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(it) "Kronstadt", novembre 2007: Stato e politica: ma quanto ci costa?

Date Wed, 28 Nov 2007 14:01:49 +0100 (CET)


STATO E POLITICA: MA QUANTO CI COSTA?
Perché pronunciarci sull'argomento
Il vaffa-day di Beppe Grillo ha riportato l'attenzione dei mass-media sui
privilegi di cui gode la casta politica italiana e sulla consapevolezza che
esiste in una parte della società, la quale si sente sempre più lontana dai
partiti.
Infatti, se non sono conosciuti nei dettagli quali siano tutti i privilegi di
cui godono i politici e gli alti funzionari di stato, nella popolazione è
diffusa la coscienza che se i partiti si scannano e si dividono, su un aspetto
sono quasi del tutto unanimi, nel mantenere e accrescere i propri profitti.

Ciclicamente escono pubblicazioni o proclami di politici che si pronunciano
sull'argomento riconoscendo o denunciando furbescamente e senza neanche troppo
imbarazzo, lo sperpero delle risorse pubbliche che avviene nello stato. Ma
puntualmente ogni volta, tutto si risolve in una bolla di sapone o in un po'
di fumo negli occhi.

Altri politicanti invece, molto preoccupati, si affrettano subito a bollare di
qualunquismo qualsiasi malumore popolare anti-partito.

Il problema però riemerge puntualmente e soprattutto durante periodo di
sacrifici e crisi economica come quella che stiamo attraversando. E noi
anarchici come ci poniamo di fronte a tutto ciò?

In realtà, stiamo parlando di un argomento così basilare per noi, proprio
perché svela la natura parassitaria e prevaricatrice dello stato, che potrebbe
sembrarci scontato e banale.

Ma così non è, poiché non si tratta solo di denunciare la corruzione
dilagante, non stiamo parlando di tangentopoli e quindi di un meccanismo
deviato, non funzionante. Vogliamo parlare proprio del meccanismo ufficiale,
del funzionamento dello stato, del suo apparato politico-amministrativo, vero
e proprio pachiderma parassita della società.Ingenti risorse, saccheggiate
alla società e soprattutto al lavoro dipendente, vengono utilizzate per far
vivere la casta politica, la sua burocrazia e per riprodurre le sue clientele.
Lo sperpero di queste risorse stride enormemente con i sacrifici che questi
signori ci impongono, solo per risanare i conti in rosso, creati da loro
stessi. E tutto questo avviene con l'arroganza tipica del potere, la
sfacciataggine di chi non si vergogna più ad ingrassarsi, mentre muove guerra
ai più deboli, i lavavetri, fomentando gli aspetti peggiori dell'umanità e
cercando di distogliere l'attenzione dei cittadini dai problemi reali.


Le cifre dello stato

Ma per poter sviluppare una critica più precisa, è necessario fare un po' di
cifre, andando a vedere qualche conto che lor signori ci permettono di vedere.

Il Senato della Repubblica ha speso, nell'anno 2006, 883 milioni e 375 mila ?
circa complessivamente. Di questa cifra, 150 milioni sono andati solo per gli
indennizzi, i rimborsi, i compensi per i senatori e gli ex-senatori. Altri 100
milioni di ? sono stati utilizzati invece per rimborsare i partiti per le loro
spese elettorali, mentre 37 milioni per finanziare le attività (quali?) dei
gruppi parlamentari. 18 milioni sono stati spesi per l'acquisto di beni di
consumo e di servizi, come autoparchi, noleggio autoveicoli, biancheria,
posate, carta, cancelleria, etc? ma in questo capitolo del bilancio del
senato, la voce più curiosa è quella titolata "Prodotti igienicosanitari e
servizi di pulizia", che arriva a 2 milioni e 416 mila ?.

Ovviamente il bilancio ha moltissime voci ed è legittimo chiedersi anche quali
siano quelle non denunciate pubblicamente.

