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(it) Giuseppe Casu, pestato dalle guardie, ucciso dagli psichiatri

Date Mon, 23 Oct 2006 10:17:02 +0200 (CEST)


GIUSEPPE CASU, AMMAZZATO DALLO STATO.
OMICIDIO LEGALE
Si chiamava Giuseppe Casu e faceva il venditore ambulante abusivo a Quartu
S. Elena, un grosso comune nella cintura urbana di Cagliari. È l'ennesima
vittima delle politiche "securtarie" tanto di moda tra le amministrazioni
di ogni orientamento politico.
La metafora della guerra torna di moda, anche per colpire quelli che di
volta in volta vengono individuati come i nemici interni. Guerre agli
"ambulanti", ai "clandestini", ai "drogati", agli "imbrattatori", e via
discorrendo. Che si tratti poi di guerre reali, e non metaforiche,
condotte con lo spirito e i metodi della guerra, ce lo dicono le vittime
che queste piccole guerre interne disseminano nelle nostre strade.
Giuseppe Casu è una vittima della "guerra agli ambulanti abusivi"
proclamata dagli amministratori del suo comune per il ripristino della
legalità.

Inizialmente è stato perseguitato dalle guardie municipali che lo hanno
tempestato di multe per più di un anno. Per motivi non chiari multavano
quasi esclusivamente lui. Questa strana circostanza l'ha ammessa anche il
vicesindaco, Tonio Lai, rispondendo in consiglio ad una interrogazione
sulla vicenda. Poi però afferma che tutto è chiaro e non è necessario
aprire alcuna inchiesta interna. Quasi un'aperta rivendicazione di quello
che è successo.

Giuseppe Casu, benché preoccupato, tutte le multe che riceveva le ha
pagate regolarmente e ha continuato a scendere in piazza a vendere
verdura. Il 14 Giugno 2006 le guardie gli hanno contestano un verbale per
la cifra stratosferica di 5.000 euro, una cifra che Casu non può a quel
punto pagare. Il giorno successivo ad aspettarlo in piazza, oltre ai
municipali, ci sono anche i carabinieri e persino la stampa, avvisata
evidentemente dal comune. Tutto avviene molto rapidamente, le guardie
municipali si avvicinano a Casu e gli notificano un altra multa, ancora
5000 euro, poi Casu viene aggredito davanti a tutti, buttato a terra e
ammanettato dalle guardie. A questo punto spunta fuori un'ambulanza e un
incartamento, firmato dal sindaco e da alcuni medici che Giuseppe Casu non
lo conoscevano e non lo avevano mai visto prima. Le carte dispongono il
Trattamento Sanitario Obbligatorio (ricovero coatto) di quest'uomo,
giustificato con la sua "agitazione psicomotoria".

Magia delle parole, un'aggressione in pieno giorno diventa un "trattamento
sanitario", la naturale e logica reazione dell'aggredito è definita
"agitazione psicomotoria" e la violenza ci viene ancora una volta
goffamente spacciata per "cura". Il contenzioso tra il venditore abusivo
ed il comune si incaricano di risolverlo gli psichiatri.

"Sgombero forzato, se ne va anche l'ultimo ambulante", titola
trionfalmente il giorno dopo L'Unione Sarda (il fogliaccio reazionario
locale), in un pezzo chiaramente ispirato dall'amministrazione comunale. È
vero il contrario, Casu non è l'ultimo ambulante di piazza IV Novembre, ma
tutti gli altri, il giorno dopo la sua aggressione, preferiscono spostarsi
nelle vie limitrofe. Colpirne Uno per educarne cento.

