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(it) Comidad, le news del 22 luglio 2010

Date Thu, 22 Jul 2010 17:56:38 +0200


NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, puà reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la
voce âCommentarioâ e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.
IL PRETESTO DELLA FLESSIBILITÃ PER PRIVATIZZARE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI
L'amministratore delegato della FIAT, Marchionne, ha continuato la sua
offensiva di provocazione contro la FIOM, operando una serie di
pretestuosi licenziamenti. Nel frattempo anche i pochi organi di
stampa che, sino al referendum di Pomigliano, avevano tenuto un finto
atteggiamento di imparzialitÃ, ora si vanno schierando esplicitamente
con l'azienda. Ci si riferisce soprattutto al quotidiano "La
Repubblica", il quale à andato in soccorso della propaganda di
Marchionne circa i "fannulloni" di Pomigliano.

"Repubblica Radio-TV" ha infatti mandato in onda nei giorni scorsi un
servizio che avrebbe potuto fare invidia al TG1: una serie di
interviste "sul campo" - false o manipolate attraverso opportuni tagli
-, dalle quali far emergere l'immagine di lavoratori irresponsabili in
uno stabilimento allo sbando, nel quale mettere ordine risultasse
doveroso. Non sono mancate le solite voci sulle infiltrazioni
camorristiche nello stabilimento di Pomigliano. Dato che Marchionne
proviene dalla multinazionale Philip Morris, la quale intrattiene
storici e sfacciati rapporti con la criminalità organizzata di vari
Paesi, probabilmente la voce deve essere nata a causa di qualche
visita a Pomigliano dello stesso Marchionne.

Lo stabilimento di Pomigliano d'Arco ha quaranta anni, e la propaganda
mediatica sulla cattiva qualità del suo lavoro risale ai primi mesi
dell'esperienza Alfa Sud, quindi da molti anni prima della
privatizzazione; cioà prima che l'Alfa Romeo venisse regalata alla
FIAT da Romano Prodi, allora presidente dell'IRI. Occorrerebbe quindi
chiedersi come mai lo stabilimento sia sopravvissuto a tanta
ignominia.

Le statistiche ufficiali sulla mortalità per incidenti sul lavoro in
Italia indicano che il loro numero non scende mai al di sotto dei
mille l'anno (mille e cinquanta morti nel 2009), e che la loro
relativa diminuzione rispetto ai record degli scorsi anni à dovuta
esclusivamente al calo delle attività produttive. Ma, dato che le
statistiche non tengono conto dei lavoratori morti successivamente, in
seguito alle ferite riportate, la cifra effettiva della mortalità sul
lavoro à molto pià alta di quella ufficiale. La Confindustria ha
invariabilmente avversato qualsiasi misura concreta per arginare la
mortalità sul lavoro, ed i governi si sono sempre lasciati convincere
senza difficoltÃ.

Questa accondiscendenza dei governi non à dovuta solo a sudditanza
psicologica, ma al fatto che la Confindustria à in grado di
controllare parecchi milioni di voti tramite il ricatto sui dipendenti
delle aziende. In questi anni i media hanno cercato di convincerci che
Berlusconi era cià che gli Italiani volevano, poichà avrebbe
corrisposto alle loro profonde aspirazioni. In realtà il voto
d'opinione à stabile, e la quota di cui si avvale Berlusconi à la
stessa che andrebbe a qualsiasi governo di destra, con o senza di lui
alla presidenza. Cià che decide in definitiva il risultato elettorale
à sempre il voto controllato, cioà la Confindustria.

La politica imposta dalla Confindustria sulla sicurezza del lavoro
indica quindi il grado effettivo di sensibilità padronale e
governativa con cui ci si deve confrontare; cià rende ridicola ogni
pretesa di accreditare la fiaba mediatica secondo cui lo stabilimento
di Pomigliano sarebbe stato salvato per lo scrupolo di non mettere sul
lastrico migliaia di famiglie meridionali. L'unica compassione che
abbia concreta e certa efficacia à quella nei confronti delle
sofferenze del povero padronato, sempre pronto ad appropriarsi della
parte della vittima sul palcoscenico dei media.

