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(it) "Kronstadt" - gennaio 2008: Analisi geopolitica dell'attuale contesto mediorientale
Date
Thu, 28 Feb 2008 10:47:33 +0100 (CET)
La recente conferenza di Annapolis e il viaggio svolto dal Presidente
americano Bush in Medio Oriente sono due tappe di importanza notevole nel
ridisegnarsi della posizione della Casa Bianca rispetto al progetto di "Grande
Medio oriente".
Non è un mistero che il segretario di Stato Condoleeza Rice e la lobby
repubblicana dei realisti alla Kissinger abbia iniziato fin dalla data della
seconda elezione del giovane Bush a cercare di spostare il focus
dell'intervento americano nell'area, fortemente piegato dal lavoro svolto
dalla galassia neoconservatrice che ha detenuto nel primo quadriennio bushista
tutte le posizioni chiave nella sua amministrazione. Gli assunti centrali del
gruppo di potere che ha governato la politica mondiale americana tra il 2000 e
il 2006 sono stati quelli della centralità di Israele come unico partner
possibile nell'intera area mediorientale, del progetto di rovesciamento
progressivo di tutte le amministrazioni nazionaliste locali, tanto quelle di
tipo religioso, quanto quelle di tipo laico e di sostituzione di queste con
una serie di regimi formalmente democratici, divisi al proprio interno in
componenti religiose, etniche e claniche e intimamente deboli. Il modello
libanese è stato esplicitamente assunto dai neoconservatori e dai loro
portavoce all'interno dell'Amministrazione Bush come il modello ideale di
stato da promuovere nel nuovo Medio Oriente.
La suddivisione delle cariche e dei poteri all'interno dell'Iraq
occidentalizzato è di una chiarezza esemplare in questo senso: un Presidente
Kurdo, un Primo Ministro arabo sciita appartenente alle tribù della zona di
Bassora, un Presidente del Parlamento arabo sunnita appartenente ai clan del
nord dell'Irak.
Questo modello però è andato in frantumi di fronte alla capacità dell'Iran di
funzionare come agente regionale di attrazione e riferimento per la dispersa
ma consistente galassia sciita presente in tutti i paesi arabi e costretta ad
unificare le sue posizioni proprio a causa della creazione americana di una
costituzione materiale del Medio Oriente basata sull'appartenenza in primo
luogo religiosa. Così gli sciiti libanesi, quelli irakeni e le stesse comunità
appartenenti alla "fazione di Alì" dei paesi del Golfo hanno dovuto iniziare a
guardare a Teheran ben al di là delle precedenti posizioni politiche dei loro
partiti. In altre parole l'Iran è stato il principale beneficiario dell'azione
politica dei neoconservatori americani.
Si è avuto così il paradosso di una politica che invece di cancellare tutti
gli avversari regionali dell'Occidente come preventivato, ha permesso
all'unico attore regionale di un certo peso, oltre Israele, di trovarsi senza
avversari locali degni di questo nome.
L'Irak americanizzato è in realtà filo iraniano anche perché più di metà del
personale di potere locale proviene da partiti ospitati per decenni a Teheran
durante la dittatura di Saddam Hussein, in Libano il partito filo siriano
Hezbollah è sempre più schierato su posizioni vicine all'Iran, e la stessa
opposizione nazionalista cristiana, delusa dall'asse con in sunniti filo
sauditi di Hariri, vede nell'Iran l'unico riferimento di peso capace di
equilibrare il ruolo dei palazzinari e dei finanzieri legati a doppio filo a
Riyad.