Nell'aggressione probabilmente Giuseppe Casu è stato ferito, ha una mano
gonfia e tumefatta, probabilmente una frattura, tracce di sangue nelle
urine. Nessuno si preoccupa però delle sue ferite nel reparto psichiatrico
nel quale viene condotto, nessun accertamento, nessuna cura. Questi
aguzzini che si spacciano per medici hanno un'unica preoccupazione: i
"trattamenti di contenzione", come li chiamano loro. I familiari, avvisati
con grande ritardo di quanto era accaduto, trovano Giuseppe Casu legato
mani e piedi a un letto e imbottito di psicofarmaci, rimarrà in questo
stato, ininterrottamente per sette giorni, fino alla sua morte, avvenuta
il 22 giugno per "tromboembolia-venosa". Lo hanno ammazzato loro.

Come descrivere il "trattamento" che ha dovuto subire quest'uomo? Non si
trovano le parole, forse tortura è l'espressione più adatta. Mi viene in
mente quel passo di Marcuse: "Coloro la cui vita rappresenta l'inferno
della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa
rivivere pratiche in atto nel medioevo e all'inizio dell'età moderna" (da
"L'uomo ad una dimensione"). Oltretutto ciò che Giuseppe Casu ha subito
non è eccezionale né raro, è la normalità, la pratica quotidiana in un
reparto di psichiatria come quello di Is Mirrionis a Cagliari.

Come in innumerevoli altri casi la sua fine sarebbe passata inosservata,
nessuno indaga su casi come questi. Una serie di fortunate circostanze
l'ha impedito: la famiglia non si è voluta rassegnare, il caso è stato
conosciuto, sollevato pubblicamente, ora si è anche formato un comitato,
tutte cose che gli assassini di Giuseppe Casu non si aspettavano, abituati
come sono ad agire nella totale indifferenza e nell'impunità.

In seguito a queste denunce la Asl competente ha persino aperto una
inchiesta interna scoprendo l'ovvio, e cioè che quest'uomo non è stato
curato e anzi ha subito quelle che loro definiscono pudicamente come
"pratiche inaccettabili". L'inchiesta accerta anche che queste stesse
"pratiche" vengono utilizzate sistematicamente nel reparto e si conclude
però, naturalmente, senza che sia individuata nessuna responsabilità né
richiesto nessun provvedimento concreto. C'è però, per il futuro, il
proponimento di riformare il reparto e cambiare i "protocolli". Come dire:
"si, è vero, siamo stati noi, però, credeteci, d'ora in poi saremo più
bravi e non lo faremo più".

Ci tengo a raccontare questa terribile storia anche perché non penso si
tratti di un caso singolare e raro, ma, al contrario, mi sembra una
vicenda suo malgrado esemplare.

Veniamo educati all'idea che al mondo ci siano competenze e responsabilità
differenziate, garanzie, separazioni di poteri, etc. Che ci siano politici
che si occupano dell'amministrazione pubblica, guardie che tutelano
"l'ordine pubblico", medici che curano, magistrati che giudicano il
cittadino e che lo tutelano anche dagli "abusi di potere", e così via
discorrendo.

Poi ti affacci nel mondo reale e ti accorgi che la realtà e ben diversa e
che tutti i poteri collaborano a individuare il nemico e a colpirlo con i
mezzi più diversi. Un meccanismo ben oliato, una logica di Guerra.

Guerre condotte in nome di un principio astratto di "legalità", per
sostenere il quale si calpestano le più elementari esigenze di giustizia
sociale e di solidarietà umana. Guerre condotte nel nome della
"sicurezza", ma sicurezza per chi? A questa domanda ha dato una risposta
esemplare l'assessore alle politiche sociali di Quartu, tale De Lunas. In
un'assemblea popolare, per giustificarsi delle politiche di guerra
all'abusivismo, costata la vita a Giuseppe Casu, così si esprime:"La gente
si lamenta, non si trova parcheggio, i bottegai che vendono la verdura in
negozio si lamentano della concorrenza...". Mostri. Nel nome della loro
legalità bottegaia non abbassano lo sguardo nemmeno di fronte
all'omicidio, convinti come sono che le loro politiche securitarie, alla
fine, da un punto di vista elettorale, paghino.

Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che
pretende ancora di essere considerata scienza medica, ma che poi viene
utilizzata dal potere come un brutale strumento di repressione? La sua è
una storia tragica e criminale, ha ammesso nel passato metodi di "cura"
quali le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di
coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione psicofisica dei
pazienti attraverso la segregazione a vita nei manicomi. Tutte pratiche
attuate contro la volontà dei pazienti e definite a suo tempo innocue. In
ogni epoca poi la psichiatria ha rinnegato se stessa, ha abbandonato con
orrore quello che qualche decennio prima veniva spacciato come "cura", ha
adottato nuove pratiche definite a loro volta "innocue" (oggi vanno di
gran moda elettroshock e psicofarmaci) e che in realtà comportano sempre
gravi rischi per la salute. Sono cambiati gli strumenti e le pratiche ma
la psichiatria non ha mai abbandonato, unica tra le discipline mediche, la
pretesa di curare i suoi "pazienti" con la forza e contro la loro volontà.
Pseudo-medici che svolgono una funzione disciplinare e di controllo, più
che di "cura". Tutto questo si legge con una evidenza abbagliante nella
tragica vicenda di Giuseppe Casu.

Ora nel nome di quest'uomo e per tutte le altre vittime senza nome di
simili nefandezze, si è formato un comitato, lo si può contattare
all'indirizzo elettronico com_sgc@yahoo.it, spero avrete presto sue
notizie. Gli assassini di Giuseppe Casu non devono dormire sonni
tranquilli.

Massimo Coraddu

(Articolo pubblicato su Umanità Nova, n 33 del 22 ottobre 2006, anno 86)

* * * * * * * * * *

Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu


?Coloro la cui vita rappresenta l?inferno della Società Opulenta sono
tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel
medioevo e all?inizio dell?età moderna. Per gli altri, meno
sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione
soddisfacendo i bisogni che rendono la servitù ben accetta e fors?anche
inosservata ...?
Hebert Marcuse, da ?L?uomo ad una dimensione?


In morte del Sig. Giuseppe Casu.

Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu il signor Giuseppe
Casu, accanto alla sua ape parcheggiata, come ogni giorno vendeva un poco
della frutta e verdura contenuta nel cassone.

Nulla di notevole sino a quel momento in una giornata che sembra
tranquilla. Poi, in tarda mattinata, il dramma. Tutto avviene molto
rapidamente, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta
fuori anche un?ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte
a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene
caricato, ammanettato, alla barella e portato via. È in atto un ricovero
coatto in psichiatria.

?Sgombero Forzato: se ne va anche l?ultimo ambulante? titola trionfalmente
l?Unione Sarda il giorno dopo, in un pezzo chiaramente ispirato dalla
giunta comunale. È falso, Giuseppe Casu non è l?ultimo ambulante, ma è
forse il più vulnerabile e viene colpito in maniera esemplare per ottenere
il risultato di sgomberare finalmente la piazza dagli abusivi. Perché
altrimenti tanta forza e tanta violenza è stata impiegata contro un
individuo intento in una attività così pacifica?

Per completare il quadro di questa vicenda occorre fare qualche passo
indietro.

Il fatto è che da qualche tempo la giunta comunale di Quartu ha intrapreso
un?energica azione contro i venditori ambulanti privi di licenza, per il
ripristino della ?legalità?, dunque anche i venditori di piazza IV
Novembre erano da tempo nel mirino della giunta.

Nell?ambito di questa ?guerra agli ambulanti? però le guardie municipali
di Quartu, per ragioni che andrebbero chiarite, si sono accanite, in
maniera assurda e ingiustificabile, quasi esclusivamente contro il signor
Giuseppe Casu. Questo accanimento selettivo viene ammesso anche dal
vicesindaco di Quartu, Tonio Lai, che nel dibattito in giunta del 6
Settembre 2006 dice: ?Siamo a conoscenza di un fatto certo, che la polizia
municipale ha emesso numerosi verbali a carico del cittadino, signor
Giuseppe Casu. Ne ha emesso soprattutto a partire da Maggio 2005,
tantissimi ??. A questa persecuzione il signor Giuseppe Casu, benché
preoccupato, ha reagito pagando le multe e continuando ad andare in piazza
IV Novembre per vendere.

