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(it) Comidad, le news del 27 agosto 2009

Date Sun, 30 Aug 2009 22:07:16 +0200



Comidad, le news del 27 agosto 2009
NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la
voce “Commentario” e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.
PROVE TECNICHE DI PRIVATIZZAZIONE DELL’ENEL
Dal 22 luglio la provincia di Napoli è stata coinvolta in una serie di
black-out dell’energia elettrica di crescente gravità. La prima ad
essere colpita è stata una delle zone più centrali della città, che
comprende la Prefettura, il Municipio ed il Palazzo Reale. Sette ore
che hanno paralizzato ogni attività amministrativa, commerciale e
turistica.
Il 10 agosto è toccato all’isola d’Ischia di sprofondare in un
black-out infinito, il 14 agosto a Capri. Nei casi di Napoli e di
Ischia le giustificazioni della società Terna - un alter ego dell’ENEL
- , che gestisce il sistema di linee ad alta tensione, è la stessa:
una ditta (estranea alla stessa società), nell'esecuzione di lavori di
scavo, ha tranciato un cavo. E’ una giustificazione ad effetto, che
scarica il gestore di ogni responsabilità di fronte all’opinione
pubblica, ma che non regge di fronte ad una elementare analisi della
rete elettrica esistente in tutta Italia da alcuni decenni.
Tutte le stazioni elettriche ad alta e media tensione fanno parte di
una rete a maglie per cui, se viene meno l’alimentazione da un lato
della maglia, immediatamente viene attivata l’alimentazione da uno
degli altri lati. Non ci vogliono sette ore per ovviare ad un guasto
come quello descritto dalla società Terna; se si fosse trattato di un
guasto diverso (fuori servizio simultaneo di uno o più trasformatori o
altro) sarebbe stato comprensibile, ma non giustificabile.
Potrebbe anche darsi che, per difetto di manutenzione - magari voluto
-, alcuni lati delle maglie non siano pronti a garantire l’alternativa
e, in tal caso, si cadrebbe nell’emergenza. Un fatto di questo genere,
in un sistema tecnologico pubblico come quello gestito dall’ENEL,
sarebbe inammissibile; solo in un sistema in cui i servizi pubblici
essenziali siano privatizzati costituisce la norma, perché l’emergenza
è molto più remunerativa. Quindi è difficile pensare ad un caso
fortuito.
L’importante è saper gestire l’emergenza con un efficiente programma
di relazioni pubbliche e di controllo dei media, come ha dimostrato di
saper fare la californiana Enron, la quale usava i black-out, con le
relative emergenze, per estorcere finanziamenti pubblici che, in più,
consentivano alle sue azioni di schizzare in alto non appena giungeva
la notizia del finanziamento pubblico.
È ancora nella memoria di molti il megablack-out del 28 settembre
2003, che colpì tutta l’Italia, da Nord a Sud. Anche per
quell’incredibile episodio non vi fu alcuna spiegazione decente, e i
media arrivarono a raccontare della caduta di un albero su un
traliccio dell’energia elettrica, come se i tralicci fossero dei
semplici pali di legno, piuttosto che, come minimo, delle strutture di
cemento armato; ma nella generalità dei casi si tratta oggi di
strutture di acciaio zincato, tecnologicamente molto complesse,
studiate e progettate, caso per caso, da pool di architetti ed
ingegneri per rispondere in condizioni estreme a sforzi eccezionali,
altro che caduta di alberi.
L’omertà mediatica non fu sufficiente al governo Berlusconi di allora
per trarre dall’emergenza i risultati sperati. Si farfugliò di ritorno
al nucleare, ma poi l’ipotesi cadde, in attesa di tempi migliori, che
sono poi quelli attuali, dato che la decisione di costruire delle
nuove centrali nucleari è stata presa dal Parlamento poche settimane
fa. Il fiasco di allora fu evidente quando nessun impulso efficace
alla ulteriore privatizzazione dell’ENEL riuscì a sortire dal pretesto
dell’emergenza.
Sono quattordici anni che i governi, sia di centro-destra che di
centro-sinistra, cercano di privatizzare sul serio l’ENEL. Nel 1999 il
governo Amato - il terzo della legislatura, dopo quelli di Prodi e di
D’Alema -, sembrò riuscire finalmente a fare il colpo, e l’ENEL venne
trasformata in una SPA. Nel luglio del 2001 la Corte dei Conti dovette
però constatare che la privatizzazione non procedeva, poiché non
c’erano investitori in grado di comprare le azioni ENEL al loro valore
effettivo. La Corte dei Conti concludeva che, visti i profitti
giganteschi ottenuti dall’ENEL e la modernità dei suoi impianti,
occorresse evitare di operare delle svendite.
La strada imboccata dal privatizzatore per eccellenza - il finto
socialista e vero sicario delle multinazionali, Giuliano Amato, colui
che nel 1993 aveva operato la prima privatizzazione del Pubblico
Impiego - si era rivelata senza sbocco, frutto di inesperienza.
Nessun investitore privato disponeva infatti delle cifre necessarie
per avvicinarsi al valore effettivo dell’azienda elettrica. Neppure le
multinazionali del settore pensarono seriamente di sborsare cifre del
genere, perché se si fossero regolate acquistando regolarmente ciò che
possiedono, oggi non lo possiederebbero affatto.
