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(it) "Kronstadt", novembre 2007: Editoriale - La notte e le luci

Date Tue, 13 Nov 2007 13:03:54 +0100 (CET)


LA NOTTE E LE LUCI
Le tenebre della guerra
"Se vogliamo evitare la terza guerra mondiale bisogna impedire all'Iran di
portare avanti il suo programma nucleare". Più o meno con queste parole George
Bush ha gelato il mondo durante la conferenza stampa del 17 ottobre. Mentre il
pantano iracheno rischia sempre più di far impallidire quello del Vietnam e la
stessa avventura afgana - con quotidiani eccidi di civili, i famigerati
"effetti collaterali"- si incancrenisce sempre più, il Presidente degli Stati
Uniti sembra rilanciare e preparare il terreno ad un intervento militare in
Iran. Se un attacco militare all'Iran è uno scenario ineluttabile, oppure come
sostengono alcuni un evento altamente improbabile, lo vedremo nei prossimi
mesi. Di certo le tenebre della guerra avvolgono sempre più il mondo. Le
minacce all'Iran si intrecciano inscindibilmente con la ripresa, ormai
esplicita, di una sorta di "guerra fredda" tra gli USA con la Russia di Putin
e la Cina "turbocapitalista".

In questi mesi abbiamo assistito alla sospensione russa del trattato sulla
riduzione degli armamenti convenzionali in Europa, in risposta al progetto
statunitense di Scudo Spaziale in Europa orientale, nonché si è avuto notizia
di inquietanti esercitazioni militari congiunte tra esercito cinese e quello
russo. Le tensioni in Medioriente di Israele con Siria ed Iran, si fanno
sempre più forti, mentre riesplode il caso turco-kurdo, con la popolazione
kurda che sta aspettando di sapere se a massacrarla saranno i governifantoccio
iracheni o se sarà direttamente l'esercito della Turchia.

Questo tetro quadro mondiale non può essere attribuito interamente, né
principalmente alle responsabilità soggettive della banda politicoaffaristica
di Bush e company, come troppo spesso si dà per scontato nel senso comune di
sinistra. Secondo questa visione sarebbero gli interessi forti legati alle
armi e al petrolio da un lato e la cultura reazionaria dei neocons dall'altro
ad aver portato il mondo sull'orlo del baratro. Se ciò fosse vero ci sarebbe
da essere moderatamente ottimisti, non solo perché uno sfratto dei
repubblicani dalla Casa Bianca a fine 2008 sembra più che possibile, ma anche
perché per Bush non tira esattamente un buon vento neanche in "casa sua".
Basta vedere come alcuni settori dell'élite militare parlano con
preoccupazione delle conseguenze dell'intervento bellico in Irak (vedi
dichiarazioni dell'ex Comandante delle forze armate USA in Irak, il generale
Sanchez, ma vedi anche un quadro più ampio, in Le Monde Diplomatique, ottobre
2007, pag.4 e 5). Insomma se il problema fosse semplicemente "la banda Bush",
basterebbe trattenere il respiro, fare gli scongiuri, aspettando una sua più
che possibile uscita di scena. In realtà la questione "Bush" può indurre molti
ad un errore simile a quello in cui altrettanti sono caduti in Italia con la
questione "Berlusconi", cioè la convinzione che bastasse rimuovere dal Potere
una lobby politico-affaristica particolarmente reazionaria per riuscire a
segnare alcuni elementi di sostanziale discontinuità rispetto al più bieco
neo-liberismo guerrafondaio. In realtà la politica di Bush nel mondo, come
quella di Berlusconi in Italia, hanno rappresentato, sia pure in maniera molto
distorta e peculiare, alcune tendenze di fondo dello sviluppo capitalistico e
statale in questa epoca storica. L'aggressività USA, nello specifico, ha
ragioni assai più grandi della lobby affaristicopolitica facente capo a Bush.
Siamo di fronte ad un'economia che vive e prospera sulle sabbie mobili di un
enorme, strutturale deficit che scarica su tutto il mondo grazie a quella
capacità di attrazione di capitali internazionali che solo la garanzia della
forza militare è riuscita fino ad oggi ad assicurare. Quanto siano mobili
queste sabbie lo dimostrano i timori suscitati dai dati di agosto sulla fuga
di 163 miliardi di dollari dai titoli statunitensi verso altri lidi finanziari
(vedi tabelle su Il sole 24 ore giovedì 18 ottobre, pag.15). Il timore che i
capitali fuggano altrove, minando il castello della superpotenza a stelle e
strisce, costituisce una predisposizione di fondo alle tendenze guerrafondaie.

