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(it) Genova: spezzone anarchico

Date Thu, 15 Nov 2007 13:29:52 +0100 (CET)


Tutti a Genova!
L'appuntamento per lo spezzone anarchico è alla partenza presso la stazione
marittima (circa 300 metri dalla stazione ferroviaria di Porta Principe). Per
chi lo ricorda è la stessa piazza da cui partì il corteo organizzato da
Anarchici contro il G8 il 9 giugno del 2001.
Lo striscione sarà lo stesso:
PADRONI DI NIENTE - SERVI DI NESSUNO
ALL'ARREMBAGGIO DEL FUTURO!
Il corteo del 17 novembre a Genova sarà molto lungo. Pertanto tutte le
partenze sono anticipate: è importante essere in piazza alle ore 14.

*****************************

Genova 2001 - Genova 2007
La memoria spezzata

225 anni di galera. C'è voluta la scossa delle richieste del PM al processo
contro 25 di coloro che, nel luglio del 2001, manifestarono a Genova contro il
G8, perché si tornasse a parlare di quei giorni, perché scattasse la voglia di
reagire, di andare in piazza in solidarietà ai compagni che rischiano lunghi
anni di detenzione.

Quello che accadde è ormai parte della memoria collettiva: migliaia e migliaia
di persone che scendono in piazza, la repressione feroce, il massacro della
Diaz, le torture di Bolzaneto, l'assassinio di Carlo Giuliani.

I più sono convinti che di quei giorni si sappia ormai tutto, che la verità su
quello che accadde, che qualcuno vorrebbe relegata alle aule di tribunale o
alle commissioni parlamentari, sia un patrimonio ormai acquisito.

Eppure non è così. In questa storia vi è un convitato di pietra: un movimento
che voleva mettere in discussione l'ordine del mondo e che è naufragato sul
lungomare di Genova. Un naufragio che si è consumato a lungo, attraversando
l'11 settembre, la guerra permanente, le leggi speciali, per giungere a questi
giorni di follia e crudeltà, giorni di fascisti scatenati e di un governo che
stringe il cappio della legge al collo dei poveri, degli immigrati, dei pochi
che ancora si oppongono concretamente alla marea scura che avanza.

Il 19 20 21 luglio del 2001 venne elaborata la favola consolatoria di un
movimento segnato da aurorale innocenza, vittima della violenza dello Stato,
che massacra gli inermi e "lascia fare" chi attacca banche, supermercati,
carceri. Il Blocco Nero in particolare e poi gli anarchici in generale sono
trattati come corpi estranei, protetti dalla polizia, agiti da infiltrati che
li guidano tra i non violenti per farli caricare.

Eppure erano ormai anni che i movimenti contestavano i vertici dei potenti
dando vita a manifestazioni in cui convivevano anime diverse, che in piazza
avevano differenti approcci. Ricordo i cortei tematici dei cortei praghesi o
le zone delle manifestazioni canadesi. Tanti volti, tanti modi di esprimere la
propria opposizione, ma un unico movimento. Anche a Genova avrebbe dovuto
essere così: tante piazze tematiche, tanti luoghi perché ciascuno potesse
manifestare come preferiva.

La gran parte degli anarchici italiani, riuniti sotto il cartello "anarchici
contro il G8", decise di evitare il teatrino mediatico, l'assedio alla zona
rossa e scelse di manifestare nel ponente genovese, a Sanpierdarena, storico
quartiere operaio, mirando a coinvolgerne la popolazione.

Tutti gli altri optarono per la contestazione del vertice, cercando di violare
le barriere della zona rossa. Ciascuno a suo modo. La risposta violenta delle
forze del disordine statale avrebbe dovuto essere prevista. Non molto prima in
Svezia al vertice di Goteborg, per poco non c'era scappato il morto: un
ragazzo di 19 anni aveva lottato per giorni tra la vita e la morte per le tre
pallottole che un poliziotto gli aveva piantato in corpo.

Solo nelle favole sulla democrazia si racconta che assediare per giorni i
padroni nel mondo asserragliati nei loro palazzi, circondati da uomini armati,
sia una pratica indolore. Sebbene si rimanesse sul piano simbolico, poiché le
varie strategie di piazza - da quelle non violente a quelle di attacco -
avevano necessariamente una mera valenza comunicativa, tuttavia rendevano
visibile una crisi di legittimità ampiamente condivisa.

A Genova accadde quello che era già accaduto altrove, solo su scala più ampia:
la democrazia reale, non il fantasma che ci mostrano negli spot elettorali, si
dispiegò davanti a decine migliaia di manifestanti, picchiando di santa
ragione tutti quelli su cui riuscì a posare i propri manganelli, calci di
fucile, scarponi. Gasò senza pietà i buoni e i cattivi, i moderati e gli
estremisti. Sarebbe stata una buona occasione per guardare in faccia il potere
e per capire che di poteri buoni non ce ne sono. Un'occasione perduta.

A Genova il movimento si spaccò e rapidamente si estinse nelle inutili
passeggiate romane contro la guerra. Più facile accusare il Blocco Nero di
connivenza con la polizia che guardare negli occhi la bestia.

A sei anni da quel luglio si torna a Genova e sulla nostra strada ci sono
molte più macerie di allora: milioni di morti in Iraq e Afganistan, la tortura
come arma di guerra riconosciuta, le deportazioni degli indesiderabili, secoli
di galera per chi si oppone. A Genova, come a Milano, come a Torino. Per tutti
la stessa accusa: "devastazione e saccheggio".

Nei prossimi mesi si giocheranno molte partite importanti: dal blocco della
nuova base USA a Vicenza alla lotta contro le mille nocività che ci
affliggono, dall'opposizione alle leggi razziste, alla lotta contro la
precarietà per legge.

Sarà un banco di prova per tentare ancora di vincere la scommessa forte di
ogni movimento che voglia vincere e non solo testimoniare: saldare radicalità
degli obiettivi, radicamento sociale e capacità di mettere in rete solidale i
tanti che, oggi come le luglio 2001, si oppongono all'ordine feroce del mondo.

Ripartendo da Genova, dalla solidarietà ai 25 compagni sotto processo, dalla
riconquista di una memoria spezzata.


(Da Umanità Nova n. 37 2007)


Da: "FAI Torino" <fat -A- inrete.it>

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