La Camera dei Deputati invece supera il Senato per sperpero oltre che per
numero di parlamentari. Prima di tutto vediamo il totale per lo stesso anno: 1
miliardo e 310 milioni circa di ?. Di questa cifra esorbitante, 289 milioni
sono stati utilizzati per gli indennizzi ed i rimborsi vari dei deputati in
carica e di quelli decaduti dal mandato. Per l'acquisto di beni e di servizi,
i deputati hanno pensato bene di spendere la bellezza di 140 milioni circa di
?, una cifra che fa apparire i senatori come dei francescani. È vero che sotto
questa categoria ci sono comprese molte più voci, ma basta metter a confronto
sempre quello che spendono in "servizi di pulizia" e tutto quadra: 6 milioni
di ? messi a confronto con i miseri 2 milioni e mezzo del Senato. Praticamente
dei maniaci del pulito! Ma andiamo subito ai finanziamenti dei gruppi
politici, poiché qui si prende da tutte le parti: 31 milioni e 600 mila ?
circa per i gruppi parlamentari, 50 milioni per i partiti che hanno speso i
soldi per fare la campagna elettorale per il rinnovo della Camera dei
Deputati, altri 50 milioni, sempre indirizzati ai partiti, per il parlamento
europeo, e udite, udite, altri 50 milioni per le elezioni dei onsigli
Regionali. Anche in questo bilancio, molto più lungo e dettagliato del primo,
ci sono categorie, capitoli e voci da spulciare, per rendersi conto di come
vengono utilizzati i soldi presi con la forza, è proprio il caso di dirlo,
soprattutto ai lavoratori salariati. Ma una chicca la possiamo tirar fuori:
sapete quanto spendiamo per dare da mangiare ai nostri deputati che poverini
non possono spendere il loro già misero stipendio? 5 milioni e 25 mila ?
circa. E per permetter loro di leggere il quotidiano dopo aver preso il
cappuccino, quanto spendiamo? 754.206, 10 ?.

Leggendo tutte queste cifre, c'è da rimanere storditi, anche perché tutto si
spersonalizza. Allora cerchiamo di far ordine in questo marasma e tentiamo di
rispondere alla seguente domanda: "ma insomma, quanto porta a casa un deputato
ed un senatore della Repubblica?"

Premettendo che è impossibile quantificare precisamente il malloppo, visto i
privilegi di cui godono e che è difficile da individuare tutte le entrate
oltre che quantificarle, possiamo dire che un deputato guadagna quanto segue:

-5.941,91 ? mensili, al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali e
fiscali;

-4.003,11 ? mensili di diaria, a cui vanno sottratti 206, 58 ? per ogni giorno
di assenza dai lavori parlamentari (basta partecipare al 30% delle votazioni
della giornata per risultare presenti);

-4.190 ? mensile di rimborso per le spese inerenti il rapporto eletto/elettore
(quale rapporto?!);

-3.323 ? trimestrali di rimborso per il deputato che percorre fino a 100 km
per raggiungere dalla sua residenza l'aeroporto più vicino, per poi
raggiungere Roma Fiumicino e quindi Montecitorio (bisogna tener conto che i
deputati hanno tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria,
marittima ed aerea);

-3.995,10 ? se superano i 100 km;

-3.100 ? annue se il deputato va all'estero per ragioni di studio o per
attività parlamentari;

-3.098, 74 ? annue per se spese telefoniche.

Se sommiamo le varie voci, avremo una cifra che si aggira intorno ai 15.000 ?
circa mensili, senza tener conto dell'Assegno di Fine Mandato, dell'Assegno
vitalizio e di tanti altri vantaggi e privilegi.

Per il senatore la lista è la stessa, e quindi ve la risparmio, evidenziandovi
solo quanto guadagnano: 17.000 ? circa al mese.

Ma vediamo un po' di fare il punto della situazione, poiché se è giusto
conoscere il dettaglio di tante voci che portano acqua al loro mulino, è
necessario anche avere una visione d'assieme e ragionare sulle cifre
complessive. Tra Senato e Camera dei Deputati, nel 2006 abbiamo speso la
bellezza di 2 miliardi e 250 milioni circa di ?, cioè 4.300 miliardi di
vecchia Lire.

