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(it) Air Italy e le deportazioni di profughi verso l?Iraq

Date Wed, 11 Nov 2009 11:58:33 +0100



Il mese scorso la compagnia Air Italy affittato un volo charter alla UK
Border Agency per rimpatriare 39 iracheni cui era stato rifiutato l'asilo.
In seguito alla campagna di boicottaggio - in merito alla quale trovate
sotto la traduzione dall'originale inglese - il presidente di Air Italy ha
annunciato che non avrebbe più fornito aerei per le deportazioni di
profughi. Vedremo se è vero. Nel frattempo vale la pena di mantenere forte la
pressione su Air Italy e su quanti collaborano alla macchina delle
deportazioni.
Per info: noracism@inventati.org

Air Italy è coinvolta nel rimpatrio forzato, su uno dei suoi voli charter
preso in affitto dalla UK Border Agency, di 39 iracheni che avevano
richiesto asilo al Regno Unito, rispediti in Iraq verso una destinazione
ignota mercoledì 14 ottobre dall'aeroporto di Stansted.

"Operazione Rangat" è il nome dato al volo charter dalla Uk Border Agency.
L'Iraq è uno dei paesi col tasso di mortalità più elevato al mondo. Dal
2003 più di 186.924 civili hanno perso la vita, e malgrado ci raccontino
che la guerra è finita non c'è pace, e la gente continua a morire, giorno
dopo giorno.

Dobbiamo far sapere ad Air Italy come la pensiamo, telefonando, mandando
fax o e-mail a:

Giuseppe Gentile President & C.E.O.
info@airitaly.it
customercare@airitaly.it
Telefono: 0331 211 011
Fax: 0331 211 019


Fermiamo la prima deportazione di massa a Baghdad

La rete STOP DEPORTATION e la Federazione Internazionale dei Rifugiati
Iracheni, insieme ad altri gruppi ed organizzazioni, chiedono la
sospensione della prima deportazione di massa verso l'Iraq del sud con il
volo di mercoledì, e il rilascio immediato dei detenuti in attesa di
rimpatrio forzato.

Per tutta la scorsa settimana, i reclusi in vari centri per immigrati sono
stati destinati alla deportazione in Iraq, e non nella Regione Governativa
del Kurdistan, come si era invece verificato nei rimpatri precedenti.
Deportare le persone in una zona di guerra come l'Iraq significa mettere a
grave rischio la loro vita.

Solo recentemente, l'11 ottobre, 3 auto-bombe sono esplose a Ramadi, una
città dell'Iraq occidentale, uccidendo ben 19 persone. Violenze e massacri
continuano in tutto il paese: 1891 vittime civili solo nei primi 6 mesi di
quest'anno. I viveri di prima necessità scarseggiano, manca l'acqua
potabile: la crisi umanitaria è gravissima in diverse aree del paese. Il
governo inglese, che partecipa alla guerra e all'occupazione dell'Iraq
dal 2003, è responsabile di queste crisi e della conseguente migrazione
obbligata di milioni di Iracheni. Invece di aiutare i rifugiati in fuga da
guerra e violenze, sta progettando di rimandarli in massa incontro alla
morte. I voli charter per il rimpatrio forzato limitano di molto la
possibilità dei rifugiati di accedere alle procedure legali ad essi
dovute. La UK Border Agency dichiara che" i voli charter potrebbero subire
modifiche ritenute di volta in volta appropriate a causa della complessità
e del costo delle operazioni". Ai deportati del volo è stato detto che"
il rimpatrio non sarà necessariamente differito nell'eventualità di una
revisione della loro posizione giuridica", è chiaro dunque che la
preoccupazione maggiore è ora solo quella di riempire l'aereo, più che di
assicurare che tutte le vie legali appropriate siano poste in essere. I
detenuti, ormai in preda alla paura e all'incertezza, hanno anche perso
il diritto di conoscere la data e l'ora del rimpatrio, fatto che rende
molto più difficile ai loro rappresentanti legali agire tempestivamente.

Le deportazioni forzate di rifugiati nel Kurdistan iracheno (Iraq
settentrionale) si ripetono dal novembre 2005. Le deportazioni di massa,
poi, si susseguono fin dal giugno 2008 al ritmo di almeno 50-60 persone
al mese, da quando il Ministero dell'interno ha deciso che l'area del
Kurdistan, a differenza del resto del paese, era "sicura". La Federazione
Internazionale dei Rifugiati Iracheni stima che, dal 2005, 1000 persone
sono state deportate dal Regno Unito in Kurdistan. A dispetto della
presunta "sicurezza", in molti sono morti o scomparsi dopo il rimpatrio
forzato, compreso Hussein Ali, che si è suicidato due giorni dopo essere
"tornato a casa" nel 2008. Molti altri sono stati costretti a nascondersi.

La rete Stop Deportation e la Federazione Internazionale dei Rifugiati
iracheni invitano tutti i gruppi, le organizzazioni e i singoli contrari a
queste azioni brutali da parte del Governo Inglese a ribellarsi perché le
deportazioni di massa in Iraq abbiano fine.


[Da: "Federazione Anarchica Torinese - FAI" <fat -A- inrete.it>]

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