Ma torniamo al giorno prima dell?agguato, il 14 Giugno 2006. I vigili si
presentano dal signor Casu. Come sempre gli elevano una contravvenzione,
ma questa volta il verbale raggiunge la cifra stratosferica di 5000 euro
per la vendita senza licenza di frutta e verdura in strada. Una cifra che,
questa volta, il signor Giuseppe Casu non farà a tempo a pagare.

Evidentemente nelle stanze dell?amministrazione comunale qualcuno proprio
non sopportava l?ostinazione del signor Casu. Pensando ai drammatici fatti
dei giorni successivi l?imposizione di questa multa sproporzionata assume
l?aspetto sinistro di un avvertimento e di una provocazione.

I medici psichiatri, che si son presi l?incarico di risolvere il problema
dell?ultimo ambulante resistente di Quartu, sono stati dunque anche
responsabili del destino del signor Giuseppe Casu, dalla mattina 15 Giugno
sino alla sua morte. A pensarci è una ben strana cosa, visto che
formalmente sono dei medici e, in teoria, il loro compito sarebbe quello
di curare la gente e non quello di togliere le castagne dal fuoco al
comune in lite con gli ambulanti.

Il ricovero coatto (Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO) viene
giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu dava
in escandescenze. Ma il semplice buonsenso ci dice che questo poteva
essere casomai inteso come un segno di salute mentale. Vorrei sapere
infatti chi di noi non darebbe in escandescenze dopo che, coloro che il
giorno prima ti hanno messo 5000 euro di multa, si presentano, ti intimano
di andartene, e, al tuo rifiuto, ti mettono altri 5000 euro di multa, poi
ti saltano addosso e ti immobilizzano...

Cerchiamo di capire cosa hanno fatto davvero questi ?medici? per la salute
del signor Giuseppe Casu, all?interno del reparto di psichiatria
dell?ospedale di Is Mirrionis a Cagliari, nella settimana in cui il
paziente è riuscito a sopravvivere ai loro trattamenti.

Qualcuno si è preoccupato delle ferite che il signor Giuseppe Casu aveva
subito durante le aggressioni di cui era stato vittima? Qualcuno si è
preoccupato di quella mano gonfia? Della presenza di sangue nelle urine? O
piuttosto la loro unica preoccupazione è stata quella di iniettargli un
potente sedativo che spegnesse il suo cervello per qualche giorno, di
legarlo al letto, di metterlo in condizioni di non rompere le scatole?

I familiari del signor Giuseppe Casu, quando vanno a visitarlo, lo trovano
sempre legato al letto, sedato, col panno e privo di coscienza. Nei
momenti in cui riprende coscienza chiede di essere slegato. Gli stessi
familiari segnalano l?evidente gonfiore ed il colore violaceo della mano
destra, ma nessuno si preoccupa del suo stato di salute.

Dopo una settimana il signor Giuseppe Casu muore, all?improvviso, sempre
legato a quel letto da cui nessuno lo ha ancora liberato. Aveva 60 anni e
non soffriva di nessuna malattia che lo potesse portare ad una fine così
rapida ed improvvisa.
Anche dalla relazione della commissione d?inchiesta della ASL, istituita
in seguito ad una denuncia dell?ASARP, risulta che il signor Casu è stato
vittima di un ?trattamento inaccettabile?: nel reparto di psichiatria lo
hanno sedato e immobilizzato, legandolo al letto mani e piedi per sette
giorni, dal suo arrivo al momento della sua morte e non gli hanno fatto
nessun esame per verificare il suo stato di salute. Nonostante le gravi
responsabilità accertate la ASL si rifiuta però di prendere qualsiasi
provvedimento.

