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(it) Torino: "prima o poi, brucerete anche voi"

Date Tue, 11 Dec 2007 14:47:55 +0100 (CET)



Lunedì 10 dicembre si è tenuta a Torino una grande manifestazione in
solidarietà alle vittime della Thyssen Krupp, i 4 morti bruciati vivi in
un reparto privo di misure di sicurezza.
Il corteo ufficiale si è dipanato da piazza Albarello a Piazza Castello di
fronte alla Prefettura, dove non sono mancati i fischi nei confronti della
dirigenza di CGIL, CISL e UIL.
Successivamente una buona parte dei manifestanti ha deciso di proseguire
verso la sede dell'Unione Industriale in via Fanti.
C'erano gli operai della Thyssen Krupp, con lo striscione della fabbrica,
i sindacati di base (Cub, Cobas, Sdl), anarchici, antagonisti, lavoratori
con le bandiere della UILM e della CGIL, o semplicemente con le mani in
tasca ed il bavero alzato per difendersi dal freddo e dalla tentazione
delle lacrime.

Nella centrale ed elegante via Roma i negozi di lusso avevano le serrande
alzate e le luci accese, ma il corteo operaio ha imposto che le serrande
calassero giù e le luci si spegnessero.

Il padre del più giovane degli operai morti nell'acciaieria, sommessamente
urlava, diretto ai padroni, "prima o poi, brucerete anche voi".

Di fronte alla sede dell'Unione Industriali sono volate uova ed un unico
grido: "assassini".

Di seguito il testo del volantino diffuso durante il corteo dalla FAI
Torinese.


Uomini e no - La strage del lavoro

10 euro. Questo è il costo della ricarica di un estintore. Questo è il
valore della vita di un uomo per i padroni della Thyssen Krupp. Per i
padroni di ogni dove in questo mondo diviso in uomini e no.

La strage della Thyssenkrupp del 6 dicembre 2007 svela solo a chi fino a
qui ha voluto tener gli occhi chiusi o fatto finta di non vedere, che ogni
giorno viene combattuta una sanguinosa guerra tra il capitale e il lavoro,
meglio, che la vita di chi lavora è sempre in pericolo e che uno dei
destini di chi lavora è quello di perderla, la vita, per la "pagnotta".

Della guerra in Afganistan nulla ci fanno vedere, salvo quando muore uno
dei "nostri", come un "eroe". E neppure della guerra che qui viene
combattuta in ogni fabbrica, in ogni "boita" ci fan vedere e sapere nulla,
se non le fredde statistiche che a fine anno contano i morti e gli
infortuni sul lavoro.

Gli operai bucano il video solo quando bruciano come torce in gruppo, non
tutti i giorni quando almeno quattro di loro (media nazionale degli ultimi
anni) perde la vita.

Lo stabilimento ora della Thyssenkrupp fu della Fiat e poi della Teksid,
sempre gruppo Fiat, e poi passò di mano fino agli attuali proprietari. Che
questo stabilimento decisero di chiudere, assieme a quello di Terni, per
delocalizzare in Cina e altrove. Terni per il momento si è salvato e
Torino doveva chiudere entro il giugno prossimo; il reparto dove è
accaduta la strage doveva chiudere a febbraio 2008. Ma fino all'ultimo
bisognava produrre, in qualsiasi condizione, sotto il ricatto del
licenziamento, della mobilità, di non riuscire più a dare alla propria
famiglia una vita decorosa. Tutti coloro che hanno lasciato che quegli
uomini lavorassero nelle condizioni che ora sono sulle prime pagine di
tutti i giornali nazionali (misure di sicurezza inesistenti, turni di 12
ore di lavoro) sapevano perfettamente quel che facevano: accettavano come
normale il rischio che quegli uomini morissero, voce messa a bilancio,
costo certamente compensato dall'immane sforzo di quei duecento operai che
negli ultimi mesi hanno lavorato in Thyssenkrupp facendo quello che prima
si faceva in più di trecento.

Nella nostra Italia scaccia rom, dove si cerca di scrivere leggi
elettorali un po' più tedesche o un po' più spagnole, dove il neonato
Partito Democratico si dice equidistante da capitale e lavoro, tutti i
giorni i lavoratori sono mandati al macello sotto il ricatto del prendere
o lasciare, tanto fuori c'è la fila per prendere il tuo posto.
Nella Torino tutta luci d'artista e sbornia post olimpica, dove si
progettano scintillanti grattacieli e devastanti TAV, dove si è "sempre in
movimento, always on the move", versione subalpina e postuma della "Milano
da bere", c'è chi all'una di notte, quando nei cento locali scorre la
"movida notturna più attraente d'Europa" (così ha scritto La Stampa di
recente), crepa orrendamente in condizioni di lavoro ottocentesche. Il
fatto è che non è solo, il fatto è che tutti i giorni, tutte le ore, tutti
i minuti, c'è chi per vivere rischia di morire, scambiando il rischio
della propria morte con il tozzo di pane che gli permette di continuare a
vivere: e a rischiare di morire.

L'orrenda strage di Torino ha mostrato la cruda realtà di ogni giorno.

Non bastano le lacrime postume, il cordoglio istituzionale, la pur
doverosa solidarietà alle famiglie delle vittime. Occorre girare pagina. E
per farlo non basta qualche estintore e qualche controllo in più, perché
la mancanza di misure di sicurezza non è che la punta dell'iceberg
dell'ingiustizia di classe, dello sfruttamento dei pochi sui molti.

Chiamano benessere e ricchezza nazionale i profitti dei padroni. Sarebbe
tempo di cambiare il senso alle parole ed alla storia e chiamare ricchezza
la salute, il benessere e la libertà di tutti. A 7 operai di Torino è
stato cancellato il futuro in una fiammata straziante. A noi tutti lo
cancellano ogni giorno, ora per ora, mentre lavoriamo per il profitto di
lor signori.

Riprendiamoci la vita, riprendiamoci il futuro, espropriamo i
saccheggiatori, devastatori ed assassini che siedono nei consigli di
amministrazione! Neghiamo un futuro al capitale!


Federazione Anarchica Torinese - FAI
Corso Palermo 46 Torino
La sede è aperta ogni giovedì dalle 21 in poi
338 6594361
fat@inrete.it


Da: <fat@inrete.it>

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