Ma l'aggressività USA è più in generale inscritta nella sua radicale crisi di
egemonia sul mondo che deriva in buona parte dall'emergere sulla scena
economica mondiale dei colossi asiatici, in particolare della Cina. Alcuni
analisti si spingono a parlare di sindrome "da fine dell'impero", evocando il
declino dell'impero britannico durante il secolo scorso (vedi Le Monde
Diplomatique, ottobre 2007, pag. 4 e 5). E' dunque illusorio pensare che le
inquietanti tenebre, calate sul mondo dal clima di guerra permanente, possano
andare schiarendosi con un semplice passaggio di mano dalla banda Bush ad
un'altra lobby affaristico-politica negli Stati Uniti d'America. Al di là dei
tentativi di previsione che alcuni autorevoli studiosi possono metterci a
disposizione, crediamo molto difficile prevedere quale sarà il futuro della
guerra e della pace. Ciò che invece crediamo di poter dire è che la politica
estera statunitense potrà avere modalità e stili diversi con una ipotetica
presidenza Clinton (Hilary ovviamente), ma sarà necessariamente segnata da
alcuni forti elementi di continuità. Del resto basta volgere indietro lo
sguardo e ricordarsi dell'intervento militare nella ex-Yugoslavia deciso
dall'allora presidente Clinton (Bill) per capire che la guerra ci gira intorno
indipendentemente da chi sia il presidente made in USA.


Le tenebre oltre la guerra

Le tenebre sul mondo sono fitte e la schiarita può talvolta apparire come una
pia illusione. Mentre la popolazione della Birmania è sotto il tallone di
ferro della sanguinaria Giunta Militare al Potere, la tragedia senza fine in
Palestina continua con lo stillicidio quotidiano di morti palestinesi causati
dall'esercito israeliano a cui si aggiungono le violenze tra Hamas e Al Fatah
e le sofferenze della popolazione della striscia di Gaza, affamata
dall'isolamento e oppressa dalla dittatura islamista. La violenza repressiva
dilaga sempre più nel mondo di pari passo al concentrarsi della ricchezza e
della povertà. Basta pensare a ciò che accade in Cina, paese che rappresenta
la concreta alternativa (sic!!!) all'egemonia USA sul mondo: sfruttamento del
lavoro umano peggiore di quello dell'Inghilterra dalla fine del ?700 alla metà
dell'800, con stillicidio di migliaia di morti per "incidenti" sul lavoro e
macchina repressiva totalitaria funzionante a pieno regime. La crescente
povertà planetaria continua a portare anche sulle nostre coste masse di
immigrati, di esseri umani, alla ricerca di una sopravvivenza purché sia. Ogni
giorno sentiamo, ormai senza più farci molto caso, notizie di uomini e donne,
adulti e bambini, affogati nei nostri mari mentre cercavano di raggiungere la
costa. E la Cina ci è sempre più vicina: in Italia ci sono migliaia di persone
che lavorano 10 ore al giorno per 20 euro (vedi Il Manifesto 14 ottobre, pag.
8). Purtroppo il combinarsi della miseria assoluta di questi nostri/e fratelli
e sorelle migranti con la crescente miseria relativa dei lavoratori e delle
lavoratrici italiani/e, spesso non genera una virtuosa dinamica di solidarietà
di classe, ma al contrario un clima di intolleranza e xenofobia su cui tutta
la casta politica sta vergognosamente marciando, per incanalare il malcontento
mediante l'utilizzo del capro espiatorio. La triste vicenda di Pavia dove
un'ondata di razzismo popolare si è abbattuta su una innocua comunità di Rom,
o l'ampio consenso ai provvedimenti contro i lavavetri della giunta comunale
di Firenze offrono un quadro per alcuni aspetti disarmante.


La luce accecante dei "salvatori" di turno

Di fronte ad un quadro così fosco molti possono essere tentati dalla
rassegnazione qualunquistica, oppure dalla ricerca di qualche "salvatore" di
turno. Significativa è la recente fiammata del "grillismo" che al di là di
tutto il bla, bla, bla sulla partecipazione, è costruita attorno ad un
personaggio di successo e punta, o vorrebbe puntare, dritto, dritto ad una
ennesima, banale avventura elettorale.