Per noi la morte del signor Casu è la diretta conseguenza di una politica
precisa, della prassi violenta delle ?forze dell?ordine? e del trattamento
pseudo-medico che gli è stato riservato. Lo hanno ammazzato loro.

Morti come queste, di solito, sono presto dimenticate. Per la magistratura
e gli investigatori non sono certo casi degni di interesse. Familiari ed
amici, quando vogliono insistere per accertare la verità e le
responsabilità, incontrano difficoltà di ogni tipo. Il più delle volte la
gente finisce per rassegnarsi e lasciar perdere. Questo le guardie e gli
psichiatri lo sanno bene, anche su questo contano per garantirsi
l?impunità. Le loro vittime sono destinate a essere sepolte in fretta e
dimenticate.

Questo sarebbe stato anche il destino del signor Giuseppe Casu, se non
fosse stato per l?insistenza della sua famiglia che non si è rassegnata
all?esito della frettolosa autopsia effettuata dai medici dello stesso
ospedale il giorno dopo il decesso, e sta cercando di far riaprire il
caso.

Diverse procedure amministrative e giudiziarie sono attualmente in corso,
ma, come spesso accade, queste rischiano semplicemente di fare da
anticamera all?oblio.
Per questo è assolutamente necessario che l?attenzione su questo terribile
caso non venga meno nei prossimi tempi, non deve essere liquidato come
normalità della vita di ogni giorno.

L?orrore della vicenda, suo malgrado esemplare, del signor Giuseppe Casu
non può scivolare via dalla memoria. Verità e giustizia sono dovute a lui
e a noi. Non dimentichiamolo, né dimentichiamo che verità e giustizia
reali non coincidono con la versione ufficiale dei fatti.


Le ragioni del comitato

Il comitato si propone di compiere ogni sforzo perché la terribile vicenda
che ha portato alla morte del signor Giuseppe Casu non sia dimenticata ed
insabbiata, ma, al contrario, perché possa emergere la verità e sia fatta
giustizia. In questo vogliamo collaborare ed appoggiare sia la famiglia
della vittima, sia tutti coloro che condividono con noi questo scopo.

Ci spinge a questo un naturale senso della solidarietà umana e della
giustizia e un altrettanto spontaneo disgusto per lo spettacolo della
violenza inflitta dai forti contro i deboli, dalle ?istituzioni? contro i
singoli, dai ?pubblici ufficiali? contro i semplici cittadini. Ma le
nostre motivazioni non si esauriscono qui.
Siamo infatti convinti che quanto accaduto al signor Giuseppe Casu non sia
affatto un episodio isolato ed assolutamente eccezionale. Al contrario,
pensiamo che si tratti di un caso in qualche modo esemplare.

Vi sono fasce della popolazione definite ?marginali? che vengono
costantemente sottoposte a forme di violenza brutale e frequentemente ne
restano vittime. Parliamo di coloro che il potere definisce di volta in
volta ?pazzi?, ?drogati?, ?clandestini?, ?vagabondi?, etc. . Di questi
ferimenti, di queste morti, raramente si viene a sapere, difficilmente si
sente parlare e mai viene fatta giustizia. Sono morti che vengono
dimenticate in fretta.

