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(it) Comidad, Manuale del Piccolo Colonialista n°11

Date Tue, 3 Mar 2009 08:37:29 +0100



Comidad - Manuale del Piccolo Colonialista N°11
Chi volesse consultare i capitoli precedenti del MdPC, può reperirli
sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce “Documenti”.
ALCUNE NOTE SULLA STORIA DI ISRAELE
I nuovi storici israeliani hanno potuto accedere agli archivi
ufficiali che hanno cominciato ad essere accessibili nel 1978 – la
legge israeliana prevede che essi possano essere aperti solo trenta
anni dopo- La storia di Israele si rivela dunque come quella di molti
altri Stati, nient’altro che un insieme di miti. Molte delle notizie
“rivelate” da questi nuovi storici erano già note, o comunque erano
già intuibili per coloro che si sono dimostrati refrattari alla
propaganda ufficiale; e tuttavia, nel caso di Israele, la forza e la
sistematicità dell’intossicazione informativa, l’allineamento della
cosiddetta stampa indipendente e della cultura critica, la copertura e
il conformismo internazionale sui temi in questione, gli effetti di
dominio e di pulizia etnica che sono risultati da queste distorsioni
comunicative, rendono significative queste conferme basate su
documentazione di prima mano. Sembra superfluo ricordare che molti di
questi nuovi storici israeliani hanno dovuto cambiare aria velocemente
dopo aver pubblicato i loro scritti.

Altri archivi, altri documenti dovranno essere prima o poi resi
disponibili per comprendere il nesso, anche cronologico, che
intercorre tra la nascita del sionismo e le prime compagnie
petrolifere britanniche, quelle che a partire dal 1909, diventeranno
la British Petroleum. Le compagnie petrolifere occidentali
appoggiarono sin dall'inizio, con l'intermediazione di Lord
Rothschild, la prospettiva di un insediamento sionista in Palestina,
per affidargli il ruolo di guardiano del cosiddetto Occidente sul
Canale di Suez, divenuto la via di approvvigionamento del nuovo affare
del petrolio.

Nel 1948, in Gran Bretagna il governo laburista di Attlee era
contrario ad appoggiare la nascita di uno Stato sionista in Palestina
per non alienarsi i rapporti amichevoli col mondo arabo, ma c'è il
sospetto che la British Petroleum abbia scavalcato il proprio
governo, intrattenendo rapporti diretti con Stalin, per ottenere
l'appoggio decisivo dell'Unione Sovietica alla fondazione di Israele,
appoggio sia in termini diplomatici che di armamenti.


• La guerra del 1948 non fu affatto una lotta fra “Davide e Golia” (o
almeno, non con gli Israeliani nella parte di Davide), visto che le
forze ebraiche erano nettamente superiori sia in effettivi che in
armamenti ai loro avversari. Nel momento di maggiore intensità della
guerra civile tra israeliani e palestinesi, si contavano solo poche
migliaia di combattenti palestinesi, male equipaggiati e spalleggiati
dai volontari arabi dell’Esercito di liberazione guidato da Fawzi
Al-Qawuqji.
• Anche quando gli Stati arabi intervennero, il 15 maggio del 1948, i
loro contingenti erano nettamente inferiori a quelli dell’Hagana, che
continuò in seguito a rafforzarsi. Per di più gli eserciti arabi hanno
invaso la Palestina in extremis (e alcuni controvoglia), non per
“distruggere lo Stato ebraico”, cosa di cui sapevano essere incapaci,
ma per impedire a Israele e alla Giordania – in “collusione” secondo
lo storico Avi Shlaïm – di spartirsi il territorio devoluto ai
Palestinesi dal piano di suddivisione dell’Onu del 29 novembre 1947.
• “Noi siamo in grado di occupare tutta la Palestina, non ho alcun
dubbio”, così scriveva Ben Gurion nel febbraio del 1948, tre mesi
prima della guerra arabo-israeliana e alcune settimane prima dei
massicci invii di armamenti da parte dell’Unione Sovietica. Il che non
gli impedì di proclamare senza sosta che Israele era minacciato da un
“secondo Olocausto”.

• Altra favola per anni accuratamente alimentata dai dirigenti
israeliani, è quella secondo cui i Palestinesi avrebbero lasciato le
loro abitazioni e le loro terre volontariamente, in seguito agli
appelli lanciati dalle autorità e dalle radio arabe (trasmissioni che
la propaganda israeliana ha inventato di sana pianta, come dimostrano
le registrazioni integrali realizzate dalla BBC). In realtà, viene
confermato quello che si sapeva fin dagli anni 50, che proprio le
autorità israeliane costrinsero i Palestinesi all’esodo ricorrendo al
ricatto, alla minaccia, al terrore e alla brutalità delle armi per
scacciarli da loro territori.