Che Michel Aoun, esiliato in quanto anti siriano dal 1991 al 2004 sia alleato
di Hezbollah e parli in modo esplicito dell'Iran come componente centrale di
un Medio Oriente senza potenze egemoni, è significativo. Una guerra contro
l'Iran in queste condizioni sarebbe stata per gli USA un'avventura in sicura
perdita. Anche perché il continuo aumento del prezzo del petrolio favorisce
sul breve periodo le grandi multinazionali americane, inglesi e olandesi che
operano nel settore ma ha già rivitalizzato una potenza morente come la Russia
e sta fornendo benzina ai progetti nazionalisti dei regimi nazional-populisti
in America Latina il cui obiettivo primario è l'indipendenza effettiva da
Washington. E' evidente che per Washington l'aumento del prezzo del petrolio
può essere un'occasione meravigliosa di profitti solamente a patto di
mantenere il controllo assoluto delle fonti di approvvigionamento. La
situazione oggi è ben differente: la Cina e in subordine l'India, grandi
acquirenti di petrolio il cui peso nel pompaggio di oro nero è destinato ad
aumentare, è riuscite a strappare contratti favorevoli in Africa e in America
Latina bypassando controllo e mediazioni USA, la Russia sfrutta il proprio
patrimonio di gas naturale con una capacità sempre maggiore di porre
condizioni politiche e commerciali agli acquirenti europei che sono sempre più
freddi verso le crociate americane per strappare i paesi ex sovietici
dall'orbita di Mosca, la guerriglia in Irak ha finora impedito alle
multinazionali made in Washington di sfruttare il potenziale del paese.
In questo quadro la situazione palestinese riveste ancora una centralità
incontestabile perché il posizionamento rispetto alla stessa è ancora il metro
di giudizio sulla credibilità dei regimi nazionalisti che pretendano di
opporsi all'egemonia occidentale in Medio Oriente e perché nonostante tre
sconfitte dei paesi arabi e l'asfissia di due rivolte autoctone, la
popolazione locale continua a non accettare passivamente i 40 di occupazione
israeliana e la progressiva colonizzazione delle terre. D'altra parte i
settori più lungimiranti della stessa politica israeliana sanno che un accordo
con i palestinesi sarebbe il viatico per l'inserimento in pieno di Tel Aviv
all'interno della realtà politica, economica e commerciale del medio oriente.
L'economia israeliana è attualmente in stallo e sopravvive a fatica vendendo
componenti hi-tech a basso prezzo agli USA e conta sugli aiuti di questi per
permettere al suo spropositato apparato militare a sopravvivere; questo mentre
i mercati dei vicini paesi arabi sarebbero più che interessati a ricevere i
beni di consumo ad elevato grado tecnologico che Israele produce. Un esempio
chiaro di come la politica internazionale e il posizionamento di un paese
dipendente nella guerra globale per le risorse determini la sua situazione
economica in misura ben maggiore degli interessi immediati delle proprie
classi dominanti di tipo economico. Ai tempi delle prime trattative di pace la
scommessa dei Rabin e dei Peres era proprio quella di integrare Israele
nell'insieme economico del Medio Oriente e l'amministrazione Clinton contava
proprio su questo processo per rafforzare la propria presa nell'area.
L'offensiva neoconservatrice, le politiche di distruzione dei regimi non
allineati e la catastrofica invasione dell'Irak hanno prodotto la fine di quel
processo e un nuovo isolamento israeliano. Quest'ultimo ha dovuto toccare la
profondità della propria impotenza quando l'amministrazione Olmert non è stata
capace di "spazzare via" Hezbollah dal Libano in tre settimane come promesso e
ha anzi dato alle milizie sciite l'occasione per porsi al centro della vita
politica del piccolo paese e di cementificare un'alleanza con i cristiani
maroniti sulla base del nazionalismo. L'abbandono della striscia di Gaza ad
Hamas e la sua contemporanea criminalizzazione internazionale non ha giovato
ai piani di Washington e nemmeno a quelli più locali di Tel Aviv che anzi
hanno subito un altro danno dalla possibilità offerta a Teheran di supportare
un avversario di Israele con il quale non avevano alcuna relazione diretta.
In questo quadro va vista la crescente tensione sul nucleare iraniano che è il
vero antefatto alla conferenza di Annapolis.