Anche la morte del signor Giuseppe Casu viene già fatta passare per un
errore, per un caso di ?mala-sanità?, si parla di tragica fatalità, di un
caso sfortunato, eccezionale, imprevedibile. Non è vero. La morte del
signor Giuseppe Casu è invece la logica conseguenza, l?esito naturale, di
una politica ben precisa. Oramai le politiche ?securtarie? e ?legalitarie?
sono tanto di moda tra le amministrazioni pubbliche di destra e di
?sinistra? (il comune di Bologna primo tra tutti), che anche Quartu
Sant?Elena, un comune del meridione più povero e afflitto da problemi
sociali, ha deciso di adottarle. Politiche che hanno un punto fermo, una
costante: quella di mettere un astratto concetto di ?legalità? avanti a
tutto, e soprattutto avanti alle più elementari esigenze di giustizia
sociale e di solidarietà umana. Così nascono tutte le varie ?guerre? che
le amministrazioni dichiarano contro settori di popolazione poveri e
marginali. Il comune di Quartu, ad esempio, aveva già intrapreso la sua
contro gli ambulanti, ed è di questi giorni la massiccia operazione di
militarizzazione del territorio a Cagliari, con intere piazze assediate da
polizia e carabinieri, centinaia di persone identificate, una cinquantina
di schedature, denunce, fogli di via voluti dal prefetto Orrù e dal
sindaco Floris, con la stampa ad agitare lo spettro di un improbabile
quanto ridicolo "terrore" suscitato da punkabbestia ed ambulanti abusivi
nel centro storico cittadino. Si dichiara guerra ai drogati, ai
clandestini, agli imbrattatori, etc.. E che si tratti di guerre reali e
non metaforiche, condotte con lo spirito ed i metodi della guerra, ce lo
dicono le vittime che queste piccole guerre interne seminano nelle nostre
strade.


Ne ricordiamo alcune:

- Federico Aldrovandi, viene pestato e soffocato in strada dalla polizia
la notte del 25 Settembre 2005. Lo avevano preso per un ?drogato? che
stava in strada a far casino. Aveva 18 anni. Molti mesi dopo, grazie
all?insistenza della madre si apre un?inchiesta della magistratura, è in
corso un processo.

- Stefano Cabiddu, muratore di Samassi emigrato a Crema, assassinato da un
carabiniere con un colpo di pistola il 20 Luglio 2003 nel parco di un
centro commerciale a Roccadelle dove era andato per incontrarsi coi suoi
fratelli, anche loro emigrati. Aveva 23 anni. Il carabiniere, a caccia di
?spacciatori?, si giustifica prima dicendo che i tre sardi avevano un fare
?sospetto?, poi ricorre alla classica risorsa del caramba dal grilletto
facile: dirà di aver inciampato e che gli è partito un colpo. Un anno dopo
il PM lo assolve e archivia l?inchiesta senza nemmeno un processo.

- Raigama Achrige Rumesh Ku, 19 anni, residente a Como, famiglia
originaria dello Sri Lanka. Il 29 Marzo 2006 un vigile della squadra
speciale ?anti-graffittari? organizzata dal comune gli ha sparato in testa
a freddo, trapassandogli il cranio dalla nuca alla fronte. Miracolosamente
è sopravissuto, il vigile ha ?chiesto scusa?, l?inchiesta è in corso.

- Mario Castellano, napoletano, 17 anni. Il 20 Luglio del 2000 era in
motorino senza casco, una pattuglia della polizia gli ordina di fermarsi,
lui non lo fa, un agente gli spara alla schiena e lo uccide. Grazie alla
testimonianza di un driver del vicino ippodromo l?agente viene condannato
in primo grado a 10 anni per omicidio volontario. L?agente è stato poi
assolto in appello perché ?il fatto non sussiste? (anche a lui ?è partito
un colpo?).

E si potrebbe continuare a lungo, ma comunque l?elenco sarebbe comunque
troppo breve. Sappiamo che sono pochissimi i casi di cui veniamo a
conoscenza e che vengono documentati, rispetto a quelli che realmente
avvengono. Anche quei pochi poi rimangono per lo più relegati tra le
notizie marginali della stampa locale.

Scorrendo l?elenco delle vittime di queste assurde guerre interne c?é una
costante che impressiona, é lo stato di assoluta impunità nel quale
agiscono le cosiddette ?forze dell?ordine?. Qualunque abuso compiano non
si trova giudice che alla fine non li copra, sino all?omicidio.

Questo è evidentemente uno dei motivi principali per cui, in casi come
questi, è così difficile stabilire un minimo di verità e di giustizia.

