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(it) FdCA: Affrontare la crisi
Date
Thu, 29 Jan 2009 21:11:35 +0100
Il 2009 si apre con l'avverarsi delle temute conseguenze della crisi
finanziaria sulla cosiddetta economia reale: crollo del credito,
crollo della domanda, crollo della produzione, cassa integrazione e
licenziamenti, precarizzazione occupazionale e sociale sempre più
diffusa (il 12% degli occupati a settembre 2008 in Italia, si stima in
1 milione i posti di lavoro sacrificati )
Che le crisi finanziarie si sviluppino, dal punto di vista
cronologico, prima di quelle della produzione, porta all'illusione che
esse ne siano la causa mentre non ne sono che l'effetto, anche se,
ovviamente, l'effetto a sua volta reagisce sulla causa, aggravandone
le conseguenze.
E' da due decenni che in molti paesi dell'occidente, a cominciare
dagli Stati Uniti, i salari reali diminuiscono, che si assiste a un
reale impoverimento delle classi lavoratrici e ad una concentrazione
della ricchezza in poche fasce privilegiate. Si è cercato in tutti i
modi di accrescere i consumi con la vendita a credito per ogni tipo di
bene, con i mutui per le case. E più il reale potere d'acquisto dei
salari di buona parte della popolazione era modesta, più col credito
si dava a tanti l'illusione del benessere, condannandoli a una spirale
prestito/debito fatta di schiavitù verso le banche e le agenzie
finanziarie. Questo stato di impoverimento salariale e di forte
indebitamento sul reddito (il 48% in Italia) ha provocato un
indebolimento della capacità di lotta dei lavoratori, i quali
–ostaggio del bisogno di reddito- temono per il proprio posto di
lavoro. Dal crescente squilibrio tra la capacità di consumo reale
della popolazione e la capacità produttiva, americana o di paesi
esportatori nasce l'enorme debito su cui si è formato un
fantasmagorico castello finanziario.
La crisi economica, diventata recessione, ricade dunque sulla sua
origine e mette a nudo quelle scelte fatte dal capitalismo che hanno
caratterizzato l'attuale fase neoliberista di subordinazione della
forza-lavoro e di massima estrazione possibile di profitti dal suo
sfruttamento:
- L'aumento dello sfruttamento del lavoro (orari e straordinari),
aumento dell'età pensionabile, l'intensificazione dei ritmi di lavoro,
ecc.
- La riduzione del salario al di sotto del suo valore, il
rallentamento della dinamica salariale per privilegiare il salario
legato alla produttività aziendale, la mancanza di un sistema
automatico di rivalutazione rispetto all'aumento dei prezzi….
- l'abbattimento dei costi del capitale, dai materiali meno costosi
nella produzione o a macchinari obsoleti al risparmio sulle misure di
sicurezza e di prevenzione, causa di incidenti mortali e non sui posti
di lavoro.
- l'attrazione di manodopera (in grandissima parte lavoratori
immigrati) da utilizzare in settori a basso salario ed alti profitti.
- la crescita delle esportazioni, (vedi Germania, primo esportatore
mondiale); oppure investendo capitali all'estero, facendo leva sui
salari inferiori di Asia, Africa, America latina e Europa orientale, o
ancora la delocalizzazione della produzione con esternalizzazioni o
trasferimenti di intere aziende, ecc.
- l'accrescimento del capitale azionario con investimenti a solo
titolo speculativo sui titoli o sui dividendi di grandi conglomerati,
la sottrazione di capitali alla produzione.
Ora gli Stati, del tutto conniventi con le loro politiche
generalizzate di tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni dei
servizi sociali, cercano di "governare" la crisi, elargendo miliardi
di dollari e di euro alle banche ed alle istituzioni finanziarie, ma
appaiono del tutto riluttanti a ri-mettere in campo politiche di
tutele e protezione sociale che possano espandere il debito pubblico o
rilanciare la domanda; preferiscono piuttosto "governare" la
diffusione della precarietà e della povertà con le dure repressioni
che stanno colpendo in diversi paesi le proteste e le manifestazioni
dei lavoratori espulsi dalla produzione. Le cosiddette politiche
neo-keynesiane, se esistono, si collocano sul campo della produzione
militare e della guerra endemica che trova le sue recrudescenze ora in
Afghanistan, ora in Pakistan, ora in Palestina con grande strage di
popolazione inerme e distruzione di risorse. Oppure si collocano sul
campo del controllo, dello sfruttamento e della commercializzazione
delle risorse energetiche. Entrambe facce spietate dell'imperialismo e
delle sue articolazioni regionali.
