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(it) Comunicato SN-FdCA: Un tempo si sarebbe chiamato fascismo

Date Mon, 19 Dec 2011 00:21:01 +0100


Comunicato SN-FdCA: Un tempo si sarebbe chiamato fascismo
Un tempo si sarebbe chiamato fascismo. Non quello che comunemente
viene ricordato come l'artefice della guerra mondiale e delle imprese
coloniali, e neanche quello quello folkloristico e ormai quasi
estetizzato da sessanta anni di marketing neoliberale, ma quello che
viene analizzato secondo un sano e mai superato metodo materialista.
In anni non sospetti diversi autori hanno avuto un approccio corretto
al fenomeno, da punti di vista diversi ma con la stessa onestà
intellettuale, ad esempio Karl Polanyi, che non ha esitato a
riconoscere nella crisi economica (e del debito) dovuta agli sforzi
bellici dell'imperialismo statuale, la risposta autoritaria del
capitale sulle rivendicazioni di giustizia sociale del proletariato,
capitale che nella sua forma liberale ha condotto la classe media ad
un sostegno aperto e incondizionato al fascismo.
Anche un altro autore troppo a lungo dimenticato, Daniel Guérin, nella
sua indimenticabile opera "Fascismo e gran capitale" ha evidenziato le
ragioni economiche, ma anche culturali e politiche, della
trasformazione autoritaria, mettendo in evidenza i finanziamenti, e le
politiche antioperaie del grande capitale, che per affermarsi non
esitò a rinunciare alle proprie forme liberali portando molti paesi
d'Europa, e non solo a riaffermare le catene di comando a scapito dei
ceti subalterni, distruggendo le organizzazioni operaie, e piegando
con la violenza coloro che rifiutavano la sottomissione al potere
dello Stato fascista a servizio del grande capitale. Cioè il fascismo
per garantire l'interrotto flusso dell'accumulazione capitalistica.

Oggi sembra difficile cogliere analogie dirette con il passato. Per
intenderci Mario Monti non ci farà mettere il "fez" e quasi
sicuramente non dovremo essere costretti agli esercizi ginnici il
sabato pomeriggio, non siamo ancora in presenza di forme di squadrismo
organizzato come negli anni venti.

Ma qualcosa non quadra comunque...

Intanto gli ingredienti: ristrutturazione del capitale mondiale e
conseguente crisi sociale, la forza di espressioni politiche
facilmente riconducibili alla destra maggioritarie nel paese, la paura
e incomprensione delle dinamiche della crisi sociale, il grande
dispendio dei media borghesi a fomentare qualunquismo e a rendere
indecifrabile la realtà ai più, un passaggio epocale che l'ideologia
del dominio falsifica nel suo oscuro dispiegarsi.

Il tutto rivolto a comprimere diritti civili ed economici dei ceti
subalterni riaffermando il mandato coercitivo dello Stato a garanzia
del comando delle elite economiche. Con il passaggio obbligato che
diventa quindi la scomparsa delle forme democratiche, solidaristiche,
o che comunque possano sviluppare critica radicale e antagonismo
sociale. Il comando del capitale viene assunto come indispensabile
timoniere in questa tumultuose acque.

E anche i fatti accaduti nell'ultima settimana pongono alcuni quesiti
allarmanti, a partire dal pogrom anti Rom di Torino, dove decine di
fascisti hanno incendiato un campo di Rom a seguito di un fatto falso,
la denuncia di uno stupro mai avvenuto denunciato da una giovane
torinese. Fortissima la valenza simbolica oltre che oggettiva del
fatto, la deficienza culturale incapace di uscire da modelli arcaici
ma che affonda nella mancanza di prospettiva e nell'impossibilità di
riconoscere il potere economico come fondante di un ordine psicologico
ancor prima che politico, dove le proprie frustrazioni esistenziali
vengono scaricate sull'anello debole della società. Mentre nelle
nostre città decine di sgomberi continuano ad avvenire nel silenzio
più assordante, pogrom legalizzati portati avanti con discrezione e
carte bollate.

Analogo è il caso di ieri, la strage di Firenze, dove un militante
organico a CasaPound, quelli del fascismo del terzo millennio, da
decenni foraggiati da potenti economici e politici italiani, ha
sparato contro un gruppo di lavoratori senegalesi, uccidendo Samb
Modou e Diop Mor, e riuscendo a ferire gravemente Moustapha Dieng,
Sougou Mor e Mbenghe Cheike: facile attribuire l'atto al disagio
psicologico, così come il conseguente suicidio, visto che da anni le
formazioni di estrema destra propagadano odio razziale a piene mani, e
soprattutto propongono una uscita dalla crisi in una improbabile
riscossa nazionale che esclude dal processo milioni di immigrati,
oltre ai vari deliri filosofici che spaziano dal fascismo al nazismo,
e lavorando alla creazione del mito antisistemico tanto caro
all'individualismo neoliberale. Nel frattempo una legislazione
razzista ributta nella clandestinità, complice la crisi, migliaia di
lavoratori di origine straniera,
costringendoli al rimpatrio o all'illegalità forzati, privandoli di
diritti e dignità.

Anche il petardo inviato all'agenzia Equitalia di Roma lascia pensare
a qualcosa di anomalo, sicuramente il riferimento alle banche
vessatrici e a tutti coloro che vengono investiti dalla riscossione
crediti di questa agenzia, che è ormai salita alle cronache ed è nel
senso comune una delle cause di rovina del popolo hanno diverse
ragione, ma il linguaggio della rivendicazione, populistica e
qualunquista potrebbe appartenere a qualsiasi gruppetto della destra
neofascista. L'identificare nelle banche l'unico nemico di classe,
attribuendo alle banche e alla finanza il ruolo di unici colpevoli
della crisi, sottacendo ogni ragionamento sulla giustizia sociale e
sulle reali dinamiche di classe capitalistiche, il vedere nel ritorno
a una sovranità nazionale e monetaria la via di uscita è una facile
scorciatoia populista utile a incanalare disagio sociale e economico
verso soluzioni autoritarie e nazionalistiche, insomma di destra.

Nel frattempo Marchionne ha invece inaugurato il nuovo modello
produttivo di riferimento che sarà presto esteso a tutti, fuori i
sindacati combattivi dalle fabbriche, unico riconoscimento a quei
sindacati e a quei lavoratori che accetteranno lo sfruttamento
intensivo senza fiatare, divieto di rappresentanza sindacale a chi non
è colluso con la proprietà, di fatto un ritorno alla clandestinità dei
compagni in fabbrica. Anche questo non è forse la più grande
dimostrazione del fascismo moderno e del nostro tempo?

Come evitare di riconoscere in questo scenario la deriva autoritaria a
cui tutti stiamo andando incontro?

Oggi come allora, l'opposizione al fascismo passa attraverso la
resistenza e il rafforzamento delle reti di opposizione, di lotta
sociale e di solidarietà, ma anche attraverso la capacità di
riconoscere i segni del vecchio che avanza e che vorrebbe rigettarci
verso la barbarie di un mondo di sopraffazione e lotta individuale e
gerarchica per la sopravvivenza.


Segreteria Nazionale
FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

14 dicembre 2011

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