• La pulizia etnica non fu una conseguenza della guerra, ma un
progetto pianificato e organizzato. Israele accettò formalmente la
suddivisione delle Nazioni Unite, ma i dirigenti sionisti la
giudicavano intollerabile. Certo gli era stata attribuita più di metà
della Palestina, mentre il resto era assegnato agli Arabi autoctoni,
seppur due volte più numerosi degli Ebrei; ma lo Stato d’Israele era
troppo esiguo, ai loro occhi, per i milioni di immigrati attesi;
inoltre quattrocentocinquemila Arabi palestinesi vi avrebbero
coabitato con cinquecentocinquantottomila Ebrei, visto che questi
ultimi costituivano solo il 58% della popolazione del futuro Stato
ebraico. Il sionismo rischiava di perdere la sua ragion d’essere. Haim
Weizmann, futuro primo presidente di Israele si poneva come obiettivo
quello di “Rendere la Palestina tanto ebraica quanto l’America è
americana e l’Inghilterra è inglese”.

• L’espulsione dei Palestinesi ha sempre ossessionato i dirigenti
sionisti; al punto che fin dalla fine del XIX sec. Theodor Herzl
suggeriva al sultano ottomano di deportare i Palestinesi. Ben Gurion
si diceva “favorevole ad un trasferimento obbligatorio, una misura che
non ha niente di immorale.” La guerra del 1948 diede finalmente questa
possibilità: il bilancio dell’epurazione etnica è eloquente: in pochi
mesi, diverse decine di massacri e di esecuzioni sommarie sono state
recensite; cinquecentotrenta villaggi (su un migliaio) distrutti o
riconvertiti per accogliere immigrati ebrei; undici centri urbani
etnicamente misti, svuotati dei loro abitanti arabi…

• In realtà è proprio con la punta delle baionette che i Palestinesi
di Ramleh e di Lydda, quasi settantamila persone, bambini e vecchi
compresi, furono scacciati in poche ore a metà luglio del 1948, su
istruzioni di Ben Gurion. Respinti verso la frontiera con la
Cisgiordania, molti di loro muoiono di stenti per strada. Era avvenuto
lo stesso ad aprile a Jaffa, dove cinquantamila degli abitanti arabi
fuggirono terrorizzati dal bombardamento dell’artiglieria dell’Irgoun
e dalla paura di nuovi massacri. E’ quello che Morris chiama il
“fattore atrocità”.
• Questi orrori sono tanto più ingiustificati in quanto numerosissimi
villaggi arabi, per ammissione dello stesso Ben Gurion, avevano
proclamato la loro volontà di non opporsi alla suddivisione della
Palestina e avevano persino, in alcuni casi, concluso accordi di
non-belligeranza con i loro vicini ebrei. Così era stato per Deir
Yassin, dove, nonostante tutto, le forze irregolari dell’Irgoun e del
Lehi massacrarono gran parte della popolazione.

• In tutto, quasi ottocentomila Palestinesi dovettero prendere la via
dell’esilio tra il 1947 e il 1949, mentre i loro beni mobili e
immobili venivano confiscati. Il Fondo nazionale ebraico si impadronì
di trecentomila ettari di terre arabe, la cui parte più consistente fu
data ai kibutzim. L’operazione fu perfettamente concepita:
all’indomani del voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite,
l’11 dicembre 1948, della famosa risoluzione sul “diritto al ritorno”,
il governo israeliano adotta la legge d’urgenza relativa alle
proprietà degli assenti che, completando quella del 30 giugno 1948
sulla coltura delle terre abbandonate, legalizza retroattivamente la
spoliazione e vieta agli spoliati di rivendicare una qualunque
compensazione o di reintegrare il loro nucleo familiare. Nonostante le
rapine e le violenze cui si abbandonarono i soldati di Tsahal, essi
beneficiarono della totale impunità. La comunità internazionale tacque
per decenni.

• Fin dal 1923 il padre degli ultranazionalisti ebrei Zeev Jabotinski
affermava che bisogna rinunciare ad un accordo di pace prima di aver
colonizzato la Palestina al riparo di “un muro di ferro”, visto che
gli Arabi capiscono solo l’uso della forza.
• Questa dottrina fu messa in pratica dai politici israeliani sia di
destra che di sinistra, che avrebbero sabotato i processi di pace
successivi con la scusa che “non c’è un partner per la pace” (Barak);
i dirigenti israeliani aspettano sempre che la parte avversa si
rassegni ad accettare l’espansione territoriale dello Stato ebraico,
lo spezzettamento e la demilitarizzazione di un ipotetico Stato
palestinese, condannato a divenire un mosaico di bantustan
satellizzati.

2 marzo 2009
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