In Italia, il governo di destra, che interpreta il potere esecutivo in
modo totalitario, non intende procedere sulla strada di soluzioni di
sostegno ai redditi, preferendo altrimenti la strada della carità, ma
soprattutto si impegna nell'inasprimento di
• politiche razziste che puntano alla vera e propria discriminazione
verso gli immigrati, 2 volte vittime della crisi;
• politiche autoritarie che militarizzano il territorio e lo
sottraggono alla gestione diretta di chi ci abita; o che limitano
scelte individuali di vita, etiche e riproduttive
• politiche di riduzione del reddito e induzione all'indebitamento che
aumentano la ricattabilità della classe lavoratrice, di fronte
all'indebolimento e allo svuotamento delle contrattazioni collettive e
delle lotte sindacali;
• politiche di distruzione della sfera pubblica e sociale, dalla
scuola ai trasporti, dalla sanità alla previdenza
• politiche di impoverimento culturale tramite la dittatura
mass-mediatica, i tagli alla cultura, gli sgomberi anche feroci di
centri sociali autogestiti ad opera della amministrazioni locali
• Uso indiretto dell'intolleranza e della bestialità neofascista per
colpire minoranze etniche, di genere e politiche
Si apre un durissimo anno di lotta, in cui i colpi della crisi si
intrecceranno con gli effetti delle scelte politiche fatte dal governo
e di alcuni contratti di lavoro disastrosi, condivisi da alcuni
sindacati collaborazionisti come CISL e UIL. La firma dell'accordo che
sancirà le nuove condizioni e modalità della contrattazione per i
prossimi 15 anni (con tutto quello che ne consegue in termini di
annullamento del conflitto sindacale e degli organismi di base operai
nei luoghi di lavoro); il progetto di innalzamento dell'età
pensionabile; l'applicazione dei tagli sulla scuola pubblica, non
potranno che rendere più difficili le condizioni di vita dei
lavoratori che verranno espulsi dai luoghi di lavoro e che si
troveranno, insieme a tanti loro compagni di lavoro già licenziati, in
una situazione di precarietà che si annuncia irreversibile.
E' necessario fermare ogni forma di allontanamento dal luogo di lavoro
di tutti i lavoratori/trici, italiani ed immigrati; è necessario non
procedere alla cassa integrazione a zero ore; è necessario ridurre
l'orario di lavoro per lavorare tutti, ma senza perdita di reddito; è
necessario rifiutare ogni richiesta di straordinari o di flessibilità
oraria che danneggi altri lavoratori; è necessaria una battaglia
salariale per aumenti sganciati dalla produttività e che non si
facciano schiacciare dalla bassa inflazione, recuperando il fiscal
drag ed il carico fiscale sulle retribuzioni, per sostenere una
domanda popolare legata ai bisogni materiali immediati ed alla
esigibilità dei diritti fondamentali. E' necessario il controllo dal
basso sulla contrattazione ed occorre vigilare contro il fascismo
aziendale attraverso strutture assembleari nei posti di lavoro.
La crisi economica diffonde sfiducia ed individualismo,
disorientamento ed isolamento; la crisi economica porta in grembo
tentazioni dirigistiche ed autoritarie che si fanno realtà con
politiche di emarginazione e di punizione che puntano allo
sfilacciamento di qualsiasi forma di solidarietà, di lotta, di
organizzazione, di reticolarità che partendo dal basso, si opponga ad
ogni definitiva normalizzazione e possa fare a meno delle
compatibilità capitalistiche.
Il movimento nelle scuole e nelle università ha dimostrato di poter
restituire autonomia ed iniziativa di massa a strutture nate dal basso
e radicatesi nei territori, tramite i comitati popolari e le reti.
Questo movimento ha bisogno del protagonismo e della partecipazione
degli attivisti anarchici perché mantenga tali caratteristiche
nell'affrontare le ulteriori lotte che già si approssimano.
Il movimento dei lavoratori, in più di un'occasione, con scioperi
generali o di categoria nell'autunno 2008, ha dimostrato di poter
riprendere con forza autonomia e capacità di mobilitazione, sostenuto
dalla CGIL (trascinata dalla sua anima conflittuale) e dal
sindacalismo di base; ma ora –in vista dello sciopero del 13 febbraio-
ha bisogno di una solidarietà ancora più grande e di una mobilitazione
ancora più ampia a fronte della stessa ampiezza della crisi economica.
Occorre costruire dal basso un movimento contro la precarietà, che
attraversi tutti i settori lavorativi, che si ponga come soggetto
conflittuale e rivendicativo nel territorio e nella società per
ottenere il mantenimento dei posti di lavoro e le tutele sociali
legate ai diritti fondamentali di vita e di cittadinanza, per
sconfiggere la solitudine dei lavoratori espulsi dai posti di lavoro,
per ricucire interessi collettivi e condivisi di fronte all'offensiva
della crisi capitalistica.
Il movimento contro la guerra, sulla base dell'indignazione per la
strage di Gaza, può riaprire una stagione di mobilitazioni e di lotte
autogestite per la pace, per la smilitarizzazione, per il disarmo, per
la ricostruzione di una coscienza diffusa dei mali insiti nelle
politiche imperialiste (sfruttamento, guerre, distruzioni,
terrorismo), e dei loro attori, per la demistificazione della guerra
come volano dell'economia, per l'appoggio concreto alle iniziative
anti-imperialiste ed anti-espansioniste, per la diffusione della
solidarietà internazionale degli oppressi al di là delle identità
nazionali, delle religioni, degli Stati.
Tali questioni sono ormai all'ordine dl giorno in moltissimi paesi
europei e di altri continenti. La mobilitazione internazionale di
massa ed al suo interno la presenza coordinata dei comunisti anarchici
e delle loro organizzazioni politiche è auspicabile e praticabile per
rilanciare la democrazia di base e dal basso, la democrazia diretta
nei nostri paesi, la difesa e la creazione di spazi collettivi di
base, autogestiti e di decisionalità nel territorio e nei posti di
lavoro, dove radicare la lotta anticapitalista e costruire
l'alternativa libertaria alla barbarie della crisi scatenata dal
capitalismo e dagli Stati.
71° Consiglio dei Delegati della FdCA
Pesaro, 25 gennaio 2009
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