La strategia americana è diventata quella del contenimento di Teheran da
attuarsi con la paziente costruzione di un asse dei paesi sunniti preoccupati
dall'ascesa iraniana nell'area. Il mutamento di strategia è deciso se si pensa
che solo cinque anni fa' lo stato maggiore dell'intellettualità
neoconservatrice proponeva in modo esplicito all'amministrazione Bush di
scaricare gli stessi sauditi, il regime egiziano e gli altri Emirati per
favorire un processo di democratizzazione dei paesi dell'area in salsa
americana e a guida israeliana. La nuova direzione intrapresa dalla seconda
amministrazione Bush è invece centrata sull'esigenza di Washington di trovare
alleati credibili nella zona al di là dello scontato appoggio israeliano.
La fuga in avanti attuata dal regime iraniano con l'elezione del populista
Ahmadinejad e con la rivendicazione pubblica e internazionale dei progetti di
dotazione dell'energia nucleare sono stati la nuvola di polvere necessaria
agli strateghi della Casa Bianca per riposizionarsi nello scenario
mediorientale. Il fine di questa strategia è quello di piegare il regime di
Teheran ad accettare la primazia di Washington in Medio Oriente e il ruolo
centrale dell'alleato israeliano in questo scenario. Le mosse per aggiungere
questo obiettivo sono state sostanzialmente quattro:
- la prima è stata quella di costruire un'alleanza di paesi sunniti
cointeressati al mantenimento del ruolo americano in Medio oriente e
preoccupati che l'Iran non ottenga, utilizzando strumentalmente la causa
palestinese e l'ideologia del riscatto islamico, un ruolo di potenza regionale
superiore a quello dell'Egitto e dell'Arabia Saudita;
- la seconda mossa è stata quella di Annapolis ripetuta con il viaggio in
Israele e Palestina di queste settimane; ossia la rivendicazione di uno stato
palestinese senza Gerusalemme e senza profughi in Israele come precondizione
per disinnescare la mina palestinese;
- la terza è stata quella di staccare la Siria dall'Iran invitandone i
responsabili al vertice di Annapolis e operando in senso mediatorio
all'interno della situazione libanese, riuscendo quasi ad ottenere dal fronte
sunnita filo saudita garanzie per Damasco sul ruolo dei suoi alleati
all'interno del piccolo paese mediterraneo. Ad Annapolis, inoltre, è stata
fatta balenare alla Siria la possibilità di chiudere la partita del Golan con
una restituzione quasi completa del territorio occupato da Tel Aviv nel 1967;
- la quarta mossa è stata la relazione pubblica della CIA che ha sostenuto che
Teheran avrebbe abbandonato fina dal 2003 ogni tentativo di dotarsi di armi
nucleari. In questo caso il messaggio è stato rivolto all'opposizione
conservatrice e liberale interna al regime iraniano che si sta preparando a
scalzare il presidente populista e "avventurista" e a trovare un accordo con
Washington che, necessariamente, vorrà dire un ridimensionamento delle
ambizioni dell'antica Persia nell'area.
Con queste premesse e questi obiettivi è stata ridisegnata ad opera dei vecchi
realpolitiker repubblicani la strategia della Casa Bianca, resta da vedere se
ancora una volta come in Pakistan il vecchio "diavolo" americano avrà
fabbricato una pentola alla quale non è in grado di applicare un coperchio
adatto. Ancora una volta la piega ideologica dello scontro e l'assoluta
cancellazione delle radici sociali dell'emersione dell'estremismo islamico
saranno probabilmente il tallone di Achille che impedirà agli Stati Uniti di
giocare quel ruolo di controllo e di "paterno protettorato" che aspirano a
imporre a tutte quelle aree del terzo mondo che possiedono le risorse
energetiche, economiche o strategiche necessarie alla continuità del loro
dominio sull'economia mondiale.
Stefano Capello
Da "Kronstadt" - Foglio anarchico e libertario del gruppo Kronstadt Toscano
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