Occorre anche considerare che la parte del gruppo dirigente dell’ENEL
ostile alla privatizzazione, dispone di risorse finanziarie immense,
in grado di inceppare con argomenti molto concreti il processo di
privatizzazione, spegnendo l’entusiasmo dei privatizzatori ed
assottigliando le loro file, grazie a tangenti di proporzioni
rispettabili. ENEL ed ENI sono oggi i gruppi industriali che producono
i maggiori profitti in Italia, sono delle SPA solo di nome - dato che
la maggioranza delle loro azioni è ancora nelle mani dello Stato -, e
inoltre rappresentano due enti complementari, facce della stessa
medaglia. L’attuale Amministratore Delegato dell’ENI, Scaroni, aveva
già ricoperto lo stesso incarico nell’ENEL e, prima ancora, era stato
rieducato nelle patrie galere ai tempi di Mani Pulite.
Oggi Amato e i suoi discepoli hanno studiato meglio l’argomento, hanno
messo da parte la mitologia del capitalismo e i libri di fiabe sul
libero mercato, con quei leggendari personaggi chiamati
“imprenditori”, meno realistici di elfi, folletti e gnomi. Amato ha
scoperto così che le privatizzazioni non sono il risultato di vendite,
e neppure di svendite, ma di furti. Furti non solo in senso morale, ma
in senso tecnico-giuridico, cioè una somma di illegalità di Stato e di
atti terroristici compiuti sotto il ricatto di emergenze provocate ad
arte.
L’atteggiamento indifferente di una parte dell’opposizione sociale di
fronte al tema delle privatizzazioni, si alimenta di una visione in
cui si confrontano i modelli astratti del capitalismo privato da una
parte e del capitalismo di Stato dall’altro; una visione che non tiene
conto del fatto che è proprio lo Stato a pagare le privatizzazioni,
attraverso la rapina ai danni del contribuente. È la spesa pubblica a
finanziare le privatizzazioni, ed è la spesa pubblica a sostenerle,
dato che il privato, appena supera la dimensione artigianale, è in
realtà un sussidiato dallo Stato.
Privatizzazioni e nazionalizzazioni hanno seguito storicamente un
percorso pendolare: alla fine dell’800 lo Stato italiano ha finanziato
la nascita dei settori industriali e delle infrastrutture fondamentali
(energia elettrica, siderurgia, ferrovie, ecc.), poi ne ha attuato la
privatizzazione, spesso a vantaggio di compagnie con partecipazione
straniera; successivamente si sono rese necessarie le
nazionalizzazioni per salvare le infrastrutture dal decadimento, e i
privati hanno intascato i proventi del risarcimento statale. Una volta
che le infrastrutture siano state risanate e rimodernate, si ripropone
l’urgenza di privatizzare di nuovo, ovviamente senza che i privati ci
rimettano un soldo, perché sarà sempre la spesa pubblica a pagare le
privatizzazioni.
Paradossalmente, le tasse e la spesa pubblica vanno a vantaggio
proprio di quel settore della società che esprime il maggior numero di
evasori fiscali. La propaganda ufficiale alimenta la menzogna secondo
cui le tasse e la spesa pubblica servono a sostenere la spesa sociale,
i pubblici servizi; mentre, in effetti, solo una minima parte della
spesa pubblica diventa spesa sociale, e il pubblico denaro viene
impiegato soprattutto per sostenere l’artificio della proprietà
privata dei grandi mezzi di produzione e delle banche.
La sedicente “democrazia occidentale” ricorre anche alle armi del
raggiro pur di nascondere all’opinione pubblica la presenza degli
artigli privati sulla spesa pubblica. È, ad esempio, appena dell’altro
ieri la sceneggiata mediatica del presidente USA Obama, che avrebbe
“riconfermato” Bernanke per altri quattro anni alla presidenza della
Federal Reserve.
In realtà la Federal Reserve, a dispetto del suo nome, è una banca
privata, di proprietà di altre banche private, e il Presidente degli
Stati Uniti non ha nessun ruolo nelle nomine al suo interno. Sta di
fatto che, a questa banca privata, il Congresso USA ha completamente
delegato, nel 1913, la gestione monetaria nazionale; ed il
presidente-fantoccio degli Stati Uniti viene chiamato oggi a plaudire
pubblicamente, con frasi equivoche, alla riconferma di Bernanke, in
modo da far credere a tutti che si tratti proprio di una decisione di
Obama in persona.
Senza un gioco sporco, senza cortine fumogene, senza una serie di
attacchi terroristici che colpiscano sia alla periferia che al cuore
del bersaglio prescelto, le privatizzazioni delle risorse pubbliche
non possono essere effettuate. Nel caso dell’ENEL, serviranno anche
contenziosi giudiziari - come quello che i Comuni capresi, esasperati,
hanno già avviato -, e persino sospetti di infiltrazione della
malavita organizzata, con relative inchieste giudiziarie. Insomma
qualcosa che offra il pretesto al governo per dei commissariamenti,
dapprima su base locale, poi nazionale.
Dai commissariamenti si potrà poi procedere allo smembramento, alla
spartizione dell’ENEL tra i privati; per la felicità dell’Anti-trust,
che, manco a dirlo, è una creatura di Giuliano Amato.
27 agosto 2009

Se non desideri continuare a ricevere informazioni dal Comidad, o vuoi
fare delle osservazioni, invia un messaggio a: webcomidad@comidad.org
. Grazie.



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