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(it) Umanità Nova, n.37: Clima: rapporto "Stern" e "The liv ing planet" del WWF. Un'impronta devastante

Date Fri, 24 Nov 2006 11:43:51 +0100 (CET)


L'ottobre di quest'anno in Italia verrà ricordato, almeno dai fortunati
abitanti delle località marine, perché così mite da permettere ancora gradevoli
nuotate. Magari, tra un tuffo e un altro, buttando l'occhio sulla stampa
quotidiana, qualcuno si sarà accorto della quasi contemporaneità con cui si
pongono all'attenzione dell'opinione pubblica due rapporti ambientali. Analogo
il tema dell'indagine, diversi gli autori. Da una parte il WWF con i risultati
del suo studio biennale "The living planet report 2006", dall'altra un gruppo
di lavoro guidato dall'economista Nicholas Stern che ha condotto una ricerca
sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici, commissionata dal
governo britannico di Blair.

La considerazione singolare è che, questa volta, le conclusioni cui giungono
gli studiosi, pur partendo da un differente approccio, sono molto simili.

È probabile che Blair non voglia essere ricordato solo in relazione alla sua
partecipazione alla guerra in Iraq, o forse ha bisogno di trovare una
giustificazione per l'introduzione di alcune "tasse ambientali", ma è comunque
significativo che dagli estratti dello studio di 700 pagine, proposti in
anteprima dalla stampa inglese, risulti uno scenario a dir poco preoccupante.
Fino al 20 per cento del prodotto lordo mondiale perso per colpa del global
warming e 200 milioni di profughi in fuga dai territori che, più pesantemente,
subirebbero le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Stern analizza l'impatto del riscaldamento globale sui vari comparti produttivi
da oggi al 2100, delineando le conseguenze limite dell'anomalo incremento delle
temperature prodotto, principalmente, dal modello energetico basato sul
petrolio e sui combustibili fossili.

L'ipotesi peggiore, quella indicata dai dati prima riportati, costituirebbe un
pericolo gravissimo per la capacità di tenuta dell'economia mondiale ed un
fattore di grande tensione per gli "equilibri" politici.

Per scongiurare questa minaccia lo studio Stern suggerisce, sostanzialmente, di
sostenere i rimedi proposti dal protocollo di Kyoto prevedendo però un rilancio
nella individuazione degli obiettivi ed un'accelerazione nella loro
realizzazione. In particolare sottolinea la necessità del coinvolgimento degli
Stati Uniti, quali maggiori responsabili dell'immissione dei gas serra, e
dell'immediata partecipazione al protocollo di paesi come la Cina e l'India
che, in seguito al loro rapido sviluppo economico tra i paesi emergenti,
saranno presto responsabili di una significativa fetta delle emissioni
inquinanti.


Il rapporto WWF

Il rapporto WWF descrive, invece, i cambiamenti relativi alla biodiversità
globale associati alla pressione esercitata sulla biosfera in seguito al
consumo delle risorse naturali ad opera dall'uomo. Due gli indici utilizzati,
il "living planet index" che valuta la salute degli ecosistemi terrestri, e
"l'impronta ecologica" che mostra l'estensione della domanda umana su questi
ecosistemi.

I rilievi sono stati effettuati su diversi decenni per inquadrare la situazione
del passato, verificare lo stato attuale ed infine delineare possibili scenari
del futuro.

Il primo rapporto è stato pubblicato nel 1998 cui sono seguiti i successivi con
cadenza biennale, l'ultimo, quello datato 2006, con l'elaborazione dei dati
raccolti fino al 2003.

Sono state monitorate popolazioni di 1313 specie di vertebrati di ambienti
terrestri, marini e di acqua dolce. I dati provenienti dai tre differenti
habitat sono stati aggregati per fornire un unico parametro (living index), che
dal 1970 al 2003 ha subito una caduta del 30%. Un andamento decrescente che
indica un degrado degli ecosistemi naturali ad un tasso mai rilevato in
precedenza.

L'impronta ecologica misura l'estensione della superficie terrestre o acquosa
necessaria a garantire le risorse produttive e ad assorbire le sostanze di
rifiuto legate all'attività delle società umane. L'impronta di un paese
comprende, quindi, le aree destinate alla coltivazione, ai pascoli, alle
foreste, alla pesca, per la produzione di cibo, fibre e legname, oltre a quelle
necessarie alla costruzione di infrastrutture o allo smaltimento dei rifiuti
compresi quelli generati per il fabbisogno energetico.

L'utilizzo delle acque dolci non è contabilizzato nell'ambito dell'impronta
ecologica ma analizzato a parte.

Un altro parametro da considerare è la biocapacità terrestre che comprende le
aree biologicamente produttive siano esse campi coltivati, foreste, pascoli o
zone di pesca disponibili per soddisfare le richieste umane.

