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(it) Comidad: Privatizzazione , appaltizzazione, precarizzazione e = ?iso-8859-1?Q?(perch=E9_no=3F?=) schiavizzazione

Date Thu, 26 Jul 2007 11:41:48 +0200 (CEST)


NEWSCOMIDAD
Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news
precedenti, può reperirle sul sito www.comidad.org sotto la voce
"Commentario".
---------------------
PRIVATIZZAZIONE, APPALTIZZAZIONE, PRECARIZZAZIONE E (PERCHÉ NO?) SCHIAVIZZAZIONE
L'assunzione a tempo indeterminato di alcune migliaia di precari della Scuola
ha determinato la consueta reazione sdegnata da parte della propaganda
borghese, per il fatto che si sarebbe andato a ingrossare l'esercito dei
"nullafacenti". È chiaro che se il precario ha un rapporto di impiego diretto
con la pubblica amministrazione per cui lavora, prima o poi il rapporto di
lavoro precario, per somma di diritti acquisiti, diventerà stabile. Per
scongiurare questa prospettiva di stabilità, la borghesia vuole che il
rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione non sia mai diretto, ma
sempre mediato da ditte appaltatrici private.

Nella società deindustrializzata - camuffata sotto lo slogan del
"post-industriale" -, la borghesia trova il suo nuovo grande business nella
privatizzazione dei servizi della pubblica amministrazione. Le funzioni
pubbliche, che in sé non sono privatizzabili, possono però essere appaltate a
ditte private, le quali, a loro volta, possono appaltare ad altre ditte
private, e così all'infinito. Di appalto in appalto, il rapporto di lavoro
diviene sempre meno garantito e sempre più mal pagato.

Sarebbe un errore ritenere che l'ultimo anello di questa catena sia costituito
dal precariato. Qualche anno fa si è scoperto che i prodotti Nike, di appalto
in appalto, finivano per essere fabbricati da bambini schiavizzati in tanti
remoti angoli del pianeta. Come al solito, però, la comunicazione di massa ha
creato una sorta di effetto distanza, suggerendo che certe cose "qui" non
possano accadere.

Eppure è evidente che l'esito finale di certe politiche del lavoro non può
essere che lo schiavismo. Se il rapporto di lavoro scende al di sotto di una
certa soglia di convenienza, diviene meno costoso rinunciare a lavorare. Da
qui nasce anche la favola secondo cui gli immigrati vanno a coprire lavori che
gli occidentali non vorrebbero più fare.

La comunicazione di massa ha creato anche sull'immigrazione una sorta di
leggenda: i poveri del pianeta vanno in Occidente in cerca di fortuna e, per
questo, si rivolgono a trafficanti senza scrupoli, ecc., ecc.

In realtà gli immigrati non sono persone che fanno una scelta autonoma,
seppure dettata dal bisogno, ma vengono reclutati a forza, perché già
indebitati in precedenza con le organizzazioni criminali che li deporteranno.
Anche nell'antichità si diventava schiavi per debiti, e questa è esattamente
la condizione di molti degli attuali emigrati, i quali, privi di documenti e
condannati alla clandestinità, diventano di fatto di proprietà delle
organizzazioni che li hanno deportati. Per questo motivo, la regolarizzazione
immediata degli immigrati clandestini non costituirebbe una porta spalancata
all'emigrazione, ma, al contrario, un modo di scoraggiare il traffico di
esseri umani, diminuendo il potere di controllo delle organizzazioni criminali
(che poi sono statal-criminali, perché sempre intrecciate con servizi
segreti).

Ma l'immigrazione non costituisce il solo aspetto dello schiavismo nel
cosiddetto Occidente. Si è molto parlato della questione della schiavizzazione
dei detenuti in Cina, dove vengono utilizzati nella produzione, ufficialmente
a titolo di risarcimento per il fatto che lo Stato è costretto a sfamarli. In
realtà, la stessa cosa avviene negli Stati Uniti, dove vi sono circa due
milioni di detenuti, cioè l'uno per cento della popolazione, la quota più alta
di qualsiasi Paese nella Storia.