Spostandoci invece dall'orizzonte nazionale a quello internazionale e da un
generico ambiente di sinistra a quello più specifico dell'estrema sinistra
vediamo avanzare il fenomeno "Chavez". Non solo varie aree tardo-bolsceviche
hanno assunto il cosiddetto "socialismo del XXI secolo" del presidente del
Venezuela come un credibile orizzonte di liberazione degli oppressi, ma il
caudillo latinoamericano sembra penetrare anche nel costume di alcuni ambiti
giovanili antagonisti. Quando un guru della musica "alternativa" come Zulù
intona "Chavez sei un mito" o quando questa stessa frase sta sulle magliette
portate dai giovani nei centri sociali, significa che un certo discorso
ideologico - alienante - ha cominciato ad attecchire nella mentalità di
settori ribelli - o potenzialmente ribelli - delle nuove generazioni. Come un
alto-militare latino-americano, oggi presidente ebbro di petrolio, dalla
cultura politica che definire ambigua è un complimento, promotore di un
pessimo capitalismo di stato, possa rappresentare le speranze di un socialismo
del futuro, è un Mistero della Fede spiegabile solo con le incrostazioni
autoritarie che sono dure a morire nell'immaginario del "comunismo" italiano.


Le luci che possono illuminare la notte

Per sfuggire alla padella della rassegnazione non c'è bisogno di cadere nella
brace dei presunti "salvatori dell'umanità". Anche in questo mondo in cui
sembrano definitivamente calate le tenebre della barbarie, sono ancora accese
e si stanno accendendo molte luci. Le luci per noi sono rappresentate dalle
multiformi resistenze popolari dal basso, che riescono nonostante tutto a
mantenere vivo un anelito di vera liberazione. E' il caso ad esempio del
grande movimento contro il Muro dell'Apartheid in Palestina, in cui
palestinesi, israeliani e attivisti internazionali stanno conducendo da 3 anni
una eroica resistenza dal basso contro la brutalità dell'esercito israeliano.
Questo movimento ha appena ottenuto una prima, sia pur limitata vittoria: la
corte suprema israeliana il 4 settembre scorso ha riconosciuto la
illegittimità del pezzo di Muro costruito sulle terre intorno al villaggio di
Bil'in e ha quindi sentenziato la restituzione dei terreni agricoli alle
popolazioni palestinesi, precedentemente espropriate dei mezzi del proprio
sostentamento. La grandezza di questo movimento è data dalla rottura degli
schemi nazionalistici, dal suo delineare una vera prospettiva di liberazione e
allo stesso tempo dalla sua capacità di ottenere ora, qui e subito risultati
concreti. Del resto nel panorama di un Medioriente sempre più insanguinato e
funestato dall'agghiacciante alternativa tra imperialismo USA e
fondamentalismo islamico, altre luci brillano qua e là... In Irak opera da
anni una realtà sindacale come la Federazione dei Consigli Operai e dei
Sindacati Indipendenti che fa del motto "né USA, né ISLAM" uno dei suoi
principi guida. Mentre nel vicino Iran sciita e fondamentalista, gli studenti
universitari contestano per la seconda volta il dittatore Ahmadinejad al grido
di "fascista!"

E malgrado la brutale repressione le lotte operaie e sindacali continuano
imperterrite in molti settori lavorativi iraniani: dal tessile all'alimentare
fino ai trasporti urbani. Dall'altro capo del mondo i movimenti insorgenti
messicani continuano ad essere un grande punto di riferimento:dal Chiapas
zapatista che, pur tra significative contraddizioni, continua a tenere aperta
la prospettiva di una vera trasformazione socialista nella libertà, al
movimento ampiamente autorganizzato dei popoli di Oaxaca, che pur sotto il
tallone di ferro di una repressione degna dei generali argentini, resiste e
non degenera, mantenendo le sue caratteristiche anticapitalistiche originarie
di unità, pluralismo e partecipazione dal basso.

Sono queste genuine realtà di resistenza autonome dagli Stati che possono
rappresentare le luci nella notte della globalizzazione capitalista, non
certamente le borghesie nazionali organizzate nei governi, che restano
oppressivi per quanto si tingano di rosso (vedi il documento su Chavez
pubblicato all'interno di questo foglio).

Allo stesso modo, qui in Italia, non sono certo né la "cosa rossa" della
sinistra istituzionale, né una nuova aggregazione elettorale a sinistra di
Rifondazione, che possono dare una concreta possibilità di risalire la china.
E' attraverso la crescita di un ampio e articolato coordinamento dal basso -
fuori e contro le istituzioni statali - dei movimenti territoriali e popolari
- come NO TAV, NO DAL MOLIN e NO F-35 -, del sindacalismo autenticamente di
base, del rinato movimento studentesco, dell'autorganizzazione contro il
precariato e di quella degli immigrati per i diritti civili e sociali, delle
lotte contro la repressione securitaria e il militarismo..., che si possono
gettare le basi per cambiare in profondità lo status quo. Proseguendo lungo
questo cammino - con tenacia e immaginazione - potremo accendere una grande
luce che illumini la notte.

KRONSTADT


Da "Kronstadt", novembre 2007 - foglio anarchico e libertario del gruppo
Kronstadt di Volterra/Siena

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