È dalla fine degli anni '80 che l'impronta ecologica ha superato la biocapacità
terrestre, ma i dati del 2003 indicano che il carico in eccesso ha raggiunto
globalmente la quota 25%. Stiamo sfruttando gli ecosistemi del pianeta un
quarto oltre le capacità rigenerative, stiamo trasformando risorse in rifiuti
più velocemente di quanto la natura possa riconvertire attraverso il processo
contrario. Per essere ancora più chiari, è come se svuotassimo una vasca usando
un secchio e cercassimo contemporaneamente di riempirla con l'ausilio di un
bicchiere.

Presupponendo una tendenza verso una moderata crescita, così come indicato
dalle proiezioni delle Nazioni Unite, nel 2050 assisteremmo ad una richiesta
pari al doppio della capacità produttiva del pianeta. A questi livelli di
deficit ecologico, il collasso degli ecosistemi su grande scala diventerebbe
molto probabile.

Abitiamo il pianeta con altri 5 - 10 milioni di specie, è intuitivo pensare che
quanto più spazio occupiamo come esseri umani tanto più limitiamo lo spazio
disponibile per gli altri viventi, in questo senso il "living planet index" e
"l'impronta ecologica" costituiscono una base di conoscenze per delineare gli
scenari futuri.

Per quanto riguarda le specie terrestri, sono le zone tropicali ad aver
accusato un evidente impoverimento tra il 1970 e il 2003 (gli ecosistemi delle
zone temperate avevano subito un rapido degrado già precedentemente, a cavallo
degli anni '60).
Per quanto riguarda le specie marine, ricordiamo che le acque di mari ed oceani
ricoprono il 70% della superficie terrestre, si è evidenziato un drammatico
declino della biocapacità dell'oceano indiano e dei mari del sud-est asiatico.
Come esempio basti il riferimento alla distruzione tra il 1990 e il 2000 di
circa un terzo della foresta di mangrovie che, tipica delle zone costiere di
questi mari, garantiva una fondamentale area di ripopolamento per l'85% delle
specie di pesci di interesse commerciale. Se a ciò aggiungiamo il super
sfruttamento legato ad un'intensissima attività di pesca, la situazione risulta
ancor più negativa.

Il decremento delle specie degli ambienti d'acqua dolce è legato a più fattori:
la distruzione degli habitat naturali, l'inquinamento, la pesca ed in
particolare la frammentazione del naturale flusso dei fiumi regolato,
attraverso le dighe, per favorire gli usi industriali e domestici, o per la
produzione di energia idroelettrica.

Nel 2003 l'impronta ecologica globale era di 14,1 bilioni di ettari (2,2 ettari
per persona). La disponibilità totale di superficie produttiva globale o
biocapacità, calcolata nello stesso anno, era di 11,2 bilioni di ettari (1,8
ettari per persona).

Naturalmente dobbiamo rammentare che paragonare l'impronta media per persona di
diversi paesi con il valore medio di biocapacità globale non presuppone
un'eguale distribuzione delle risorse.

Ricordiamo che nonostante la sua considerevole biocapacità il Nord America ha
il più ampio deficit con un utilizzo di 3,7 ettari per persona in più della
disponibilità della regione. Nell'Unione Europea il deficit calcolato è di 2,6
ettari con un utilizzo più che doppio della propria biocapacità. All'altro
estremo troviamo il Latino America che disporrebbe di una "riserva ecologica"
di 3,4 ettari per persona. Sappiamo bene che i cosiddetti paesi ricchi, in
realtà, sfruttano risorse presenti anche al di fuori dei loro confini generando
quello che in questo contesto definiamo "deficit ecologico" che in pratica
sancisce una sorta di condanna alla povertà per chi a queste risorse non ha
accesso.

Continuando con questa tendenza, anche secondo le più ottimistiche proiezioni
delle Nazioni Unite, pur con un moderato incremento della popolazione, entro il
2050 la richiesta di risorse da parte del genere umano sarebbe pari al doppio
del tasso con cui la Terra le potrebbe generare.

Ed è proprio la componente dell'impronta ecologica legata all'emissione di CO2,
conseguente all'uso dei combustibili fossili, quella cresciuta più rapidamente,
più di nove volte dal 1961 al 2003.

Certamente un incremento di produttività sarebbe auspicabile ma del tutto
inutile se non associato ad una riduzione dell'impronta ecologica umana.

Prima si sana lo squilibrio, minore sarà il rischio di sconvolgere gli
ecosistemi "pagando" i costi annessi.

Secondo il rapporto del WWF tre fattori giocheranno un ruolo fondamentale per
quanto riguarda l'impronta ecologica.

La popolazione. L'aumento della popolazione può essere rallentato attraverso
una miglior educazione alla procreazione, con l'offerta di migliori opportunità
economiche ed una maggior attenzione alla salute.

Consumo di beni e servizi per persona. Il potenziale di riduzione dei consumi
dipende in parte della situazione economica individuale. Mentre le persone che
vivono al di sotto del livello di sussistenza dovrebbero uscire dallo stato di
povertà, la parte di popolazione più ricca dovrebbe ridurre i propri consumi
pur migliorando la propria qualità della vita. Ovviamente abbracciando un
concetto di qualità della vita che non sia sinonimo di consumismo, spreco,
prevaricazione e disuguaglianza sociale.

