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(it) Torino 30 giugno. Solidarietà alla rivolta in Iran
Date
Mon, 29 Jun 2009 08:07:33 +0200
Martedì 30 giugno
punto info solidale con i ribelli persiani
dalle 18 in via Po 16 (sotto i portici in caso di pioggia)
I Basiq, squadracce di motociclisti al servizio dei pasdaran, seminano il
terrore colpendo con furia i manifestanti. I morti sarebbero oltre 250. Le
fonti ufficiali ne confermano 20 ma i persiani che vivono nel nostro paese
sanno che il numero è di gran lunga superiore. Alle famiglie è concesso
riavere i corpi dei propri cari uccisi solo se pagano tra i 5 e i 7mila
dollari. Difficile calcolare il numero degli arrestati ma ormai si parla
di diverse centinaia di persone rinchiuse nelle carceri iraniane, dove la
tortura è praticata sistematicamente.
Le squadracce vanno di casa in casa e tolgono le antenne paraboliche per
impedire alla gente di ricevere i canali esteri.
Eppure la rivolta continua a dilagare. Lo scontro di potere tra le elite
che si contendono il governo nella Repubblica islamica, scoppiato dopo i
brogli con cui Ahmadjnejad ha vinto le elezioni, ha innescato una rivolta
su più vasta scala, di cui sono protagonisti i giovani e gli studenti,
insofferenti alla mancanza di libertà imposta dal regime. Uno slogan tra i
più diffusi paragona la guida suprema Ali Khamenei al dittatore cileno
Pinochet.
Nei blog i giovani iraniani rappresentano se stessi in modo molto lontano
dalle regole imposte dalla leadership religiosa che governa il paese dal
1979. Una ventata di libertà, anche se siamo ancora lontani da
un’opposizione netta al potere religioso che controlla il governo, la vita
quotidiana e l’economia persiana.
Il governo italiano con volgare ipocrisia a parole biasima la repressione
in atto, nei fatti continua a fare affari con la Repubblica degli
Ayatollah.
In questi anni il volume degli scambi tra Italia a Iran è costantemente
aumentato. Dopo le sanzioni decretate dall’ONU, dopo le esternazioni
antisemite e revisioniste di Ahmadjneiad, dopo la questione delle centrali
nucleari, il governo del nostro paese ha duramente condannato l’Iran a
parole, nei fatti ha continuato a sostenere le industrie italiane
impegnate in quel paese.
Nel 2007, con un interscambio complessivo di 5,7 miliardi di euro,
l’Italia è stata, tra i paesi dell’Unione Europea, il primo partner
commerciale dell’Iran. Le importazioni dalla Repubblica islamica, per
l’80% petrolifere, sono state pari a 3,9 miliardi, contro esportazioni per
1,8 miliardi, che hanno posizionato l’Italia al terzo posto tra i Paesi
fornitori di Teheran, dopo la Germania e la Francia.
Nel giugno del 2008 si è svolto a Roma il vertice FAO cui ha partecipato
anche il presidente iraniano Ahamadjnejad. In quell’occasione Berlusconi
ha rifiutato di ricevere a palazzo Chigi il “novello Hitler”. Peccato che
negli stessi giorni il “novello Hitler” incontrasse, sempre a Roma, alcuni
top manager di importanti aziende pubbliche italiane, come l’Ansaldo e la
Fata del gruppo Finmeccanica.
L’Iran è ricco di petrolio e gas, il quarto produttore di greggio al
mondo, e da molti anni vi è una consolidata tradizione di interscambi e
progetti di sviluppo realizzati da imprese italiane. I soldi non puzzano
di sangue e la politica non deve permettersi di interferire.
Anzi!
I programmi di assicurazione all’export dell’Italia verso l'Iran ammontano
a circa 4,5 miliardi di euro: tra i paesi UE, l’Italia è seconda solo alla
Germania.
La SACE, principale Agenzia di Credito all’Esportazione in Italia al 100%
di proprietà del Ministero del Tesoro, assicura le imprese che realizzano
progetti e investimenti in Iran contro il rischio politico e commerciale
di insolvenza.
Ai nobili sostenitori del libero mercato ricordiamo che l’economia
iraniana è all’80% in mano alla leadership politico-religiosa, poiché in
base all’articolo 44 della Costituzione Khomenista “industria di larga
scala, commercio estero, minerali, banche, assicurazione, energia,
telecomunicazioni, infrastrutture civili e industriali" dovevano essere di
proprietà pubblica ed amministrati dallo stato. Il rubinetto del petrolio
e del gas è in mano ai preti, così come le scelte di partnership
commerciale che tanto stanno a cuore ai capitalisti nostrani.
I ribelli persiani che in questi giorni rischiano la vita nelle strade del
loro paese valgono solo una formale dichiarazione di “preoccupazione” del
ministro degli esteri Frattini, che il 21 giugno dice “che l’Occidente
deve scegliere”. Occhio e croce il governo italiano ha già scelto. La
scelta di sempre. Quella che ogni giorno viene fatta anche sulla pelle dei
lavoratori italiani: dalla parte dei padroni e del loro affari.
Noi, nel solidarizzare con i manifestanti iraniani, non possiamo che
augurarci che la lotta, che in questi giorni ha investito anche banche e
uffici pubblici, sappia far crescere la consapevolezza che la libertà,
quella vera, non è scegliere il politico o il prete giusto ma cacciare via
tutti i preti e tutti i governi.
Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torinese – FAI
Corso Palermo 46
La sede è aperta ogni giovedì dopo le 21
fai_to@inrete.it
338 6594361
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