei
lavoratori è possibile ad una sola condizione: quella
dell'appropriazione del capitale, cioè, delle materie prime e di tutti
i mezzi di produzione, compresa la terra, da parte dei lavoratori
organizzati" e tutti i sindacati dovrebbero rendersi conto che "essi
pure portano in sé i germi vivi del nuovo ordine sociale che deve
sostituirsi al mondo della borghesia. Essi stanno creando non solo le
idee ma anche i fatti di questo stesso futuro".[11]

Ma perché una visione diventi realtà, è necessario ripensare il nostro
ruolo nel sindacato, e lasciare il "sindacalismo strategico" al suo
destino. All'ordine del giorno non c'è nessuna socialdemocrazia; è
bene che guardiamo in faccia la realtà.


Lucien van der Walt
Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali


Note:

1. Fonti delle cifre: Haroon Bhorat, 2009, "Consequences of the Global
Economic Crisis: early reflections for South Africa", Bargaining
Indicators, volume 13 (Labour Research Service: Cape Town); South
African Reserve Bank, "June 2009, Quarterly Bulletin", volume 252;
"Job Losses to Exceed a Million", 29 October 2009, Fin24.com,
http://www.fin24.com/Economy/Job-losses-to-exceed-a-million-20091029;
Statistics SA, Quarterly Labour Force Survey for fourth quarter
2009,http://www.statssa.gov.za/PublicationsHTML/P02114thQuarter2009/html/P02114thQuarter2009.html;
Stats SA, press release on Quarterly Labour Force survey for first
quarter 2010, http://www.statssa.gov.za/keyindicators/QLFS/Press/Q1_2010_Press_Statement.pdf.
2. "Consiglio nazionale per lo sviluppo nazionale e del lavoro",
organo di concertazione raggruppando governo, industria, sindacati e
parti sociali.
3. National Council of Trade Unions (Consiglio nazionale dei
sindacati), affiliata CSI con circa 400.000 iscritti.
4. Federation of Unions of South Africa (Federazione dei sindacati del
Sud Africa), affiliata CSI con circa 500.000 iscritti.
5. http://black-flame-anarchism.blogspot.com/2010/04/black-flame-and-cosatu.html
6. http://www.anarchosyndicalism.net/archive/display/209/index.php
7. Lucien van der Walt, 1997, "Against Corporatism: the limits and
pitfalls of corporatism for South African trade unions", African
Studies Association of South Africa Third Biennial International
Conference: 'Africa in a Changing World: patterns and prospects',
Magaliesberg Conference Centre, Broederstroom, 8-9 settembre 1997,
http://web.wits.ac.za/NR/rdonlyres/68146294-4DFF-4CA5-946A-3540D432FBBC/0/againstcorp.pdf
.
8. Vedi Lucien van der Walt, 2005, "Rethinking Welfare, Building the
Working Class Movement", NALEDI (National Labour and Economic
Development Institute) Open Forum, Congress of South African Trade
Unions/COSATU, Johannesburg, 10-11 novembre 2005,
http://web.wits.ac.za/NR/rdonlyres/64311856-4F48-4850-ACC3-BB093BC04855/0/Rethinkingwelfarefinal.pdf
.
9. Vedi questo notevole sondaggio: Shawn Hattingh, 2009, "Workers
Creating Hope: Factory Occupations and Self-Management",
http://libcom.org/library/workers-creating-hope-factory-occupations-self-management
.
10. Peter Kropotkin, [1892] 1990, The Conquest of Bread, Elephant
Editions, London, pp.13, 21.
11. Quoted in Rudolph Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism,
http://www.anarchosyndicalism.net/archive/display/209/index.php .

http://www.anarkismo.net
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