L'intensità dell'impronta. La quantità di risorse usate nella produzione di
beni e servizi può essere significativamente ridotta attraverso diverse azioni:
migliorando l'efficienza energetica nella produzione industriale e nell'utenza
domestica, minimizzando la produzione dei rifiuti e incrementando il riciclo e
il riuso dei materiali, progettando veicoli con minor consumo di carburante,
riducendo le distanze di trasferimento delle merci, ottimizzando l'uso delle
risorse attraverso l'innovazione tecnologica.

Altri due fattori determinano invece la biocapacità.

La superficie bioproduttiva. Terreni degradati o marginali possono essere
recuperati attraverso un'oculata gestione, parimenti le terre più produttive
non devono essere perse in seguito ad urbanizzazione, salinizzazione o
desertificazione.

La bioproduttività per ettaro. Essa dipende sia dal tipo di ecosistema sia
dalle modalità di interazione. Per esempio alcune tecniche agricole possono
"spingere" la produttività ma anche diminuire la biodiversità. Un'agricoltura
intensiva ed energivora con abbondante utilizzo di fertilizzanti può
incrementare i raccolti ma determinare un maggior impatto ambientale con un
costo ecologico che nel lungo periodo porta ad un impoverimento del suolo ed un
crollo della fertilità.

Nel suo rapporto il WWF illustra due strategie d'uscita dal deficit ecologico,
la prima prevede uno scenario caratterizzato da un lento cambiamento, secondo
cui il riequilibrio del rapporto uomo ?Terra si raggiungerebbe a fine secolo.
In questo contesto le emissioni di CO2 dovrebbero essere ridotte del 50% entro
il 2100, la pesca dovrebbe essere ridimensionata della stessa percentuale. La
necessità di aree destinate alle coltivazioni agricole o al pascolo dovrebbe
crescere seguendo un tasso pari alla metà di quello relativo all'incremento
della popolazione; ciò sarebbe possibile diminuendo il consumo della carne. La
richiesta di aree forestali crescerebbe del 50% per compensare la diminuzione
d'uso dei combustibili fossili e di altri materiali.

Questa combinazione di fattori permetterebbe la riduzione dell'impronta
ecologica del 15%, un aumento della biocapacità del 20% con un saldo del
deficit ecologico raggiungibile circa vent'anni prima della fine secolo, fatto
che garantirebbe la disponibilità di un 10% della produttività naturale per le
altre specie viventi.

Per comprendere meglio la dimensione dello sforzo richiesto per realizzare la
riduzione nelle emissioni di gas serra si consideri che una recente analisi
indica che con una riduzione del 25% delle emissioni dagli edifici, un'economia
nei consumi dei due miliardi di veicoli in circolazione passando da un utilizzo
medio di 8 litri a 4 litri per 100 km, un incremento di 50 volte dell'uso
dell'energia eolica e di 700 volte di quella solare, si riuscirebbe
semplicemente a mantenere l'attuale tasso di crescita delle emissioni, ben
altro, quindi, sarebbe necessario per riuscire a ridurle.

Il secondo scenario quello definito come cambiamento rapido prevede la
riduzione del 50% dei gas serra entro il 2050 e del 70% entro il 2100 con un
aumento dei terreni coltivati e dei pascoli del solo 15% legato ad un deciso
cambiamento della dieta umana, almeno in relazione agli stili alimentari dei
paesi ricchi.

Il tutto associato ad un ottimistica previsione secondo la quale la
bioproduttività salirebbe del 30%, prima del 2100, grazie all'innovazione
tecnologica e a miglioramenti gestionali.

In questo modo l'impronta ecologica umana si ridurrebbe del 40% minimizzando il
debito ecologico in tempi rapidi riducendo, però di molto, il rischio di un
irreversibile sconvolgimento ecologico.

In attesa delle conclusioni della prossima Conferenza Internazionale sui
cambiamenti climatici, indetta annualmente dall'ONU e in programma a Nairobi
dal 5 novembre, non possiamo che osservare come, benché gli obiettivi fissati
per la prima fase dell'accordo internazionale di Kyoto siano piuttosto modesti
(-5% delle emissioni di gas serra entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990),
questi vengano inseguiti a fatica. Anzi, fra il 2000 e il 2004 le emissioni da
parte dei Paesi industrializzati sono aumentate dell'11%.

L'immobilismo delle burocrazie statali, l'arroganza dei governi, la tutela dei
profitti dei capitalisti il privilegio di pochi a danno di tutti, non sono,
compatibili a qualsivoglia ipotesi di rientro dal debito ecologico. Speriamo lo
siano, invece, la consapevolezza e la determinazione degli individui perché le
responsabilità di chi popola il pianeta, in questo secolo, sono grandi.

MarTa

Per info: http://assets.panda.org/downloads/living_planet_report.pdf


Da Umanità Nova, n 37 del 19 novembre 2006, anno 86
http://www.ecn.org/uenne


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