Già dai tempi dell'Alfa Romeo, Pomigliano ha svolto il ruolo di ultima
spiaggia per dislocare gli impianti obsoleti di altri stabilimenti del
gruppo, e cià ha fatto sà che tecnici e lavoratori sviluppassero negli
anni la competenza di cavar sangue dalle rape, mantenendo in vita il
pià possibile macchinari che avrebbero dovuto essere dismessi; cià a
prezzo di condizioni di lavoro costantemente proibitive ed insicure.
Occorrerà accertare se la ristrutturazione in corso a Pomigliano
comporterà davvero l'adozione di nuovi macchinari, o si tratterÃ
ancora una volta di riciclare i soliti ferrivecchi.

L'improduttività di Pomigliano à quindi una leggenda costruita ad arte
per nascondere l'inconfessabile, cioà finanziamenti pubblici agli
investimenti ed all'innovazione che venivano dirottati dalle imprese -
prima l'Alfa, poi la FIAT- verso speculazioni finanziarie o
immobiliari.

In questi mesi Marchionne ha raccontato molte balle su mirabolanti
piani d'impresa e su promesse di investimenti, ma la sua à stata
soprattutto un'operazione mediatica che ha usato Pomigliano come un
pretesto; e certo non per rilanciare la produttivitÃ, a cui Marchionne
appare poco interessato, visto come ha respinto il progetto di
iper-sfruttamento dei lavoratori proposto dalla FIOM. La vera
preoccupazione di Marchionne à stata quella di agitare lo slogan della
"flessibilitÃ", ovvero della crescente incertezza del posto di lavoro.

Un padronato che considerasse la produttività come obiettivo
principale, avrebbe tutto l'interesse ad interloquire con una
controparte sindacale, sottomessa sÃ, ma comunque realmente
rappresentativa, e non a tenere di fronte delle sigle di pura facciata
come la CISL o la UIL. In questa operazione di demolizione della
rappresentanza sindacale in nome della "flessibilitÃ", Marchionne ha
avuto come costante riferimento il ministro del Welfare, Sacconi. I
due si sono rilanciati a vicenda la palla per tenere ossessivamente al
centro della propaganda mediatica lo slogan che gli interessava: la
flessibilitÃ, e ancora la flessibilitÃ.

Per fingere di essere un giornale di sinistra, "La Repubblica" dÃ
spazio ogni tanto anche a tesi "anomale", come quelle del sociologo
Luciano Gallino, il quale ha documentato in un'intervista al
quotidiano gli effetti disastrosi, in Italia come in Germania, della
"flessibilitÃ" sul numero di ore effettivamente lavorate. Rifattasi
cosà una verginità ed un'aura di "sinistra", "La Repubblica" puÃ
tornare ringalluzzita a fare cià che le riesce pià naturale, cioÃ
l'organo confindustriale. Ma i dati oggettivi sui disastri causati
dalla "flessibilitÃ" sono lÃ, ed indicano che lo slogan della
flessibilità non esprime preoccupazioni di produttivitÃ, ma copre
qualcos'altro.

Tra i progetti di legge del ministro Sacconi c'Ã forse la risposta;
infatti il ministro propone di privatizzare gli ammortizzatori
sociali, da finanziare attraverso ulteriori contributi dei lavoratori
ed incentivi fiscali. Non si tratterebbe soltanto di una gestione
privata dei sussidi di disoccupazione, ma anche di un sistema di
"finanziamento ai consumi", espressione che nel gergo finanziario
indica i prestiti a strozzo agli indigenti. Anche gli ammortizzatori
sociali dovrebbero percià diventare un business finanziario gestito
dal padronato; quindi la disoccupazione puà rendere, e parecchio
(ovviamente non ai disoccupati).