Negli Stati Uniti quasi tutte le carceri sono aziende che utilizzano
direttamente il lavoro dei detenuti nell'agricoltura o nell'edilizia; altre
carceri si limitano invece a vendere ad altre aziende il lavoro dei loro
detenuti. Sta di fatto che la privatizzazione delle carceri è oggi negli Stati
Uniti uno dei business più appetiti.

I carcerati/schiavi sono per lo più neri o ispanici, ma ci sono anche molti
bianchi. I reati riguardano quasi sempre il possesso o lo spaccio di
marijuana, ma la realtà è che si tratta di persone troppo povere per potersi
difendere dalle accuse. In genere vengono arrestati dei ragazzi analfabeti
(gli analfabeti sono oggi oltre il 30% negli USA), che vengono condannati a
pene di venti o trenta anni nonostante la piccolezza del reato. Si tratta di
persone inesperte che costruiscono la loro vita e le loro relazioni nel
carcere, perciò hanno anche difficoltà ad approfittare delle occasioni di
fuga. Le loro aspettative si concentrano perciò sulla possibilità di acquisire
privilegi all'interno del sistema carcerario. Agli schiavi viene cioè
confezionata una psicologia da schiavo.

Anche il termine "carcere" non deve far pensare a mura e sbarre: si tratta
quasi sempre di alloggiamenti provvisori, come baracche o anche tende.

Nel 1932 i sequestrati di Stato furono l'argomento di un famoso film: "Io sono
un evaso (I am a fugitive from a chain gang)", di Mervyn LeRoy, con Paul Muni
nella parte del protagonista. Dopo quasi cinquanta anni di silenzio
sull'argomento, nel 1980, Hollywood produsse un altro film sullo schiavismo
carcerario, "Brubaker", di Stuart Rosenberg, con Robert Redford nella parte
del protagonista.

Il confronto tra i due film è significativo per valutare il cambiamento del
punto di vista sull'argomento in mezzo secolo trascorso: alla rabbia ribelle
dell'eroe di "Io sono un evaso", corrisponde il riformismo rassegnato del
personaggio di "Brubaker", per il quale il carcere/azienda è ormai un dogma
intoccabile, e il problema è vedere se si può umanizzarlo. Il capolavoro del
1932 era un vero film di denuncia, mentre il polpettone del 1980 usa la
denuncia degli "eccessi" per legittimare il sistema.

Qualche anno fa il Telegiornale di RAI 1 trasmise un servizio su una di questa
aziende carcerarie americane: né le condizioni di vita dei detenuti, ammassati
in tende, né l'arroganza dello schiavista - uno sceriffo -, smossero l'autore
del servizio televisivo da un tono divertito e quasi ridanciano. Si tratta
degli stessi giornalisti che fremono di sdegno quando rievocano il gulag
staliniano, che pure non aveva mai raggiunto le proporzioni numeriche del
gulag americano.

La propaganda borghese può quindi rendere digeribile anche lo schiavismo, come
ha già fatto con il precariato ("meglio un lavoro a tempo determinato che
nessun lavoro").

Lo schiavismo è rilevante non solo come fenomeno in sé, ma anche perché
fornisce una chiave di lettura complessiva della condizione del lavoro nel
sistema capitalistico. Secondo Max Stirner lo Stato si fonda sull'asservimento
del lavoro, perciò la libertà del lavoro significherebbe la fine dello Stato.
Ne "L'Ideologia Tedesca" Marx replicava a Stirner, affermando che nel sistema
capitalistico il lavoro è già libero, perciò il vero problema sarebbe
l'abolizione del lavoro.

È chiaro che Marx si rifaceva ad una visione del capitalismo idealizzata e
condizionata dalla propaganda borghese.

26 luglio 2007


Da: "Vincenzo Italiano" <italianovinc -A_ alice.it>

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