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(it) E' uscito "Anarchismo e Politica" - rilettura di Camillo Berneri

Date Mon, 3 Dec 2007 13:10:37 +0100 (CET)


E' IN LIBRERIA, PER LE EDIZIONI MIMESIS
ANARCHISMO E POLITICA
Nel problemismo e nella critica all'anarchismo del ventesimo secolo, il
"programma minimo" dei libertari del terzo millenio
Rilettura antologica e biografica di Camillo Berneri
di Stefano d'Errico
***************************
Camillo Berneri, intellettuale della stessa generazione (e del calibro) di
Piero Gobetti, Carlo Rosselli ed Antonio Gramsci, dei quali fu diretto e
stimato interlocutore, è stato pressoché cancellato dall'ufficialità della
storiografia accademica e scolastica (anche di sinistra). La sua colpa?
Essere anarchico. Eppure il problemismo, l'attenzione costante alla verifica
sul campo dei postulati, lo stile antidogmatico, propri della critica
berneriana, tracciano, oggi più che mai, il "programma minimo" per l'unico
(e l'ultimo) socialismo possibile: quello libertario.

Già nel giovane Berneri - che come Rosselli fu allievo di Salvemini - emerge
principalmente la preoccupazione di affermare il primato dell'etica sulla
politica, la cui "autonomia" è (viceversa) giudicata come l'origine
dell'impossibilità
d'ogni cambiamento progressivo. Se ai liberali egli rimprovera che non può
esistere autodeterminazione senza eguaglianza, agli eredi di Marx - il
"Machiavelli del socialismo" - fautori della "dittatura del proletariato",
Berneri contesta l'assenza di una considerazione opposta: non c'è
eguaglianza senza libertà, né progresso senza piena valorizzazione dell'umanità
(ridicolizzandone perciò anche la costruzione di un'iconografia operaista).
Ad entrambi ricorda che l'organizzazione gerarchica ed autoritaria dello
stato e l'assoluta delega di potere stanno all'origine della negazione dei
diritti e dell'equità. I mezzi condizionano il fine. Pericolosa illusione
giacobina, nell'utopia autoritaria è la convinzione che lo stato
dittatoriale possa guidare la propria autoestinzione, come se fossero
"sovrastrutturali" la privazione della libertà, l'ineguaglianza a livello
culturale, nonché l'assenza di partecipazione diretta e democratica nella
gestione della cosa pubblica.

Vero "liberale del socialismo", Berneri non contrastò quindi solo il sistema
capitalistico o il fascismo, bensì ogni ragion di stato e qualsiasi forma di
totalitarismo, bolscevismo compreso. Avvenne così che l'irriducibile
intellettuale militante spesosi in prima persona contro le forze
tradizionali della reazione - dal 1926 perseguitato da Mussolini fin nell'esilio
- venne infine assassinato invece dai sicari di Stalin (con il contributo
determinante degli italiani Togliatti, Longo e Vidali), a Barcellona nel
1937. Successe durante le giornate di maggio nel pieno dello scontro tra due
concezioni antitetiche della rivoluzione. Da una parte chi voleva costruire
senza se e senza ma il federalismo, l'autonomia ed il socialismo libertario.
Dall'altra i fautori della concezione centralista e dittatoriale guidati dal
Komintern, volti a sabotare la tendenza libertaria e perciò anche
pesantemente compromessi con l'alta borghesia repubblicana, impegnata nel
cambiare tutto perché nulla cambi.

Va ricordato però che l'onestà intellettuale ed il rigore di Berneri lo
posero in rotta di collisione con tutti gli ideologismi e le soluzioni
dottrinarie del "secolo breve". Egli prese dunque le distanze anche dalle
semplicistiche ricette impolitiche invalse in parte significativa dell'anarchismo
militante. Perciò, pur collocandosi nella miglior tradizione libertaria,
Berneri ne denunciò le incrostazioni dottrinarie, identificandone i limiti
nella coazione a ripetere e nella tendenza a sfuggire la realtà, e con essa
gli obblighi e le provocazioni della storia: una violazione patente del
principio etico di responsabilità. Ecco perché dal suo lavoro emerge uno
sforzo teorico-progettuale ed autocritico più unico che raro nel panorama
libertario.