E questo è solo una parte degli apparati politico-burocratici dello stato.
Pensiamo alla Presidenza della Repubblica, alla Presidenza del Consiglio, ai
Ministeri.

Ma lo stato non è solo quello centrale di Roma, come sostiene e ci vuole far
credere la Lega Nord, bisogna puntare lo sguardo anche sulle Regioni ed i
Comuni più grandi. Pensate a questo e cominciate ad avere solo una vaga idea
della quantità di denaro pubblico che lo stato ha bisogno di fagocitare ogni
anno per salvaguardare la propria esistenza, i propri interessi e quelli della
classe a cui è profondamente legato, la borghesia. E stiamo parlando solo
degli apparati politicoamministrativi, poiché uno stato è composto anche dalla
Magistratura, dai Penitenziari, dalla Polizia, la Guardia di Finanza e
dall'Esercito.


Critica delle proposte liberiste, populiste, moralizzatrici e autoritarie

Di fronte al giusto sdegno della gente, politici o aspiranti tali, economisti
e professori universitari, ma ormai anche comici, si affannano a dare le loro
ricette risolutive del problema.

Soluzioni diverse tra loro, anche contrapposte, ma che vogliamo analizzare e
smascherare poiché siamo convinti che tutte tendono a salvaguardare il
nocciolo dello stato, cioè il suo potere, e in alcuni casi anche a
rafforzarlo.

L'ipotesi liberista è quella che sta riscuotendo più successo tra le classi
dominanti e tra molti ceti medi delle società europee. È fatta propria dal
Centro-Destra, ma anche nel Centro-Sinistra riscuote molto successo. La
soluzione che propone è il taglio delle spese sociali, cioè della sanità,
dell'istruzione, del sistema pensionistico. I liberisti vogliono farci credere
che la vera zavorra per la società è lo stato sociale, cioè tutti quei
servizi, fondamentali per la nostra vita, di cui lo stato si è appropriato per
poterci controllare meglio, per attutire le contraddizioni create dal sistema
di sfruttamento vigente, ma utili allo stato anche per creare dipendenza e
clientelarismo nella società. In Italia tali servizi sono gestiti male, con
sprechi e privilegi, i quali sono emersi anche nelle recenti inchieste
giornalistiche sulla sanità. Ma in realtà, lo stato sociale rappresenta un
peso per le classi dominanti, che vorrebbero convogliare le risorse
saccheggiate alle classi subalterne verso un più fruttuoso utilizzo: aiuti e
compensi alle imprese che devono affrontare il mercato globale e la
concorrenza asiatica, investimenti in un esercito sempre più efficiente e
pronto a rispondere a politiche interventiste. Ma i costi della politica e
della burocrazia non vengono intaccati. Basta guardare gli USA, vero esempio
di liberismo, per vedere quante risorse vengono bruciate per far muovere la
sua macchina amministrativa.

Altra ipotesi, che riscuote più successo tra gli elettori del Centro-Sinistra,
punta invece sulla carta della moralizzazione della politica che dovrebbe
attuarsi attraverso qualche riforma ancora non ben definita, mirante a porre
un freno allo sperpero eccessivo e ai fenomeni di corruzione più eclatanti.
Tale ipotesi è prospettata da diversi uomini politici dell'area governativa,
ma ultimamente ha visto anche la comparsa del comico Beppe Grillo,
accompagnato da Di Pietro e da qualche altro politico navigato.

