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(it) Israele-Palestina, Nabi Salih, morte di una lanciatore di pietre [en, ca]

Date Mon, 19 Dec 2011 00:19:10 +0100


Mustafa Tamimi lanciava pietre. Senza nessuna apologia ed a volte
senza nessuna paura. Non lo ha fatto solo quel giorno e non lo faceva
nemmeno tutti i venerdì. Si celava il viso. Non per paura della
galera, che aveva già avuto modo di conoscere dall'interno, ma per
preservare la sua libertà, per poter continuare a lanciare pietre e
resistere al furto della sua terra. Ed ha continuato a farlo fino al
momento della sua morte.
Il giornale britannico The Daily Telegraph, riporta una dichiarazione
presa dal profilo twitter del portavoce del Comando Militare
Meridionale israeliano in risposta ai resoconti sulla morte di Tamini:
"A cosa stava pensando mentre correva dietro ad una jeep in movimento
mentre lanciava pietre se non al fallimento". Così, semplicemente e
beffardamente, il portavoce ha spiegato perché Tamini era da biasimare
per la sua stessa morte.

Mustafa Tamimi, del villaggio di Nabi Salih - figlio di Ikhlas ed Abd
al-Razak, fratello di Saddam e Ziad, dei gemelli Oudai e Louai e di
sua sorella Ola - è stato colpito alla testa da breve distanza durante
la manifestazione di venerdì 9 dicembre. Ore più tardi, alle 9.21 di
sabato, è morto per le ferite riportate. Una granata di lacrimogeno
gli è stata sparata contro da una distanza di pochi metri da una jeep
militare corazzata. Non è stata la paura ad armare la mano di chi lo
ha colpito. Chi ha infilato la canna del fucile attraverso la porta
del veicolo corazzato ed ha sparato, lo ha fatto con chiaro intento.
Il tiratore è un soldato. La sua identità rimane sconosciuta e forse
non sapremo mai il suo nome. E forse è meglio così. Identificarlo e
punirlo servirebbe solo a coprire i crimini di un intero sistema. Come
se l'indifferente cittadino israeliano, il sergente, il comandante
della compagnia, il comandante del battaglione, il comandante
di brigata, il comandante di divisione, il ministro della difesa ed
il primo ministro non avessero preso parte alla sparatoria.

E allora è proprio come dice il portavoce dell'esercito. Mustafa è
morto perché tirava pietre; è morto perchè osava dire una verità, con
le sue mani, in un posto in cui la verità è proibita. Qualsiasi
discussione sulle modalità della sparatoria, sulla sua legalità e
sull'ordine di aprire il fuoco, presuppone un padrone di casa a cui è
impedito di poter cacciare l'invasore. Infatti l'invasore è
autorizzato a sparare sul padrone di casa.

Il corpo di Mustafa giace senza vita perché egli ha avuto il coraggio
di lanciare pietre nel giorno del 24° anniversario della Prima
Intifada, che ha generato i bambini palestinesi delle pietre. Suo
fratello Oudai è rinchiuso nel carcere di Ofer e non gli è stato
permesso di poter partecipare ai funerali, perchè anche lui è uno che
aveva osato lanciare pietre. Ed a sua sorella non è stato permesso di
potergli stare accanto negli ultimi istanti, e non perché fosse
sospettata di aver lanciato pietre, ma solo perché lei è una donna
palestinese.

Mustafa era un uomo coraggioso, ucciso perché lanciava pietre e non
aveva paura dei soldati armati e seduti al sicuro nelle loro jeep
militari corazzate. Il giorno in cui è morto Mustafa, la valle è stata
attraversata da un silenzio il cui gelo era inferiore solo agli
striduli lamenti della madre di Mustafa, che si levavano di tanto in
tanto.

Migliaia di lanciatori di pietre hanno partecipato al funerale. E'
stato deposto nella tomba di famiglia e le pietre hanno ricoperto il
suo corpo. I soldati stazionavano all'ingresso del villaggio. Ma
nemmeno l'angoscia ed il dolore della separazione sono manifestazioni
tollerabili per l'esercito. I soldati erano pronti a sparare
lacrimogeni sui partecipanti al funerale mentre ritornavano a casa.
Mentre il soldato che ha colpito Mustafa è a piede libero, sei
manifestanti sono finiti dietro le sbarre.

Mustafa, camminiamo dietro il tuo corpo con il capo chino e gli occhi
pieni di lacrime. Ci sei caro, perché sei morto lanciando pietre e noi
no.

Jonathan Pollak


Articolo già pubblicato in Haaretz.com on-line, 13.12.11.
L'autore è uno dei fondatori di Anarchici Contro il Muro e portavoce
del Comitato dei comitati popolari di base della Cisgiordania.

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.


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