L'opinione pubblica viene resa volutamente non consapevole della
quantità di denaro che smuovono i contributi dei lavoratori per le
pensioni e gli ammortizzatori sociali. L'INPS esibisce enormi attivi
di bilancio da anni, ed anche l'ente previdenziale per gli statali, il
bistrattato INPDAP (che dovrebbe confluire nell'INPS), ad onta degli
allarmi mediatici, presenta ad ogni rendiconto annuale insospettate
risorse finanziarie accumulate nel tempo. Si comprende quindi perchÃ
questo settore venga presentato dai media in perenne emergenza, e
perchà gli affaristi privati vogliano metterci le mani.

Disoccupazione e precarizzazione si inseriscono percià in un disegno
internazionale di complessiva finanziarizzazione del rapporto di
lavoro, in cui il salario sia sempre pià integrato e soppiantato dal
prestito ad interesse. I progetti di legge di Sacconi sono infatti
ricalcati sui prontuari dei "tecnici" del Fondo Monetario
Internazionale, il quale da decenni allestisce i suoi consueti
business basati sulla coltivazione e sullo sfruttamento della miseria.
Il FMI puà essere considerato infatti lo Stato Maggiore della guerra
mondiale di classe dei ricchi contro i poveri.

Consultando il sito del Ministero degli Esteri, si apprende che il FMI
à stato fondato nel 1944, ma à realmente operativo dal 1946; il FMI
ha inoltre un inquadramento giuridico in ambito ONU, e riveste
funzioni istituzionali di "sorveglianza" (il sito del Ministero dice
proprio "sorveglianza") sulle politiche economiche di tutti i Paesi
membri. Quindi il governo mondiale già esiste, e non à affatto
un'organizzazione segreta.

Molte critiche sono state rivolte al FMI per l'apparente schizofrenia
della sua precettistica economica. Secondo il FMI un alto tasso di
disoccupazione costituirebbe una precondizione indispensabile per la
crescita economica, perchà la disoccupazione determina flessibilità e
abbassamento del costo del lavoro; ma la crescita rischia di far
aumentare l'occupazione e i salari, quindi, per favorire la crescita,
occorre impedire... la crescita, con politiche economiche restrittive.
Di fatto nessun Paese povero che sia incorso nelle cure del FMI Ã mai
riuscito ad avere una crescita economica.

Ma l'apparente assurdità dei precetti del FMI à solo l'effetto del
doppio significato di parole come crescita o sviluppo. Da quaranta
anni i Paesi "occidentali" sono in una costante decrescita economica,
eppure i profitti e le ricchezze private sono cresciuti a dismisura,
molto di pià che nel trentennio tra il 1950 ed il 1970; tanto che la
maggior parte della ricchezza si trova ormai nelle mani di una piccola
minoranza. La crescita economica complessiva di una società non solo
non coincide con la crescita delle ricchezze private, ma addirittura
la ostacola, dato che aumenta il potere contrattuale del lavoro e
quindi i salari, togliendo spazio ai business della finanziarizzazione
dei consumi. Coloro che credono di fare opposizione parlando di
"decrescita", dovrebbero tener conto del fatto che la decrescita giÃ
c'Ã, ed à funzionale ai business di finanziarizzazione.

Oltre all'inganno del doppio significato delle parole "crescita" e
"sviluppo", ce n'Ã anche un altro, molto caro alla destra, che tende a
far credere che il cosiddetto "imprenditore" ed il "finanziere" (o
"usuraio") siano due figure distinte e separate, e addirittura
avversarie. Dal 1919 l'industriale Henry Ford fu il maggiore
sostenitore di questa mistificazione propagandistica, ed ebbe fra i
suoi discepoli anche Mussolini, Hitler ed il poeta Ezra Pound. Quando
Marchionne à diventato l'Amministratore Delegato della FIAT, anche a
sinistra in molti avevano esultato per l'arrivo di un "vero
imprenditore" che prendesse finalmente il posto dei finanzieri alla
Cesare Romiti. Ma il "vero imprenditore" non disprezza affatto i
business finanziari; anzi, Ã proprio la sua posizione di imprenditore
a consentirgli di intercettare molte opportunità per business
finanziari.

22 luglio 2010
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