Se si mette a confronto la rabbia espressa dal personaggio, le sue
dichiarazioni bellicose contro il sistema dei partiti e le soluzioni che
propone, cioè di semplice contenimento del sistema di privilegio, si comprende
che il meccanismo di potere che abbiamo prima illustrato, non viene
minimamente intaccato. Anzi, in questa marea che si sta alzando dal fondo
della società, c'è qualcuno che pensa già di poterla sfruttare per dar corpo a
ipotesi repubblicane autoritarie. Basta guardare i dieci punti di Veltroni,
"Democratico" doc, quando nel suo progetto riformista punta a diminuire
fortemente il numero dei parlamentari e a rafforzare il potere esecutivo sugli
altri poteri dello stato. Ipotesi autoritaria che si nasconde dietro il velo
dell'efficientismo e del populismo e che Veltroni e tutto il Centro-Sinistra
mischia pericolosamente con politiche repressive e discriminatorie contro i
più deboli e gli ultimi della società: i clandestini, i lavavetri, i rom.
Populismo, voglia di pulizia, maggior potere all'Esecutivo, caccia ai nuovi
paria, tutti elementi decisamente inquietanti.


Scardinare lo stato, distruggendo l'abitudine alla delega

A questo punto, giustamente, qualcuno potrebbe dirci: "voi avete ragione a
sollevare tutti questi problemi, a segnalare i costanti pericoli di
autoritarismo che corriamo, ma voi anarchici che cosa proponete di
praticabile?"

E su questo terreno, quello della proposta autogestionaria e libertaria, su
cui dovremmo esser più forti, possiamo invece correre il rischio di essere
eccessivamente generici. Il problema è grosso e merita una risposta chiara ma
complessa, anzi forse più risposte allo stesso tempo. Questo perché
l'anarchismo da sempre ha prospettato e praticato differenti soluzioni, da
quella comunalista a quella sindacalista, da quella comunista a quella
collettivista. Inoltre è la stessa realtà sociale ad essere complessa e
differenziata a secondo del luogo. L'attualità o l'urgenza dell'Anarchia, più
volte proclamata, ha bisogno di una continua e nuova riflessione da parte del
nostro movimento, ma anche una continua e rinnovata azione nella società,
rivolta a settori nuovi delle classi subalterne, che non raggiungiamo
abitualmente, per far conoscere la nostra idea ma anche per metterci alla
prova e confrontarci in un ottica non marginalista. È un lavoro lungo e
necessario, per un movimento come il nostro che non ha mai preteso di avere
ricette pronte e confezionate da offrire, che non si è mai pensato come
avanguardia che porta la coscienza dall'esterno, e che a maggior ragione al
giorno d'oggi è consapevole delle difficoltà che vive una prospettiva
socialista e libertaria. Allora è sicuramente utile ragionare sugli esempi che
ci offrono le realtà di lotta, come in Val di Susa o a Vicenza, casi più
eclatanti ma non unici di comunità che si autorganizzano e lottano per
affermare il proprio controllo sul territorio, entrando nei fatti in conflitto
con lo stato. Sono quindi movimenti che se non possono già abbattere lo stato,
lo possono invece scardinare, indebolire, e per noi sarebbe comunque un passo
avanti.

Ma sono movimenti che ci pongono anche problemi diversi, poiché la 'politica'
si ricicla anche al suo interno, attraverso il meccanismo secolare e duro a
morire della delega del potere. Partiti, sindacati tendono così a riprodurre
lo stato nei suoi meccanismi e quindi a svuotare l'autorganizzazione nel suo
significato essenziale, cioè la capacità di gestire collettivamente e
orizzontalmente la cosa pubblica, senza assegnare a nessuno alcuna autorità
decisionale. È un pericolo con cui ci stiamo già scontrando in Val di Susa, a
Vicenza e non solo, e ciò deve essere un elemento di denuncia e propaganda da
parte del nostro movimento in ogni parte, per affermare un immaginario di una
società libertaria, capace di autogestirsi senza aver bisogno di essere
schiacciata e controllata.

Questo è l'elemento che ci caratterizza, il rifiuto della delega e del potere
coercitivo, il metodo dell'autorganizzazione cosciente e consapevole, il
principio ed il metodo della libertà solidale. Questo è spesso causa del
nostro isolamento, ma è anche elemento di forza su cui possiamo riaccumulare
pazientemente forze nella società.

Riccardo Bonelli


Da "Kronstadt", novembre 2007 - foglio anarchico e libertario del gruppo
Kronstadt di Volterra/Siena

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