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(it) Comunicato FdCA: 1° Maggio per i martiri del lavoro di oggi [en]

Date Mon, 30 Apr 2007 10:53:58 +0300


Quando è il lavoro ad uccidere...
...la morte diventa un numero e la vita un sacrificio da offrire al Moloch del capitalismo e dello sfruttamento
* * * * *
Per il capitalismo i lavoratori non sono che numeri in vita: numeri in produzione, numeri in esubero, numeri in mobilità, numeri da ridurre coi licenziamenti. E numeri restano, anche quando sono morti sul lavoro. Le vite sfruttate, le vite spezzate non sono altro che costi. Cioè numeri. Così l'INAIL ci fa sapere che nel 2006 ha registrato 1.280 morti sul lavoro. Che sono in aumento le vittime tra le donne e gli extracomunitari. Che nel 2006 vi sarebbero stati 1.115 morti nell'industria (280 nell'edilizia), 114 nell'agricoltura e 11 tra i dipendenti statali. Che il numero degli infortuni mortali aumenta per le donne: 103 uccise nel 2006 contro 88 nel 2005. Da 4 anni emerge poi anche la crescita delle vittime tra gli extracomunitari.

Si dice che sono numeri dentro la statistica! Una statistica che conta una
media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro e che non tiene
conto di quei lavoratori e lavoratrici, anche immigrati, che non esistono
perché in nero, clandestini, sommersi. E che dire dei lavoratori che sono
rimasti vittima di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o
dal turno di lavoro? E delle vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e
tossici, di cui raramente o a grande fatica si riesce a dimostrare che la causa
della loro morte è il lavoro?

Quando il lavoro uccide, non c'è articolo 2087 del codice civile che tenga, non
c'è legge 626 che tuteli, il serial killer che non si vuole denunciare e
fermare è tuttavia sotto gli occhi di tutti: è l'organizzazione del lavoro e la
sua deregolamentazione; è l'intensificazione dello sfruttamento del lavoro ed
il ricatto che attenua o annulla le norme di protezione e sicurezza o
addirittura le vuole depenalizzare. E se non provoca la morte, procura
centinaia di migliaia di incidenti sul lavoro (938.613 sono stati gli incidenti
denunciati nel 2004 dall'INAIL).

In Italia come in tutto il mondo, dietro i morti e gli incidenti sul lavoro ci
sono grandi interessi che tendono a scaricare sulla collettività i costi delle
conseguenze delle morti, degli infortuni e delle malattie professionali. Si
tratta di costi umani ed anche economici enormi: si perde ogni anno il 4% del
PIL mondiale per costi derivati da incidenti, decessi e malattie legate al
lavoro, pari a 20 volte la spesa per gli aiuti allo sviluppo.

Ma il costo umano è incalcolabile!! Si tratta di una mattanza di dimensioni
mondiali. L'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) ha registrato per il 2005
circa 2,2 milioni di morti l'anno, di cui "solo" 350.000 sono dovute a
infortuni (e fra questi ben 60.000 nell'edilizia). Tutti gli altri - 1 milione
e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo
è ancora responsabile di circa 100.000 morti l'anno). E la maggior parte degli
infortuni mortali stimati dall'Ilo avviene in Cina (circa 90.000), in altri
Paesi dell'Asia (76.866) e in India (40.133). E nei prossimi 15 anni ci sarà
un aumento sia nel numero di giovani (15-24 anni), sia in quello di anziani (60
anni e oltre) che entreranno nella forza lavoro: si tratta proprio delle
categorie che tendono ad avere i più alti tassi di incidenti sul lavoro.

La prevenzione, la protezione, la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro
sono costi che non possono essere scaricati sui contratti di categoria, ma
devono essere assunti dai datori di lavoro; i rappresentanti dei lavoratori per
la sicurezza (RLS) devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su
iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori e messi in condizione di
poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, in diretto contatto
con le ASL, a cui affidare il riconoscimento degli infortuni e delle malattie
professionali e l'istituzione di un osservatorio, comune per comune, azienda
per azienda degli infortuni sul lavoro.

Ma soprattutto occorre riprendere la critica sul capitalismo come sistema di
produzione, la denuncia sistematica dello sfruttamento e dei suoi effetti
letali sulla salute e sulla vita dei proletari in Italia ed in tutto il mondo;
l'organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, per contrastare tutti i
processi causa dell'aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni
all'outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all'aumento dei ritmi
nelle unità produttive.

Perchè non si debba più morire di lavoro, ma vivere, non bastano accorati
appelli o lacrime di coccodrillo, e l'affidarsi al rispetto delle regole o alla
correttezza dei padroni: è necessaria, in ogni luogo di lavoro, la riconquista
della dignità e la consapevolezza di dover difendere i propri diritti, serve la
lotta e l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Federazione dei Comunisti Anarchici
27 Aprile 2007

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