La realtà è che queste ?guerre?, dichiarate nel nome della ?legalità?
contro i soggetti marginali della società, condotte con metodi
estremamente arroganti brutali e violenti, rappresentano di fatto un grave
pericolo per i cittadini.

Il paradosso di questo mondo alla rovescia è che questa barbarie viene
spacciata per una politica ispirata alle esigenze della ?sicurezza?.
Sicurezza per chi? viene da chiedersi.

A questo interrogativo ha dato una esemplare risposta l?assessore alle
politiche sociali del comune di Quartu, che, chiamato a rispondere della
sua politica di guerra all?abusivismo, costata la vita al signor Giuseppe
Casu, spiega candidamente ? La gente si lamenta, non si trovano parcheggi,
i bottegai che vendono la verdura in negozio si lamentano della
concorrenza... ?

Ah legalità bottegaia, quanti delitti si commettono in tuo nome!

Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che
pretende ancora di essere considerata una scienza medica ma che si presta
ad essere utilizzata come uno strumento della repressione più brutale?

La pretesa della psichiatria è quella di curare la ?mente? e non il corpo,
ma si sa, la mente è un?entità evanescente e difficile da individuare, e
questo consente alla psichiatria di prendersi una serie di libertà e
commettere i più gravi abusi sui corpi dei suoi ?pazienti?.

La storia della psichiatria è una storia tragica e criminale, nel passato
ha ammesso come metodi di ?cura? pratiche quali le mutilazioni cerebrali
(lobotomia), lo shock insulinico (stato di coma indotto da iniezioni di
insulina), la distruzione fisica e psichica dei ?pazienti? mediante
segregazione a vita nei manicomi, etc. . Tutte queste pratiche sono state
attuate contro la volontà dei pazienti e, a loro tempo, sono state
definite ?innocue? ed ?efficaci contro la malattia mentale?.

Oggi viviamo in tempi apparentemente più civili. I manicomi sono stati
chiusi e la lobotomia non si pratica più, l?elettroshock è invece ancora
una pratica diffusa, benché attivamente contestata a causa dei gravi
rischi (anche di morte) che comporta.

Tuttavia la psichiatria, unica tra le discipline mediche, non ha affatto
rinunciato alla pretesa di ?curare? i suoi ?pazienti? contro la loro
volontà mediante pratiche estremamente pericolose per la salute del loro
corpo, quali la somministrazione massiccia di psicofarmaci e la
?contenzione? a letto. Ancora oggi chi ha l?avventura di visitare un
reparto psichiatrico, quello di Is Mirrionis a Cagliari ad esempio, lo
troverà popolato di uomini e donne legati ai letti e/o ridotti dai farmaci
in uno stato tale da non riuscire né a parlare né a stare in piedi. Buona
parte di loro è stata trascinata là dentro contro la propria volontà.

La pratica del ricovero coatto (TSO) è infatti ancora consentita dalla
legge, ma, data la delicatezza della cosa, vi sono una serie di garanzie
formali per il cittadino: ci deve essere la richiesta di un medico, la
convalida di un altro medico e del sindaco, la vigilanza di un giudice e
il provvedimento deve essere formalmente comunicato all?interessato. Si
può procedere al ricovero coatto solo se ricorrono tutte queste
circostanze e se l?interessato rifiuta in assoluto di curarsi (se accetta
di ?curarsi? può invece scegliere dove e come) e solo se non vi sono altre
possibilità. Il ricorso alla violenza non è ammesso se non in caso di
assoluta necessità. Queste sono le garanzie formali. La pratica è ben
altra cosa ... .

I Sindaci, che dovrebbero garantire i cittadini dagli abusi degli
psichiatri, nel migliore dei casi si limitano a firmare le carte senza
nemmeno guardarle, nel peggiore dei casi chiedono essi stessi il ricovero
di persone che creano fastidi.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è estremamente violenta, viene
effettuata da molti uomini (infermieri, poliziotti, carabinieri, guardie
varie) che immobilizzano la loro vittima, spesso dopo una lotta accanita,
e la legano alla barella. Succede naturalmente che in questa fase il
ricoverato subisca percosse e lesioni. È successo anche che la polizia,
sollecitata da vicini e colleghi, abbia fatto irruzione nella casa del
?paziente? sfondando la porta.