Berneri concepì libere istituzioni della società civile in antitesi allo
stato, incardinate sul comunalismo e coordinate in senso federalista;
criticò le paure degli "anarchici integralisti" rispetto all'elaborazione di
una precisa prassi politica e di un programma definito, mettendo in guardia
rispetto al paradosso del "codismo", ovvio risultato dell'assenza di una
strategia politica; valorizzò il mondo dell'associazionismo di base e
l'organizzazione
anarcosindacalista, concepite come realtà "dialetticamente indipendenti"
rispetto allo specifico militante, vedendovi le fucine progettuali e la
struttura-base per la ricostruzione sociale; si occupò di psicologia,
stigmatizzando la demagogia, l'operaiolatria e l'antisemitismo di sinistra;
intese l'individuo non come monade, bensì quale elemento valoriale nel seno
di un'organizzazione politica degli anarchici ad identità collettiva; cercò
di dare all'anarchismo la capacità gradualista di promuovere battaglie,
anche d'opinione, oltre i "fondamentalistici" confini dell'ideologia e di
stringere le necessarie alleanze politiche (nel suo tempo rivolgendosi per
questo all'area genuinamente liberalsocialista); non s'illuse sulla
palingenesi rivoluzionaria o sulla "spontanea" giustizia delle masse e marcò
la differenza fra autoritarismo ed autorevolezza, pronunciandosi per la
necessità di regole condivise ma cogenti; denunciò la codificazione di
criteri tattici assurti a principi dogmatici, come nel caso di quello che
definì "cretinismo astensionista", divenuto diktat onnicomprensivo persino a
livello di comunità locale ed in occasioni referendarie. Contrapponendosi al
positivismo imperante ed alla religione della scienza, si dichiarò
"irrazionalista" ed agnostico; umanista, si spese per la libertà religiosa.
Possibilista in economia, fu contro i sistemi chiusi e per contemplare il
mantenimento della piccola proprietà: era principalmente equitario e
collettivista e la sua opzione comunista, volontaria anziché pianificatoria,
fu affatto intransigente.

Berneri mette quindi in guardia anche l'anarchismo dal restare immobile:
deve invece assumere le proprie responsabilità di fronte alla storia ed alla
politica, pena la condanna ad una marginalizzazione senza ritorno.


Stefano d'Errico (1953) partecipa al movimento degli studenti del 1968 e,
successivamente, a diverse esperienze comunitarie di quel periodo. Attivo
nell'anarchismo romano, dalla seconda metà degli anni '70 collabora a lungo
alla rivista "A" e ad "Umanità Nova". E' fra i fondatori della Cooperativa
"Bravetta '80", esperienza pilota capitolina, autogestita dall'area del
"movimento" contro l'istituzionalizzazione della tossicodipendenza e per il
recupero del sottoproletariato urbano. Sviluppa una lunga ricerca collettiva
sul campo, riferita, con altri autori, ne La diversità domata. Cultura della
droga, integrazione e controllo nei servizi per tossicodipendenti (a cura di
Roberto De Angelis, Istituto "Placido Martini" - Officina Edizioni, Roma
1987).

Insegnante, nel 1986 è fra gli animatori dei Comitati di Base della Scuola e
nel 1990 diviene segretario della Confederazione Italiana di Base Unicobas,
prima realtà intercategoriale del sindacalismo alternativo sorta in Italia.
A latere dell'Unicobas Scuola, contribuisce negli anni '90 allo sviluppo
dell'Associazione culturale "l'AltrascuolA", attiva sul terreno
dell'aggiornamento
dei docenti, promotrice di studi e convegni. Firma l'introduzione di A
scuola fra le culture del mondo (D. Rossi, Teti Editore, Milano 2000) ed un
libro di materia sindacale (Tutti i contratti. Manuale per l'uso, U Book -
Rubbettino, Catanzaro 2000).



Il costo di copertina è di euro 48. Il libro, di 752 pagine, può essere
richiesto scontato, fornendo il proprio recapito telefonico a questo
indirizzo: info@socialismolibertario.it

Da http://www.sociAlismolibertArio.it


Da: "Socialismo Libertario" <info@socialismolibertario.it>

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