I tentativi di chi ha subito un TSO di far valere le sue ragioni,
chiedendone l?annullamento, non vengono quasi mai presi in considerazione
(a Cagliari, ad esempio, non ci risulta sia mai accaduto).

Una delle cose che rimane più oscura è come una pratica estremamente
violenta, pericolosa, lesiva ed umiliante come il Trattamento Sanitario
Obbligatorio (TSO) possa essere ancora ritenuta valida e ?curativa?. Una
simile violenza non può evidentemente essere di aiuto a nessuno.

Evidentemente, al di là della questione della ?malattia mentale? e della
sua ?cura? la realtà è ben diversa, infatti, guardandoci intorno, ci
accorgiamo di come la psichiatria venga usata dai responsabili
?dell?ordine pubblico? come un?arma flessibile ed efficace. Tante volte
chi, per una ragione o per un?altra, da fastidio, ma non incorre in
comportamenti criminali dei quali la giustizia ordinaria possa farsi
carico, viene sbrigativamente tolto di mezzo facendo ricorso proprio alla
psichiatria.

Le categorie di questa pseudo-scienza sono infatti talmente vaghe ed
arbitrarie che ci si può far rientrare praticamente chiunque. Basta un po?
di ?agitazione psicomotoria? (che tra l?altro è molto facile provocare),
come nel caso del signor Giuseppe Casu.

Purtroppo, anche sotto questo aspetto la vicenda del signor Giuseppe Casu
è stata esemplare. La sua storia non può essere liquidata come il solito
caso di ?mala sanità?, non è vero! Col signor Casu gli psichiatri si sono
comportati come si comportano sempre, come esige la funzione sociale che
svolgono. Certo ogni tanto qualcuno, a causa dei loro ?trattamenti?,
muore, ma è ben difficile che queste morti possano essere documentate e
conosciute, di solito passano sotto silenzio.
Tutto ciò è pienamente conforme alla pratica della psichiatria, che ha per
lo più una natura disciplinare e di controllo che poco ha a che fare con
il concetto medico di ?cura?. La funzione che la psichiatria svolge
realmente è in buona parte quella di controllare le persone e non quello
di ?curarle?, e forse è proprio per questo che questa disciplina
pseudo-scientifica è sopravvissuta ai suoi tragici insuccessi, ed è ancora
attiva oggi.

In conclusione, come comitato sorto a partire dall?esigenza di fare
chiarezza e giustizia su questa terribile vicenda, ci proponiamo anche di
approfondire alcune delle tematiche politiche e sociali che hanno portato
alla fine del signor Giuseppe Casu, quali:

- le politiche ?legalitarie? e ?securtarie? dei comuni che, in pratica, si
traducono in vere e proprie guerre interne condotte per lo più contro
fasce marginali della popolazione.

- L?impunità assoluta di cui godono sempre e comunque le ?forze
dell?ordine?, qualunque siano le brutalità di cui si rendono responsabili.

- Il ruolo della psichiatria come pratica di controllo e non di cura. La
barbarie dei ricoveri coatti (TSO) e il loro uso come strumento repressivo
interno.

Ci si propone inoltre di creare contatti e collegamenti con altri comitati
sorti in tutta Italia in seguito ad altri episodi in qualche modo
analoghi, e con organizzazioni antipsichiatriche, allo scopo di
solidarizzare con le vittime, scambiare esperienze ed informazioni e
possibilmente creare assieme occasioni di controinformazione, di dibattito
e di lotta.

* * * * *

Vedi anche:
Reti Invisibili: In morte del Sig. Giuseppe Casu:
http://www.reti-invisibili.net/retinvisibili/articles/art_8857.html


Da: Massimo.Coraddu -A- ca.infn.it

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